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Radio Voce della Speranza

Lo Zefiro

Notiziario Interreligioso
Redazione: Marco Lazzeri
Telefono: 335.6415395
Pagina:
25/03/2017: Anno 2017 - Numero 05  File Pdf
Pubblicato il 03/04/2017
Convegno “La dimensione Etica”.
Convegno “La dimensione Etica”.
Care amiche e amici, come Associazione “Vivere l’Etica” abbiamo sentito la necessità di fare un Convegno come vedete nella locandina perché sentiamo l’esigenza nostra e di tante persone di affrontare questo tema non molto consueto ma che è percepito sempre più come centrale, ineludibile. Erano presenti molti relatori (e lo sforzo organizzativo, infatti, è stato considerevole, in gran parte sostenuto da Paolo e Marina) per dare modo di approfondire prospettive differenti se pur convergenti di questo tema enorme nelle tante sfaccettature, che comprende, possiamo dire tutto il mondo. Tutto quel mondo che riesce a stare nel nostro cuore. Ogni relatore ha acceso un faro che illuminava e indicava una prospettiva, un tema, dalla finanza, al ben vivere, dalla visione mistica e interiore all’approccio filosofico, passando dai giovani ai figli ai grandi maestri come Gandhi come Terzani… E tanti ancora sono gli aspetti non toccati per limiti di tempo. L’etica è argomento immenso, riguarda tutto il mondo dell’umano perché il suo esistere su questo trova fondamento e il fatto di smarrirla è pertanto così destabilizzante. Sentiamo che è disattesa, lo sappiamo bene ormai e non certo solo perché come (piccolissima) associazione lo ripetiamo da anni, ma perché le persone lo sentono, percepiscono che manca un connettivo, un tessuto nella società e nel modo di vedere il mondo che ci metta in connessione, che faccia comunità di intenti e casa comune, dove ci si ritrova con propositi condivisi, medesime speranze e precisi impegni. Senza aver bisogno di difendersi, senza rimanere in allerta. Ma questo luogo c’è solo nell’immaginario, le mandate alla porta di casa sono molte, come le nostre paure. Timori che nascono a volte da piccoli egoismi di bottega ma anche da un’ansia profonda per il futuro che è incerto da tanti punti di vista - economico, ambientale, relazionale, con la guerra che minaccia e la politica che arranca dietro al liberismo che logora, i giovani, il lavoro che non c’è e se c’è problematico e con meno diritti, ma anche gli anziani, la solitudine, la scienza che persegue orizzonti lontani dalla più fervida fantasia popolare, gli allevamenti intensivi simili a lager, l’agricoltura avvelenata da sostanze tossiche, il nuovo schiavismo perfino sui bambini …. Si sente che non c’è una conduzione orientata al bene della società dove molto spesso l’interesse di chi ha un pur piccolo potere non è luminoso e trasparente, ma è piegato all’egoismo da una furbizia piccola e vorace, meschina e banale. La paura diffusa forse nasce dalla sensazione che per chi detiene il potere qualsiasi cosa è permessa allo scopo di fare denaro. Qualsiasi. Lecito e illecito sono solo riferimenti indistinti e non c’è limite all’arbitrio. La dimensione etica della cosa comune si perde nel fare perché ci siamo persi l’essere. Gli scandali di tutti i tipi, le ruberie, gli assalti al buon funzionamento di un sistema paese (di un sistema mondo…) e un ambiente naturale sono quasi senza controllo; molto è minacciato, assaltato come una ricca città da tempo sotto assedio dove si sono aperte più brecce nelle mura e avidi pirati invadono vicoli e piazze razziando senza scrupolo, perché la vergogna si è trasformata in arrogante licenza. Da qui, dall’essere, dal rimanere testardamente umani che si deve ricominciare il cammino per arrivare a “fare” in modo etico, al punto tale che non ci accorgeremo nemmeno più di “fare in modo etico” perché etici saremo diventati dentro, e semplicemente vivremo nel rispetto ovvio. A un convegno come questo, e tanti altri ce ne sono in giro, si partecipa non solo per ascoltare come occasionali uditori disimpegnati, ma per imparare l’arte di protettori del bene e apprendere come chi vuole essere addetto a urgenti lavori di ricostruzione globale. Grazie a tutti. Marco [Leggi]
Care amiche e amici,

come Associazione “Vivere l’Etica” abbiamo sentito la necessità di fare un Convegno come vedete nella locandina perché sentiamo l’esigenza nostra e di tante persone di affrontare questo tema non molto consueto ma che è percepito sempre più come centrale, ineludibile. Erano presenti molti relatori (e lo sforzo organizzativo, infatti, è stato considerevole, in gran parte sostenuto da Paolo e Marina) per dare modo di approfondire prospettive differenti se pur convergenti di questo tema enorme nelle tante sfaccettature, che comprende, possiamo dire tutto il mondo. Tutto quel mondo che riesce a stare nel nostro cuore. Ogni relatore ha acceso un faro che illuminava e indicava una prospettiva, un tema, dalla finanza, al ben vivere, dalla visione mistica e interiore all’approccio filosofico, passando dai giovani ai figli ai grandi maestri come Gandhi come Terzani… E tanti ancora sono gli aspetti non toccati per limiti di tempo.

L’etica è argomento immenso, riguarda tutto il mondo dell’umano perché il suo esistere su questo trova fondamento e il fatto di smarrirla è pertanto così destabilizzante. Sentiamo che è disattesa, lo sappiamo bene ormai e non certo solo perché come (piccolissima) associazione lo ripetiamo da anni, ma perché le persone lo sentono, percepiscono che manca un connettivo, un tessuto nella società e nel modo di vedere il mondo che ci metta in connessione, che faccia comunità di intenti e casa comune, dove ci si ritrova con propositi condivisi, medesime speranze e precisi impegni. Senza aver bisogno di difendersi, senza rimanere in allerta. Ma questo luogo c’è solo nell’immaginario, le mandate alla porta di casa sono molte, come le nostre paure. Timori che nascono a volte da piccoli egoismi di bottega ma anche da un’ansia profonda per il futuro che è incerto da tanti punti di vista - economico, ambientale, relazionale, con la guerra che minaccia e la politica che arranca dietro al liberismo che logora, i giovani, il lavoro che non c’è e se c’è problematico e con meno diritti, ma anche gli anziani, la solitudine, la scienza che persegue orizzonti lontani dalla più fervida fantasia popolare, gli allevamenti intensivi simili a lager, l’agricoltura avvelenata da sostanze tossiche, il nuovo schiavismo perfino sui bambini …. Si sente che non c’è una conduzione orientata al bene della società dove molto spesso l’interesse di chi ha un pur piccolo potere non è luminoso e trasparente, ma è piegato all’egoismo da una furbizia piccola e vorace, meschina e banale. La paura diffusa forse nasce dalla sensazione che per chi detiene il potere qualsiasi cosa è permessa allo scopo di fare denaro. Qualsiasi. Lecito e illecito sono solo riferimenti indistinti e non c’è limite all’arbitrio. La dimensione etica della cosa comune si perde nel fare perché ci siamo persi l’essere. Gli scandali di tutti i tipi, le ruberie, gli assalti al buon funzionamento di un sistema paese (di un sistema mondo…) e un ambiente naturale sono quasi senza controllo; molto è minacciato, assaltato come una ricca città da tempo sotto assedio dove si sono aperte più brecce nelle mura e avidi pirati invadono vicoli e piazze razziando senza scrupolo, perché la vergogna si è trasformata in arrogante licenza. Da qui, dall’essere, dal rimanere testardamente umani che si deve ricominciare il cammino per arrivare a “fare” in modo etico, al punto tale che non ci accorgeremo nemmeno più di “fare in modo etico” perché etici saremo diventati dentro, e semplicemente vivremo nel rispetto ovvio. A un convegno come questo, e tanti altri ce ne sono in giro, si partecipa non solo per ascoltare come occasionali uditori disimpegnati, ma per imparare l’arte di protettori del bene e apprendere come chi vuole essere addetto a urgenti lavori di ricostruzione globale.

