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Radio Voce della Speranza

Lo Zefiro

Notiziario Interreligioso
Redazione: Marco Lazzeri
Telefono: 335.6415395
Pagina:
11/04/2020: Anno 2020 - Numero 07  File Pdf
Pubblicato il 10/04/2020
Solitudine.
Solitudine.
Care amiche e cari amici, questo della solitudine è un argomento immenso a dir poco e lo stiamo tutti vivendo, un corso base per la società intera. Personalmente vivo da solo e quindi l’unica persona che vedo è la cassiera del supermercato. Cerco di imparare cosa mi insegna tutto questo, come accoglierlo e anche proteggermi, come ci si protegge da un’insolazione avendo la pelle troppo bianca, incapace di tutelarsi per inesperienza. Penso anche agli altri, per esempio ai carcerati e alla loro impossibilità di relazione con strumenti telematici come PC o telefono e la convivenza in cella con estranei e non sempre … amichevoli. Drammi senza fine, situazioni al limite e oltre il limite. Il suicidio infatti è evento non raro in certi ambienti. Anche nella nostra società situazioni di non sostenibilità si stanno verificando o rischiano di diventare frequenti se non addirittura normali. Persone con difficoltà relazionali o psicologiche, che assumono sostanze, che hanno fragilità emotive, convivenze conflittuali tra coniugi, figli con dissidi in famiglia, anziani soli non autosufficienti, il lavoro che si perde con uno sconquasso devastante nella sfera personale e familiare, il terrore della povertà, persone a carico che non si possono più mantenere e quante altre situazioni... Lo specchio di una società anche fragile e bisognosa che da sempre è così ma che adesso mostra le sue ferite in modo più visibile non potendo essere sempre sorretta e assistita. La solitudine, come dice Gibran, può aiutare a vedere i rami secchi e inutili tenuti stretti in modo vano e dannoso, quindi può aiutare a vedere cosa è veramente l’essenziale che serve per il cammino di vita, a potare l’inutile, e suggerire l’abbandono di pesi inutili e obsoleti, ma può anche essere altresì un momento destabilizzante per situazioni già al limite o con difficoltà pregresse lasciate inascoltate o dimenticate. Quello che imparo è nello stare nel momento presente, le fantasie fumose sono dannose e smarriscono, imparo che non sono mai totalmente innocente anche se non colpevole, perché quando è accaduto qualcosa c’ero anche io e non ho fatto o capito per varie ragioni, imparo che la fede aiuta solo se l’ho cercata da sempre e non solo nel bisogno e conta se è associata anche alla fiducia in me stesso per quello che posso fare, imparo l’aiuto sottile e quieto della meditazione e la compagnia del silenzio, scoprendo la forza che arriva da dentro se pur mista alla disperazione e al dubbio insieme a tutte le mie parti in ombra che si agitano scompostamente nel buio della coscienza e ne ascolto la voce, imparo che c’è purtroppo una guerra nel mondo su tanti fronti diversi ma non dovrebbe esserci guerra dentro di me, come invece c’è, e quando finirà questo momento abbasserò il capo, ringrazierò e proseguirò il cammino. Perché la vita è così, senza certezze e la frase di Bonhoeffer la posso leggere anche sostituendo alla parola “Signore” la parola “Vita”, forse perché l’Assoluto è proprio la vita, sono io che la abito, siamo tutti. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

questo della solitudine è un argomento immenso a dir poco e lo stiamo tutti vivendo, un corso base per la società intera. Personalmente vivo da solo e quindi l’unica persona che vedo è la cassiera del supermercato. Cerco di imparare cosa mi insegna tutto questo, come accoglierlo e anche proteggermi, come ci si protegge da un’insolazione avendo la pelle troppo bianca, incapace di tutelarsi per inesperienza. Penso anche agli altri, per esempio ai carcerati e alla loro impossibilità di relazione con strumenti telematici come PC o telefono e la convivenza in cella con estranei e non sempre … amichevoli. Drammi senza fine, situazioni al limite e oltre il limite. Il suicidio infatti è evento non raro in certi ambienti. Anche nella nostra società situazioni di non sostenibilità si stanno verificando o rischiano di diventare frequenti se non addirittura normali. Persone con difficoltà relazionali o psicologiche, che assumono sostanze, che hanno fragilità emotive, convivenze conflittuali tra coniugi, figli con dissidi in famiglia, anziani soli non autosufficienti, il lavoro che si perde con uno sconquasso devastante nella sfera personale e familiare, il terrore della povertà, persone a carico che non si possono più mantenere e quante altre situazioni... Lo specchio di una società anche fragile e bisognosa che da sempre è così ma che adesso mostra le sue ferite in modo più visibile non potendo essere sempre sorretta e assistita. La solitudine, come dice Gibran, può aiutare a vedere i rami secchi e inutili tenuti stretti in modo vano e dannoso, quindi può aiutare a vedere cosa è veramente l’essenziale che serve per il cammino di vita, a potare l’inutile, e suggerire l’abbandono di pesi inutili e obsoleti, ma può anche essere altresì un momento destabilizzante per situazioni già al limite o con difficoltà pregresse lasciate inascoltate o dimenticate.