Grazie a tutti.

Marco [Chiudi]
Convegno “La dimensione Etica”.
"Quest'unico mondo ha bisogno di un unico ethos fondamentale; quest'unica società mondiale non ha certamente bisogno di un'unica religione e di un'unica ideologia, ha però bisogno di alcuni valori, norme, ideali e fini vincolanti e unificanti." (Hans Küng, "Progetto per un'etica mondiale")
11/03/2017: Anno 2017 - Numero 04  File Pdf
Pubblicato il 11/03/2017
Antigas all’incontrario.
Antigas all’incontrario.
Care amiche e amici, nell’aforisma che riporto, Jung mi ricorda che è molto più facile giudicare che non pensare, capire, immedesimarsi. E’ più facile e moralistico. Non apprezzo particolarmente i moralisti e pertanto mi sono messo i ramponi chiodati ai piedi per non scivolare su queste chine sdrucciolevoli. Dico al contempo che questa immagine per me è emblematica di una parte del nostro mondo e nell’immaginario mi appare evocativa della realtà che una parte giovane della nostra società vive. Non so se si vede bene, la foto non ha una prospettiva chiara e forse questo effetto è voluto dal fotografo. Mostra un ragazzo con una maschera antigas che insuffla droga nel condotto che dovrebbe portare aria decontaminata ai polmoni, per respirare la totalità di quanto possibile e all’interno il fumo riempi lo spazio disponibile tanto che il volto è invisibile, perso nel fumo. Uno strumento di guerra (reperibile facilmente su internet) utilizzato all’incontrario per drogarsi in modo totale, per essere separato da tutto e in contatto solo con la sostanza, con l’evasione, la fuga, l’alienazione, la negazione di sé come individuo pensante e raziocinante. Un essere che sceglie di perdersi, giocando la vita a dati con il futuro, che sceglie di non scegliere. L’offerta del mercato è ampia ed in crescita rapida, si può cambiare continuamente la miscela delle sostanze da assumere per avere effetti sempre diversi, nuovi, stimolanti, inattesi. La curiosità verso lo sconosciuto, il non ancora ancora provato… effetti allucinogeni che portano all’emulazione del leader del gruppo “adulto” di turno, ma in realtà solo deviante e deviato, al quale la cosa che gli riesce bene è far perdere anche altri sulla medesima strada dove lui si è già perso da tempo. Attenzione ancora allo scivolone moralistico - ma la realtà mi sembra davvero angosciante. Anche se si parla di una percentuale forse minima (forse, ma mai trascurabile) sul totale della popolazione giovanile, rimane comunque un segnale del disagio che è toccante, quasi disperante. Anziché lottare per un mondo nuovo e migliore di quel disastro planetario che sta diventando, anziché studiare e impegnarsi in una analisi profonda che porti a nuovi paradigmi di sviluppo e di prospettive rinnovate, si fugge, ci si fa ostaggi inermi e succubi di un sistema di potere (che forse nemmeno si intravede) al quale serve proprio questo per poter procedere indisturbato e trionfale verso una offerta di falsa libertà carica di suoi profitti privati e di controllo sociale diffuso. Spesso verso la guerra. La prospettiva spirituale - in senso lato - rimane ancora una volta la liberazione vera, l’incontro con la natura profonda, il contatto con il meraviglioso mistero della vita e della propria identità personale. L’apertura e il cammino, l’affidarsi e il servire, l’amare e il condividere, il sostenere e l’impegno. Un altro mondo davvero, del tutto opposto e antitetico, totalmente alternativo. Ringrazio davvero a mani giunte tutti voi amici, per averlo potuto con voi anche soltanto scorgere, anche solo per un attimo, anche in modo del tutto parziale, ma un solo fotogramma di questa immensa visione rigenera per tutta la vita e concede di non smarrirsi. Grazie a tutti. Marco [Leggi]
Care amiche e amici,

nell’aforisma che riporto, Jung mi ricorda che è molto più facile giudicare che non pensare, capire, immedesimarsi. E’ più facile e moralistico. Non apprezzo particolarmente i moralisti e pertanto mi sono messo i ramponi chiodati ai piedi per non scivolare su queste chine sdrucciolevoli. Dico al contempo che questa immagine per me è emblematica di una parte del nostro mondo e nell’immaginario mi appare evocativa della realtà che una parte giovane della nostra società vive. Non so se si vede bene, la foto non ha una prospettiva chiara e forse questo effetto è voluto dal fotografo. Mostra un ragazzo con una maschera antigas che insuffla droga nel condotto che dovrebbe portare aria decontaminata ai polmoni, per respirare la totalità di quanto possibile e all’interno il fumo riempi lo spazio disponibile tanto che il volto è invisibile, perso nel fumo. Uno strumento di guerra (reperibile facilmente su internet) utilizzato all’incontrario per drogarsi in modo totale, per essere separato da tutto e in contatto solo con la sostanza, con l’evasione, la fuga, l’alienazione, la negazione di sé come individuo pensante e raziocinante. Un essere che sceglie di perdersi, giocando la vita a dati con il futuro, che sceglie di non scegliere. L’offerta del mercato è ampia ed in crescita rapida, si può cambiare continuamente la miscela delle sostanze da assumere per avere effetti sempre diversi, nuovi, stimolanti, inattesi. La curiosità verso lo sconosciuto, il non ancora ancora provato… effetti allucinogeni che portano all’emulazione del leader del gruppo “adulto” di turno, ma in realtà solo deviante e deviato, al quale la cosa che gli riesce bene è far perdere anche altri sulla medesima strada dove lui si è già perso da tempo.

Attenzione ancora allo scivolone moralistico - ma la realtà mi sembra davvero angosciante. Anche se si parla di una percentuale forse minima (forse, ma mai trascurabile) sul totale della popolazione giovanile, rimane comunque un segnale del disagio che è toccante, quasi disperante. Anziché lottare per un mondo nuovo e migliore di quel disastro planetario che sta diventando, anziché studiare e impegnarsi in una analisi profonda che porti a nuovi paradigmi di sviluppo e di prospettive rinnovate, si fugge, ci si fa ostaggi inermi e succubi di un sistema di potere (che forse nemmeno si intravede) al quale serve proprio questo per poter procedere indisturbato e trionfale verso una offerta di falsa libertà carica di suoi profitti privati e di controllo sociale diffuso. Spesso verso la guerra.

La prospettiva spirituale - in senso lato - rimane ancora una volta la liberazione vera, l’incontro con la natura profonda, il contatto con il meraviglioso mistero della vita e della propria identità personale. L’apertura e il cammino, l’affidarsi e il servire, l’amare e il condividere, il sostenere e l’impegno. Un altro mondo davvero, del tutto opposto e antitetico, totalmente alternativo. Ringrazio davvero a mani giunte tutti voi amici, per averlo potuto con voi anche soltanto scorgere, anche solo per un attimo, anche in modo del tutto parziale, ma un solo fotogramma di questa immensa visione rigenera per tutta la vita e concede di non smarrirsi.

Grazie a tutti.

Marco [Chiudi]
Antigas all’incontrario. (Foto: Quotidiano: Il corriere della sera)
"Pensare è difficile, ecco perché la maggior parte delle persone giudica." (Carl Gustav Jung)
25/02/2017: Anno 2017 - Numero 03  File Pdf
Pubblicato il 28/02/2017
Terremoto ad Amatrice in Abruzzo dello scorso anno.
Terremoto ad Amatrice in Abruzzo dello scorso anno.
Care amiche e amici, riporto qui un passo tratto da un lettore di FaceBook che non conosco personalmente, ripreso nell’immediato periodo dopo il terremoto. Lo avevo conservato in un angolo in attesa di poterlo rileggere dopo del tempo per ascoltare cosa altro aveva da dirmi e insegnarmi. Il dolore è sempre una grande scuola di vita. “Credo che questa foto possa dire "tutto", essere un po’ - anche se dura - l'emblema di ciò che stanno vivendo persone come noi colpite da un dramma e una disgrazia evitabile se si pensasse e si progettasse un’Italia diversa dove il valore della natura, della vita e dell'uomo vengano prima di “altri” interessi. Ma in questo Paese l'incapacità e l'ipocrisia dominano così come l'essere asserviti alle politiche di coloro che mettono le nostre vite e la natura all'ultimo posto. E il volontariato e la generosità di ognuno di noi di fronte a queste sciagure sono importanti ma non bastano. Quello che dovremmo fare è ribaltare il concetto dei valori che ci viene imposto dall'alto. Questa foto è l'emblema della generosità, della presenza, del coraggio, dell'umanità e della disgrazia allo stesso tempo. Oggi molti “sentono” questa tragedia e domani la dimenticheranno. Spenti i riflettori sullo show della morte coloro che governano e comandano, tolti gli sguardi di disperata circostanza, riprenderanno a distruggere il nostro BENE COMUNE. Ricordiamocelo e almeno noi, almeno “noi”... NON torniamo nella nostra quotidiana desolazione isolata”. Ritrovo questo messaggio come un accorato appello a mantenere viva la memoria, alla consapevolezza, alla cura dell’altro, al rispetto, alla dignità, a non farsi guidare dalla società dello spettacolo (qualsiasi questo sia, anche la morte), a non strumentalizzare il dolore, a farsi portatori di solidarietà vera e non di maniera, a tenere il cuore aperto e la mente vigile. Come sappiamo molte persone non hanno trovato accoglienza nel breve e l’inverno li ha trovati in rifugi inadeguati per la stagione inclemente. Le responsabilità si possono ascrivere alle persone o alle istituzioni, ma la soluzione non viene dal muovere solo accuse bensì da mutare tutti il cuore verso un’etica e una rivoluzione spirituale che in molti si è o smarrita o rattrappita… Soppiantata dal concetto di “delega” e non di prendere invece parte in modo diretto, dal concetto che “non mi riguarda e qualcuno ci penserà”. Certo non si può far fronte a tutto e ognuno ha la sua vita alle volte anche ben faticosa e complicata, a questo servono, infatti, le istituzioni che devono provvedere e aiutare il popolo nelle difficoltà e nelle tragedie. Questo però secondo me non esclude il prendere parte con cuore sincero al dolore e alle disavventure degli altri che sono delle specie nascoste di nostre controfigure nella scuola di vita. Ricordo a me stesso che tutto è uno e il sentire di separatività è un errore di superbia. Grazie a tutti. Marco [Leggi]
Care amiche e amici,

riporto qui un passo tratto da un lettore di FaceBook che non conosco personalmente, ripreso nell’immediato periodo dopo il terremoto. Lo avevo conservato in un angolo in attesa di poterlo rileggere dopo del tempo per ascoltare cosa altro aveva da dirmi e insegnarmi. Il dolore è sempre una grande scuola di vita.

“Credo che questa foto possa dire "tutto", essere un po’ - anche se dura - l'emblema di ciò che stanno vivendo persone come noi colpite da un dramma e una disgrazia evitabile se si pensasse e si progettasse un’Italia diversa dove il valore della natura, della vita e dell'uomo vengano prima di “altri” interessi. Ma in questo Paese l'incapacità e l'ipocrisia dominano così come l'essere asserviti alle politiche di coloro che mettono le nostre vite e la natura all'ultimo posto. E il volontariato e la generosità di ognuno di noi di fronte a queste sciagure sono importanti ma non bastano. Quello che dovremmo fare è ribaltare il concetto dei valori che ci viene imposto dall'alto. Questa foto è l'emblema della generosità, della presenza, del coraggio, dell'umanità e della disgrazia allo stesso tempo. Oggi molti “sentono” questa tragedia e domani la dimenticheranno. Spenti i riflettori sullo show della morte coloro che governano e comandano, tolti gli sguardi di disperata circostanza, riprenderanno a distruggere il nostro BENE COMUNE. Ricordiamocelo e almeno noi, almeno “noi”... NON torniamo nella nostra quotidiana desolazione isolata”.

Ritrovo questo messaggio come un accorato appello a mantenere viva la memoria, alla consapevolezza, alla cura dell’altro, al rispetto, alla dignità, a non farsi guidare dalla società dello spettacolo (qualsiasi questo sia, anche la morte), a non strumentalizzare il dolore, a farsi portatori di solidarietà vera e non di maniera, a tenere il cuore aperto e la mente vigile. Come sappiamo molte persone non hanno trovato accoglienza nel breve e l’inverno li ha trovati in rifugi inadeguati per la stagione inclemente. Le responsabilità si possono ascrivere alle persone o alle istituzioni, ma la soluzione non viene dal muovere solo accuse bensì da mutare tutti il cuore verso un’etica e una rivoluzione spirituale che in molti si è o smarrita o rattrappita… Soppiantata dal concetto di “delega” e non di prendere invece parte in modo diretto, dal concetto che “non mi riguarda e qualcuno ci penserà”. Certo non si può far fronte a tutto e ognuno ha la sua vita alle volte anche ben faticosa e complicata, a questo servono, infatti, le istituzioni che devono provvedere e aiutare il popolo nelle difficoltà e nelle tragedie. Questo però secondo me non esclude il prendere parte con cuore sincero al dolore e alle disavventure degli altri che sono delle specie nascoste di nostre controfigure nella scuola di vita. Ricordo a me stesso che tutto è uno e il sentire di separatività è un errore di superbia.

Grazie a tutti.

Marco [Chiudi]
Terremoto ad Amatrice in Abruzzo dello scorso anno.
"Tutti coloro che sono infelici hanno cercato solo la propria felicità. Chi non scambia la propria felicità con il dolore del mondo, non trova la via." (Anonimo)
11/02/2017: Anno 2017 - Numero 02  File Pdf
Pubblicato il 28/02/2017
In cammino.
In cammino.
Care amiche e amici, dopo l’ultimo numero del notiziario, la Comunità ha tenuto alle Oblate un incontro per esaminare la situazione e i temi che erano stati riportati. La volontà di tutti i presenti è stata quella di proseguire il cammino insieme e di impegnarsi per il rilancio e il sostegno delle iniziative e degli incontri di meditazione collettivi. Lo Zefiro continua le pubblicazioni, da questo numero con cadenza quindicinale (e non più settimanale) almeno fino a tutto il mese di giugno prossimo per accompagnarci durante questa parte dell’anno nel completamento degli incontri interreligiosi che erano già a calendario. Ringrazio personalmente tutte le persone presenti e quelle che non sono potute venire, ma che hanno a cuore questa Comunità e desiderano il suo bene e il proseguimento degli impegni che ci competono. Penso che la nostra attenzione si debba rivolgere all’offerta del servizio che ciascuno è chiamato a porgere, e questo in una pluralità di situazioni della vita, dalla sfera personale a quella familiare fino a quella rivolta più verso l‘esterno. Per fare questo non serve tanto il senso del dovere quanto, secondo me, riconoscere il valore che questo impegno dona a ciascuno e agli altri come completamento esistenziale per il fatto di essere al mondo, offrendo uno scopo e un fine, un senso in qualche modo. E questo è molto, credo. Molto. Perché è proprio la mancanza di senso che dilania in profondità le coscienze in una società come quella che viviamo: che disperde valori, dove non c’è una forma definita, dove va tutto bene e tutto male allo stesso tempo, dove non si riconoscono punti fermi e i riferimenti una volta certi diventano molto sfumati, superati, persi. La società liquida appunto denunciata da Zygmunt Bauman e controllata dal “pensiero unico” dominante. I giovani ne soffrono particolarmente perché non hanno nemmeno il ricordo di un mondo diverso (anche se non è vero che “una volta” si stava poi così meglio…). E’ vero che i problemi ci sono sempre stati, ma in questo periodo mi sembra che si moltiplichino, si complichino, si intersechino fino a formare un groviglio … Quindi una Comunità di incontro e dialogo come quella nella quale ci riconosciamo, dove si ama il silenzio e l’accoglienza, è un valore rilevante che va considerato con cura per la sua importanza e per la sua unicità. Buon cammino amici tutti e insieme la strada ci sarà lieve! Grazie a tutti. Marco [Leggi]
Care amiche e amici,

dopo l’ultimo numero del notiziario, la Comunità ha tenuto alle Oblate un incontro per esaminare la situazione e i temi che erano stati riportati. La volontà di tutti i presenti è stata quella di proseguire il cammino insieme e di impegnarsi per il rilancio e il sostegno delle iniziative e degli incontri di meditazione collettivi. Lo Zefiro continua le pubblicazioni, da questo numero con cadenza quindicinale (e non più settimanale) almeno fino a tutto il mese di giugno prossimo per accompagnarci durante questa parte dell’anno nel completamento degli incontri interreligiosi che erano già a calendario.

Ringrazio personalmente tutte le persone presenti e quelle che non sono potute venire, ma che hanno a cuore questa Comunità e desiderano il suo bene e il proseguimento degli impegni che ci competono. Penso che la nostra attenzione si debba rivolgere all’offerta del servizio che ciascuno è chiamato a porgere, e questo in una pluralità di situazioni della vita, dalla sfera personale a quella familiare fino a quella rivolta più verso l‘esterno. Per fare questo non serve tanto il senso del dovere quanto, secondo me, riconoscere il valore che questo impegno dona a ciascuno e agli altri come completamento esistenziale per il fatto di essere al mondo, offrendo uno scopo e un fine, un senso in qualche modo. E questo è molto, credo. Molto. Perché è proprio la mancanza di senso che dilania in profondità le coscienze in una società come quella che viviamo: che disperde valori, dove non c’è una forma definita, dove va tutto bene e tutto male allo stesso tempo, dove non si riconoscono punti fermi e i riferimenti una volta certi diventano molto sfumati, superati, persi. La società liquida appunto denunciata da Zygmunt Bauman e controllata dal “pensiero unico” dominante. I giovani ne soffrono particolarmente perché non hanno nemmeno il ricordo di un mondo diverso (anche se non è vero che “una volta” si stava poi così meglio…). E’ vero che i problemi ci sono sempre stati, ma in questo periodo mi sembra che si moltiplichino, si complichino, si intersechino fino a formare un groviglio … Quindi una Comunità di incontro e dialogo come quella nella quale ci riconosciamo, dove si ama il silenzio e l’accoglienza, è un valore rilevante che va considerato con cura per la sua importanza e per la sua unicità.

Buon cammino amici tutti e insieme la strada ci sarà lieve!

Grazie a tutti.

Marco [Chiudi]
In cammino.
"La chiave non è l'ascesa dell'uomo al cielo, ma è piuttosto … la discesa dello Spirito nella umanità, e la trasformazione della sua natura terrena. Infatti questa trasformazione, non è una qualche salvezza post mortem, ma è la vera nuova nascita che l'umanità attende come coronamento del suo lungo, oscuro e penoso cammino." (Sri Aurobindo)
04/02/2017: Anno 2017 - Numero 01  File Pdf
Pubblicato il 03/02/2017
Proviamoci.
Proviamoci.
Care amiche e cari amici, come forse avete notato sono saltati alcuni numeri del notiziario. Non è stato casuale. Attendevo ritorni in proposito e sinceramente mi ha sorpreso che per chiedere notizie in proposito hanno scritto solo tre o quattro persone e nessuna tradizione religiosa. Già da fine dicembre per rispondere in modo puntuale a eventuali richieste o proteste avevo preparato quanto segue, che ho adesso deciso di inviare comunque, anche se non ci sono state appunto sollecitazioni in merito. Auguro buona lettura per chi avrà pazienze di visionare. Ciao a tutti. Marco In questi ultimi giorni di dicembre 2016 sono pervenuto, dopo molto riflettere e ascoltarmi dentro, alla decisione di non pubblicare più il notiziario “Lo Zefiro” della Comunità Interreligiosa di Meditazione. L’ultimo numero uscito prima di Natale 2016 non avrà pertanto un seguito a gennaio. Dopo almeno dieci anni di presenza costante, con più di ottocento invii settimanali e con la contemporanea presenza sul sito WEB e pagina FB, il notiziario cessa le pubblicazioni e il suo servizio. Perché? Faccio un passo indietro per cercare di ricordare e contestualizzare. Il notiziario nacque quasi contemporaneamente alla Comunità Interreligiosa agli inizi degli anni 2000. Da molti anni, infatti, ho assunto in modo volontario e non sollecitato, l’incarico di inviare gratuitamente attraverso “Lo Zefiro” comunicazioni riguardanti le attività della Comunità a tutte le persone che ne facevano richiesta. Questa necessità emerse nella Comunità perché si sentiva la necessità di essere tutti informati riguardo al luogo dove si svolgevano gli incontri di Meditazione, specialmente per quelli itineranti che cambiano sede ogni mese. Nel tempo poi queste prime brevissime comunicazioni sono diventate più corpose perché si manifestò, mediante l’utilizzo di un unico strumento, l’interesse di informare le persone degli eventi che le varie tradizioni religiose e centri spirituali proponevano al loro interno e con apertura verso l’esterno, utilizzando un contatto che arrivava già a molti. Fu così che il notiziario diventò un elemento di condivisione della vita delle varie realtà che si riconoscevano negli incontri Interreligiosi, in una logica che voleva essere completamente libera, disinteressata e di apertura all’altro chiunque esso fosse. Si richiedeva, infatti, come del resto per gli incontri delle Meditazioni, solo interesse all’ascolto e al dialogo, senza assumere in alcun modo atteggiamenti da leader e tanto meno fare proselitismo. La Comunità si stava formando e c’era una spinta forte alla creatività, al voler esserci e ad avere anche mezzi di relazione e contatto. Gli anni sono passati mantenendo una pratica costante degli incontri di Meditazione e oltre a quanto appena detto la Comunità ha avuto la capacità di esprimere una sua vitalità attraverso la realizzazione di Convegni annuali che venivano progettati in gruppo con chiunque desiderasse partecipare alla definizione del tema – sempre molto stimolante – e della organizzazione in generale con scalette di interventi che si succedevano per un’intera giornata. Gli organizzatori non erano tantissimi ma sufficienti nel numero per svolgere un buon lavoro e spesso chi non poteva essere presente faceva sentire la partecipazione attraverso messaggi di buon lavoro e tenendosi informato degli sviluppi. C’era un desiderio di esserci, in qualche modo, che si per-cepiva distintamente. Il tempo dedicato alla definizione del progetto era speso in modo molto interessante e chi partecipava affermava che si sentiva bene e felice di assistere a qualcosa che si percepiva condiviso, importante, bello e originale nella sua peculiarità di esistenza. A me è sembrato, a volte, che la fase di realizzazione e progetto portava alla Comunità una coesione e un’identità anche maggiore di quella che si esprimeva poi nel momento del Convegno stesso. E così cammina cammina arriviamo ai giorni nostri, dove qualcosa mi sembra che sia cambiato in termini di presenza e di dialogo tra le tradizioni e gruppi che compongono questo particolare e inusuale organismo che è la Comunità; un insieme di persone come sappiamo che non ha una sua forma istituzionale e gerarchica definita ma che esiste da sedici anni solo grazie al desiderio da parte di ciascuno di esserci, di partecipare, di portare il proprio contributo anche minimo ed è stato solo questo aspetto sottile ma forte che ha creato quel tessuto che ha permesso di evolvere, di esistere come presenza costante e sobria. Che cosa è accaduto quindi? Semplicemente da qualche tempo (è da più di un anno, mi sembra) sento sempre più flebile quella propensione alla presenza e alla condivisione di cui dicevo poco fa. Più volte ho segnalato questo in modo discreto e non invasivo a varie persone con cui mi capitava di condividere, ricevendo spesso un loro assenso di massima a questa impressione di sfilacciamento nei rapporti – impressione che quindi sentivo in parte condivisa ma alla quale non si riteneva di voler dare al momento uno stimolo a un superamento o a una risoluzione della diffi-coltà. Faccio degli esempi (quanto sotto esposto lo riporto in prima persona anche se l’ho sempre condiviso e vissuto con Sandra con la quale svolgo tutte le attività di cui mi occupo). Il calendario degli incontri di meditazione è proposto e formalizzato solo da me (con esclusione di quello che fa riferimento all’Oblate che è a cura di Marco Romoli il quale ha da sempre i contatti necessari con il Comune di Firenze). Non ci sono riunioni organizzative o altro come una volta accadeva. Si è creata, in questo e in altri punti che seguono, una sorta di delega verso di me e mi trovo in questo modo tenutario del Notiziario e della programmazione di quanto proponiamo senza significativi ritorni e riscontri da parte di altri componenti la Comunità. Manca quindi un lavoro di gruppo che porti a una coesione d’intenti. Quest’anno non ho proposto di organizzare il Convegno e nessuno ha espresso questa proposta. Ormai è tardi per procedere e non credo che sarà possibile farlo. Perché ho deliberatamente taciuto? Perché non ho spronato? Abbiamo sempre detto che non abbiamo capi o tradizioni dominanti che esistiamo perché le persone desiderano incontrarsi e condividere. Non ci sono capi e tanto meno io che non lo so nemmeno fare. Se il desiderio non parte da ognuno di noi cosa significa? Forse vuol dire che non c’è più? Che significato ha il silenzio in questo caso? Si vuole parlare e non si riesce o è assenza? Domande appunto, ma per me senza risposta … Che significato possiamo dare al fatto che non ci sono persone che prendono il telefono per chiede-re? Che vogliono sapere “Come mai non si fa il Convegno quest’anno …?” Gli incontri di Dialogo sono nati più recentemente degli altri incontri, in seguito alla richiesta che una volta si manifestò da parte di diverse persone di avere oltre al silenzio proprio della pratica meditativa anche uno spazio di confronto verbale tra di noi, che arricchisse il silenzio contemplativo. L’iniziativa partì bene ma nell’ultimo periodo gli incontri sono stati disattesi, sino ad arrivare a poche persone presenti. Pensai di proporre allo scopo di stimolare la presenza di meditatori, per quest’anno come tema il dialogo su “I nomi di Dio” con un riscontro solo parziale di presenze desiderose di ascoltare e confrontarsi. Mi spiace di questa situazione anche perché la sede degli incontri è offerta dalla Comunità Avventista, che si è fatta tramite per agevolare l’ospitalità. Il resoconto degli incontri è tra l’altro riportato nel sito web tramite un verbale dettagliato, quasi sempre fatto da Saverio. Riguardo agli incontri Itineranti, molto disattesi purtroppo anche questi, mi era venuta per quest’anno l’idea di integrarli, in sostituzione delle tradizionali letture preliminari, con la proposta di canti, kirtan e danze – a scelta – della tradizione ospitante. E’ stata una proposta apprezzata ma non è riuscita a stimolare una presenza eterogenea agli incontri ai quali partecipa di massima solo la tradizione ospitante e quindi hanno poco di Interreligioso … Gli incontri alle Oblate sono frequentati da molte meno persone, e se ancora una volta non è solo una questione numerica, la sostanza emerge nella variazione rispetto a tempi precedenti. Marco Romoli mi confidava la sua perplessità e scoramento nel notare questo, non capacitandosi delle motivazioni se non i “tempi difficili” che attraversiamo. Questo è sicuramente vero, ma non dovrebbe essere che proprio nei tempi difficili ci si fa tutti più vicini per darci sostegno l’un l’altro con solidarietà? Per lo Zefiro, ricevo regolarmente la mail per le inserzioni (alle volte mi chiedo se sono solo annunci mandati alle liste dei contatti dove sono presente anche io e che poi ricevendoli posso provvedere quindi all’inserzione dell’annuncio, anche se è vero che ricevo alle volte delle mail personali ma è una cosa molto rara). Ho chiesto più volte se qualcuno era interessato a pren-dersene cura personalmente e poter fare un passaggio di consegne dopo tanti anni, ma non ho ricevuto riscontri, comunque per me non sarebbe un problema perché l’ho sempre fatto volen-tieri. Gli annunci che mi arrivano non sono quasi mai preparati ad hoc per il notiziario e ogni volta devo riformattare e correggere il testo con possibilità di errori e impegno di tempo che non sempre ho a disposizione a causa degli impegni lavorativi che purtroppo sono ancora molto pressanti. Mi sembra che la redazione e diffusione è diventata nel tempo come una cosa mia personale e tanto vale. Quest’aspetto della delega mi lascia ancora una volta perplesso e ricordo bene che questo servizio non è nato con tale intendimento e, infatti, non l’ho assunto asso-lutamente allo scopo poter avere un ruolo rilevante, di visibilità, d’importanza o di valore nella Comunità. La mia è solo un’offerta che se non è condivisa e sostenuta da tutti perde il suo senso fondamentale, almeno per me. Pongo una domanda su cosa pensare in proposito. Ecco, interrompo qui l’elenco per non renderlo troppo noioso. Questi sono gli aspetti più importanti che mi hanno portato a maturare la decisione di lasciare questo servizio. Non è stata una decisione facile, certo non di comodo. Ho attraversato giorni difficili, con senso di incompletezza e timore di fare una cosa sbagliata e d'incertezza anche verso me stesso. Vivevo un senso di fallimento e di perdita, di dolore per non essere riuscito in un intento. A fare cosa poi? Cosa è che dovevo fare e che invece non riuscivo? Quali sono le aspettative che mi si conferiscono? E queste sono in qualche modo divenute obblighi? Credo di buon grado che in gran parte la causa di questa situazione non sia ascrivibile alla mia persona o a una incapacità nelle relazioni e nel dialogo. Da dove arriva quindi questa decisione di lasciare le pubblicazioni? Ecco questa è una buona domanda. Mi chiedo quanti se la porranno dopo il silenzio che si aprirà a gennaio e se nascerà in seguito un dibattito su questo da parte di qualcuno che percepisca e ascolti questo silenzio. Non è il silenzio della meditazione, che a me piace molto, ma è un silenzio che si interroga e che vorrebbe essere finanche assordante, nelle domande che pone … Quali domande? Per esempio cosa è per noi tutti una Comunità? O cosa dovrebbe essere per chiamarsi tale? Si realizza in un incontro di persone che sono presenti ad appuntamenti (incontri che purtroppo vedono una presenza sporadica)? Un insieme di persone che sono in realtà forse troppo utenti, cioè utilizzatori di eventi proposti da altri e non membri attivi che partecipano alla realizzazione. Può darsi che si partecipi quando se ne ha voglia o agio senza sentire di essere in un servizio attivo e di sostegno per se stessi e per gli altri? Ci si sente responsabili di dare aiuto a sé e agli altri? E se no che cosa è la Comunità? E cosa c’è nel cuore e nel desiderio di partecipazione? C’è un prendersi cura di quanto facciamo? Che valore gli si dà? Ho partecipato a meditazioni con quattro persone compreso me - questo non è avvenuto solo una volta – e la cosa che mi lascia più perplesso non è il basso numero di partecipanti, che può avere anche oggettive motivazioni contingenti, ma è che persone che frequentavano con costanza e partecipazione, all’improvviso, di colpo, cessano di essere presenti e non danno alcun segnale, non un saluto o un avviso. Un comunicare la prossima assenza prima di andare via sarebbe troppo? Semplicemente non si viene più. Così senza un motivo comprensibile per chi resta e questo accade sia per la singola persona che per intere tradizioni spirituali che lasciano dei vuoti ancora più visibili e sensibili, fisici. Potrebbe sembrare una qualche superficialità, o trascuratezza verso le altre persone, ma non voglio dare giudizio, mi interessa solo porre la domanda … La domanda che pongo è che cosa sia l’amicizia e la fraternità, quanto sia forte il suo legame? Cosa è una Comunità? Ha a che fare con il concetto di prendersi cura? Di avere presente che la sua esistenza è innestata nella vita delle persone che partecipano come un elemento di rilievo non trascurabile? Non è certo assimilabile alla cura che si riserva ad un figlio o una persona cara e non lo può essere, ma non dovrebbe essere simile nemmeno a quella che si ha verso una cosa di rilevanza marginale, trascurabile. Mi sono mai chiesto davvero quanto ci tengo? Quanto mi mancherebbe se non ci fosse, quanto sono disposto a fare perché sia vigorosa e in buona salute? Certo ognuna delle persone presenti nella Comunità ha un suo gruppo spirituale di rife-rimento, a cui appartiene e che segue con devozione e amore, gruppi che hanno scadenze e incontri fissati, importanti a cui non mancare. Questa è un’ottima cosa e non mi sogno certo di proporre di trascurare la propria pratica o disattenderla a favore di altro. Al contempo se non riusciamo veramente ad essere anche Comunità Interreligiosa credo che non serva un notiziario. A quale scopo servirebbe? Alla fine rischierebbe solo di essere un arnese molesto, una presenza non troppo desiderata, proprio perché non necessaria. Da qui la mia decisione, con la quale in realtà – e questo lo dico sottolineandolo – in qualche modo sto lanciando l’ultimo sasso nel lago, per cercare di smuovere acque che mi sembrano troppo chete e far riprendere il dialogo e la voglia di esserci. Amo questa Comunità e non vorrei che morisse, ma non so più come fare a ridestare quell’entusiasmo che una volta univa le persone, che dava un senso di futuro e di scopo, che creava progetti (ricordate quanti incontri per il progetto della tenda in piazza del Natale 2011 e l’eccezionale nevicata che vanificò tutto nella pratica ma non nel cuore? Ho ancora le registrazioni audio degli incontri… e che adesso non sento più vitale e incalzante. Sono per altro ben cosciente del rischio che questa mia decisione comporta perché immagino che senza un notiziario diffuso si potrebbe accelerare in modo repentino quel processo di dissolvimento delle presenze che è già in atto e portare a un’oggettiva inconsistenza la pratica degli incontri. Ci ho pensato a lungo ed è un rischio grosso, è vero, ma è necessario reagire ad un assopimento, ed è indispensabile ritrovare un rinnovato impegno e ripresa dell’interesse da parte di tutti nel portare avanti quanto una volta intrapreso con passione. Dipende quindi molto dalle persone che riusciranno ad accorgersi dei cambiamenti, che qualcosa adesso sta mancando (se effettivamente qualcosa manca …) e che si potranno esprimere per proporre cosa potrà essere fatto in merito, perché si senta che la Comunità è di tutti, a tutti appartiene in modo equanime, e non si può fare a meno di nessuna persona senza patire della sua mancanza perché ogni presenza è per quanto minuta sempre insostituibile. Attenderò con pazienza senza aspettative e senza curiosità. In silenzio. Andrà bene comunque, parchè l’impermanenza delle cose è una delle leggi cosmiche che ci regolano, come mi hanno insegnato, ed è portatrice alle volte di scomparsa e alle volte di nascita. Saluto colui che non so se mi ascolta, con un sorriso benevolo e un sospiro rigenerante. [Leggi]
Care amiche e cari amici,

come forse avete notato sono saltati alcuni numeri del notiziario. Non è stato casuale. Attendevo ritorni in proposito e sinceramente mi ha sorpreso che per chiedere notizie in proposito hanno scritto solo tre o quattro persone e nessuna tradizione religiosa.

Già da fine dicembre per rispondere in modo puntuale a eventuali richieste o proteste avevo preparato quanto segue, che ho adesso deciso di inviare comunque, anche se non ci sono state appunto sollecitazioni in merito.

Auguro buona lettura per chi avrà pazienze di visionare.

Ciao a tutti.

Marco

In questi ultimi giorni di dicembre 2016 sono pervenuto, dopo molto riflettere e ascoltarmi dentro, alla decisione di non pubblicare più il notiziario “Lo Zefiro” della Comunità Interreligiosa di Meditazione. L’ultimo numero uscito prima di Natale 2016 non avrà pertanto un seguito a gennaio. Dopo almeno dieci anni di presenza costante, con più di ottocento invii settimanali e con la contemporanea presenza sul sito WEB e pagina FB, il notiziario cessa le pubblicazioni e il suo servizio. Perché?

Faccio un passo indietro per cercare di ricordare e contestualizzare.

Il notiziario nacque quasi contemporaneamente alla Comunità Interreligiosa agli inizi degli anni 2000. Da molti anni, infatti, ho assunto in modo volontario e non sollecitato, l’incarico di inviare gratuitamente attraverso “Lo Zefiro” comunicazioni riguardanti le attività della Comunità a tutte le persone che ne facevano richiesta. Questa necessità emerse nella Comunità perché si sentiva la necessità di essere tutti informati riguardo al luogo dove si svolgevano gli incontri di Meditazione, specialmente per quelli itineranti che cambiano sede ogni mese. Nel tempo poi queste prime brevissime comunicazioni sono diventate più corpose perché si manifestò, mediante l’utilizzo di un unico strumento, l’interesse di informare le persone degli eventi che le varie tradizioni religiose e centri spirituali proponevano al loro interno e con apertura verso l’esterno, utilizzando un contatto che arrivava già a molti. Fu così che il notiziario diventò un elemento di condivisione della vita delle varie realtà che si riconoscevano negli incontri Interreligiosi, in una logica che voleva essere completamente libera, disinteressata e di apertura all’altro chiunque esso fosse. Si richiedeva, infatti, come del resto per gli incontri delle Meditazioni, solo interesse all’ascolto e al dialogo, senza assumere in alcun modo atteggiamenti da leader e tanto meno fare proselitismo. La Comunità si stava formando e c’era una spinta forte alla creatività, al voler esserci e ad avere anche mezzi di relazione e contatto.

Gli anni sono passati mantenendo una pratica costante degli incontri di Meditazione e oltre a quanto appena detto la Comunità ha avuto la capacità di esprimere una sua vitalità attraverso la realizzazione di Convegni annuali che venivano progettati in gruppo con chiunque desiderasse partecipare alla definizione del tema – sempre molto stimolante – e della organizzazione in generale con scalette di interventi che si succedevano per un’intera giornata. Gli organizzatori non erano tantissimi ma sufficienti nel numero per svolgere un buon lavoro e spesso chi non poteva essere presente faceva sentire la partecipazione attraverso messaggi di buon lavoro e tenendosi informato degli sviluppi. C’era un desiderio di esserci, in qualche modo, che si per-cepiva distintamente. Il tempo dedicato alla definizione del progetto era speso in modo molto interessante e chi partecipava affermava che si sentiva bene e felice di assistere a qualcosa che si percepiva condiviso, importante, bello e originale nella sua peculiarità di esistenza. A me è sembrato, a volte, che la fase di realizzazione e progetto portava alla Comunità una coesione e un’identità anche maggiore di quella che si esprimeva poi nel momento del Convegno stesso.

E così cammina cammina arriviamo ai giorni nostri, dove qualcosa mi sembra che sia cambiato in termini di presenza e di dialogo tra le tradizioni e gruppi che compongono questo particolare e inusuale organismo che è la Comunità; un insieme di persone come sappiamo che non ha una sua forma istituzionale e gerarchica definita ma che esiste da sedici anni solo grazie al desiderio da parte di ciascuno di esserci, di partecipare, di portare il proprio contributo anche minimo ed è stato solo questo aspetto sottile ma forte che ha creato quel tessuto che ha permesso di evolvere, di esistere come presenza costante e sobria.

Che cosa è accaduto quindi? Semplicemente da qualche tempo (è da più di un anno, mi sembra) sento sempre più flebile quella propensione alla presenza e alla condivisione di cui dicevo poco fa. Più volte ho segnalato questo in modo discreto e non invasivo a varie persone con cui mi capitava di condividere, ricevendo spesso un loro assenso di massima a questa impressione di sfilacciamento nei rapporti – impressione che quindi sentivo in parte condivisa ma alla quale non si riteneva di voler dare al momento uno stimolo a un superamento o a una risoluzione della diffi-coltà.

Faccio degli esempi (quanto sotto esposto lo riporto in prima persona anche se l’ho sempre condiviso e vissuto con Sandra con la quale svolgo tutte le attività di cui mi occupo).

Il calendario degli incontri di meditazione è proposto e formalizzato solo da me (con esclusione di quello che fa riferimento all’Oblate che è a cura di Marco Romoli il quale ha da sempre i contatti necessari con il Comune di Firenze). Non ci sono riunioni organizzative o altro come una volta accadeva. Si è creata, in questo e in altri punti che seguono, una sorta di delega verso di me e mi trovo in questo modo tenutario del Notiziario e della programmazione di quanto proponiamo senza significativi ritorni e riscontri da parte di altri componenti la Comunità. Manca quindi un lavoro di gruppo che porti a una coesione d’intenti.

Quest’anno non ho proposto di organizzare il Convegno e nessuno ha espresso questa proposta. Ormai è tardi per procedere e non credo che sarà possibile farlo. Perché ho deliberatamente taciuto? Perché non ho spronato? Abbiamo sempre detto che non abbiamo capi o tradizioni dominanti che esistiamo perché le persone desiderano incontrarsi e condividere. Non ci sono capi e tanto meno io che non lo so nemmeno fare. Se il desiderio non parte da ognuno di noi cosa significa? Forse vuol dire che non c’è più? Che significato ha il silenzio in questo caso? Si vuole parlare e non si riesce o è assenza? Domande appunto, ma per me senza risposta … Che significato possiamo dare al fatto che non ci sono persone che prendono il telefono per chiede-re? Che vogliono sapere “Come mai non si fa il Convegno quest’anno …?”

Gli incontri di Dialogo sono nati più recentemente degli altri incontri, in seguito alla richiesta che una volta si manifestò da parte di diverse persone di avere oltre al silenzio proprio della pratica meditativa anche uno spazio di confronto verbale tra di noi, che arricchisse il silenzio contemplativo. L’iniziativa partì bene ma nell’ultimo periodo gli incontri sono stati disattesi, sino ad arrivare a poche persone presenti. Pensai di proporre allo scopo di stimolare la presenza di meditatori, per quest’anno come tema il dialogo su “I nomi di Dio” con un riscontro solo parziale di presenze desiderose di ascoltare e confrontarsi. Mi spiace di questa situazione anche perché la sede degli incontri è offerta dalla Comunità Avventista, che si è fatta tramite per agevolare l’ospitalità. Il resoconto degli incontri è tra l’altro riportato nel sito web tramite un verbale dettagliato, quasi sempre fatto da Saverio.

Riguardo agli incontri Itineranti, molto disattesi purtroppo anche questi, mi era venuta per quest’anno l’idea di integrarli, in sostituzione delle tradizionali letture preliminari, con la proposta di canti, kirtan e danze – a scelta – della tradizione ospitante. E’ stata una proposta apprezzata ma non è riuscita a stimolare una presenza eterogenea agli incontri ai quali partecipa di massima solo la tradizione ospitante e quindi hanno poco di Interreligioso …

Gli incontri alle Oblate sono frequentati da molte meno persone, e se ancora una volta non è solo una questione numerica, la sostanza emerge nella variazione rispetto a tempi precedenti. Marco Romoli mi confidava la sua perplessità e scoramento nel notare questo, non capacitandosi delle motivazioni se non i “tempi difficili” che attraversiamo. Questo è sicuramente vero, ma non dovrebbe essere che proprio nei tempi difficili ci si fa tutti più vicini per darci sostegno l’un l’altro con solidarietà?

Per lo Zefiro, ricevo regolarmente la mail per le inserzioni (alle volte mi chiedo se sono solo annunci mandati alle liste dei contatti dove sono presente anche io e che poi ricevendoli posso provvedere quindi all’inserzione dell’annuncio, anche se è vero che ricevo alle volte delle mail personali ma è una cosa molto rara). Ho chiesto più volte se qualcuno era interessato a pren-dersene cura personalmente e poter fare un passaggio di consegne dopo tanti anni, ma non ho ricevuto riscontri, comunque per me non sarebbe un problema perché l’ho sempre fatto volen-tieri. Gli annunci che mi arrivano non sono quasi mai preparati ad hoc per il notiziario e ogni volta devo riformattare e correggere il testo con possibilità di errori e impegno di tempo che non sempre ho a disposizione a causa degli impegni lavorativi che purtroppo sono ancora molto pressanti. Mi sembra che la redazione e diffusione è diventata nel tempo come una cosa mia personale e tanto vale. Quest’aspetto della delega mi lascia ancora una volta perplesso e ricordo bene che questo servizio non è nato con tale intendimento e, infatti, non l’ho assunto asso-lutamente allo scopo poter avere un ruolo rilevante, di visibilità, d’importanza o di valore nella Comunità. La mia è solo un’offerta che se non è condivisa e sostenuta da tutti perde il suo senso fondamentale, almeno per me. Pongo una domanda su cosa pensare in proposito.

Ecco, interrompo qui l’elenco per non renderlo troppo noioso. Questi sono gli aspetti più importanti che mi hanno portato a maturare la decisione di lasciare questo servizio. Non è stata una decisione facile, certo non di comodo. Ho attraversato giorni difficili, con senso di incompletezza e timore di fare una cosa sbagliata e d'incertezza anche verso me stesso. Vivevo un senso di fallimento e di perdita, di dolore per non essere riuscito in un intento. A fare cosa poi? Cosa è che dovevo fare e che invece non riuscivo? Quali sono le aspettative che mi si conferiscono? E queste sono in qualche modo divenute obblighi?

Credo di buon grado che in gran parte la causa di questa situazione non sia ascrivibile alla mia persona o a una incapacità nelle relazioni e nel dialogo. Da dove arriva quindi questa decisione di lasciare le pubblicazioni? Ecco questa è una buona domanda. Mi chiedo quanti se la porranno dopo il silenzio che si aprirà a gennaio e se nascerà in seguito un dibattito su questo da parte di qualcuno che percepisca e ascolti questo silenzio. Non è il silenzio della meditazione, che a me piace molto, ma è un silenzio che si interroga e che vorrebbe essere finanche assordante, nelle domande che pone …

Quali domande? Per esempio cosa è per noi tutti una Comunità? O cosa dovrebbe essere per chiamarsi tale? Si realizza in un incontro di persone che sono presenti ad appuntamenti (incontri che purtroppo vedono una presenza sporadica)? Un insieme di persone che sono in realtà forse troppo utenti, cioè utilizzatori di eventi proposti da altri e non membri attivi che partecipano alla realizzazione. Può darsi che si partecipi quando se ne ha voglia o agio senza sentire di essere in un servizio attivo e di sostegno per se stessi e per gli altri? Ci si sente responsabili di dare aiuto a sé e agli altri? E se no che cosa è la Comunità? E cosa c’è nel cuore e nel desiderio di partecipazione? C’è un prendersi cura di quanto facciamo? Che valore gli si dà? Ho partecipato a meditazioni con quattro persone compreso me - questo non è avvenuto solo una volta – e la cosa che mi lascia più perplesso non è il basso numero di partecipanti, che può avere anche oggettive motivazioni contingenti, ma è che persone che frequentavano con costanza e partecipazione, all’improvviso, di colpo, cessano di essere presenti e non danno alcun segnale, non un saluto o un avviso. Un comunicare la prossima assenza prima di andare via sarebbe troppo? Semplicemente non si viene più. Così senza un motivo comprensibile per chi resta e questo accade sia per la singola persona che per intere tradizioni spirituali che lasciano dei vuoti ancora più visibili e sensibili, fisici. Potrebbe sembrare una qualche superficialità, o trascuratezza verso le altre persone, ma non voglio dare giudizio, mi interessa solo porre la domanda … La domanda che pongo è che cosa sia l’amicizia e la fraternità, quanto sia forte il suo legame?

Cosa è una Comunità? Ha a che fare con il concetto di prendersi cura? Di avere presente che la sua esistenza è innestata nella vita delle persone che partecipano come un elemento di rilievo non trascurabile? Non è certo assimilabile alla cura che si riserva ad un figlio o una persona cara e non lo può essere, ma non dovrebbe essere simile nemmeno a quella che si ha verso una cosa di rilevanza marginale, trascurabile. Mi sono mai chiesto davvero quanto ci tengo? Quanto mi mancherebbe se non ci fosse, quanto sono disposto a fare perché sia vigorosa e in buona salute? Certo ognuna delle persone presenti nella Comunità ha un suo gruppo spirituale di rife-rimento, a cui appartiene e che segue con devozione e amore, gruppi che hanno scadenze e incontri fissati, importanti a cui non mancare. Questa è un’ottima cosa e non mi sogno certo di proporre di trascurare la propria pratica o disattenderla a favore di altro. Al contempo se non riusciamo veramente ad essere anche Comunità Interreligiosa credo che non serva un notiziario. A quale scopo servirebbe? Alla fine rischierebbe solo di essere un arnese molesto, una presenza non troppo desiderata, proprio perché non necessaria.

Da qui la mia decisione, con la quale in realtà – e questo lo dico sottolineandolo – in qualche modo sto lanciando l’ultimo sasso nel lago, per cercare di smuovere acque che mi sembrano troppo chete e far riprendere il dialogo e la voglia di esserci. Amo questa Comunità e non vorrei che morisse, ma non so più come fare a ridestare quell’entusiasmo che una volta univa le persone, che dava un senso di futuro e di scopo, che creava progetti (ricordate quanti incontri per il progetto della tenda in piazza del Natale 2011 e l’eccezionale nevicata che vanificò tutto nella pratica ma non nel cuore? Ho ancora le registrazioni audio degli incontri… e che adesso non sento più vitale e incalzante. Sono per altro ben cosciente del rischio che questa mia decisione comporta perché immagino che senza un notiziario diffuso si potrebbe accelerare in modo repentino quel processo di dissolvimento delle presenze che è già in atto e portare a un’oggettiva inconsistenza la pratica degli incontri. Ci ho pensato a lungo ed è un rischio grosso, è vero, ma è necessario reagire ad un assopimento, ed è indispensabile ritrovare un rinnovato impegno e ripresa dell’interesse da parte di tutti nel portare avanti quanto una volta intrapreso con passione.

Dipende quindi molto dalle persone che riusciranno ad accorgersi dei cambiamenti, che qualcosa adesso sta mancando (se effettivamente qualcosa manca …) e che si potranno esprimere per proporre cosa potrà essere fatto in merito, perché si senta che la Comunità è di tutti, a tutti appartiene in modo equanime, e non si può fare a meno di nessuna persona senza patire della sua mancanza perché ogni presenza è per quanto minuta sempre insostituibile.

Attenderò con pazienza senza aspettative e senza curiosità. In silenzio. Andrà bene comunque, parchè l’impermanenza delle cose è una delle leggi cosmiche che ci regolano, come mi hanno insegnato, ed è portatrice alle volte di scomparsa e alle volte di nascita.

Saluto colui che non so se mi ascolta, con un sorriso benevolo e un sospiro rigenerante. [Chiudi]
Proviamoci.
"Ognuno di noi è una goccia d'acqua. Quest'acqua a un certo momento o evapora nel nulla o cade nel mare... Quando noi moriamo cosa capita alla mia goccia d'acqua? Dipende da chi sono io: la goccia d'acqua o l'acqua della goccia? Se sono la goccia d'acqua, la goccia d'acqua sparisce, muore; se durante la mia vita ho superato il mio individualismo, il mio egoismo e mi sono scoperto acqua e non soltanto goccia, non mi capita niente, anzi divento più acqua, non muoio... È la tensione superficiale che fa la goccia, è la nostra sostanza che fa l'acqua. Abbiamo tutti la possibilità di scoprirci acqua." (Raimond Panikkar)
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Versione: 1.5
Rilasciata il: 06/02/2014
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