Quello che imparo è nello stare nel momento presente, le fantasie fumose sono dannose e smarriscono, imparo che non sono mai totalmente innocente anche se non colpevole, perché quando è accaduto qualcosa c’ero anche io e non ho fatto o capito per varie ragioni, imparo che la fede aiuta solo se l’ho cercata da sempre e non solo nel bisogno e conta se è associata anche alla fiducia in me stesso per quello che posso fare, imparo l’aiuto sottile e quieto della meditazione e la compagnia del silenzio, scoprendo la forza che arriva da dentro se pur mista alla disperazione e al dubbio insieme a tutte le mie parti in ombra che si agitano scompostamente nel buio della coscienza e ne ascolto la voce, imparo che c’è purtroppo una guerra nel mondo su tanti fronti diversi ma non dovrebbe esserci guerra dentro di me, come invece c’è, e quando finirà questo momento abbasserò il capo, ringrazierò e proseguirò il cammino. Perché la vita è così, senza certezze e la frase di Bonhoeffer la posso leggere anche sostituendo alla parola “Signore” la parola “Vita”, forse perché l’Assoluto è proprio la vita, sono io che la abito, siamo tutti.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Solitudine.
"Il Signore non ti salva dal dolore, ma nel dolore; il Signore non ti salva dalla croce, ma nella croce"." (Dietrich Bonhoeffer)
28/03/2020: Anno 2020 - Numero 06  File Pdf
Pubblicato il 29/03/2020
Il Mondo Nuovo (Tiepolo).
Il Mondo Nuovo (Tiepolo).
Care amiche e cari amici, un amico mi chiede una riflessione per “ripensare a molte delle cose che oggi ancora sono il nostro tessuto quotidiano e sulle quali raramente abbiamo posto mente per collocarle al giusto posto nella scala di valori della nostra vita, basando il tutto su quello che oggi può anche sembrare uno sguardo da ubriachi, ma che invece…”. Ringrazio di questa richiesta che per me è una opportunità di riflessione e di ricerca di una espressione da portare a coscienza di quanto sto vivendo in questo momento di quarantena della vita. La ricerca deve partire ovviamente da uno scendere nel profondo, per quanto riesco, in un ascolto delle sensazioni e delle voci che emergono e che risuonano in un luogo non sempre accessibile ma che pur udibili, possono parlare dei bisogni dei sogni non realizzati, dei dolori sedimentati sotto tante banalità anestetizzanti la coscienza e il richiamo ad addivenire ad un risveglio. Un risveglio appunto... Un richiamo al nostro senso di esistere in una vita che non può essere una banalità tra shopping compulsivo e un’ossessiva ricerca di un divertimento privo di senso, accompagnato da psicofarmaci di ogni tipo, orientato solo alla banalizzazione del tempo della nostra vita che per questo perde qualsiasi sacralità. Lo stare fermo in casa in una lunga attesa, che ogni giorno si fa più lunga ma anche più quieta, mi fa percepire il bisogno di una Rivoluzione! Un cambiamento radicale, allegro, non violento, una Rivoluzione Culturale potente e sovversiva di un ordine non più naturale e nemmeno umano, che possa disarcionare tutte le abitudini inutili, polverose e in grado di dare vitalità vera, il senso di una vita spesa bene per sé stessi e soprattutto nel servizio agli altri, in una danza di dare e ricevere vicendevole, con attenzione e conforto. Il silenzio delle strade senza auto che alcuni definiscono irreale perché innaturale rispetto alla frenesia caotica fino a pochi giorni fa assolutamente scontata e ovvia, mi vuole chiamare ad immaginare una vita differente, perché c'è una alternativa, perché un mondo diverso è possibile. Non un mondo dove non si lavora e si ozia invano, certo non un mondo dove non c'è impegno per una economia e una costruzione della società ma dove altresì il focus non è il solo profitto e la conquista di potere sull'altro, dove si sia in grado di inventare una convivenza nuova basata sul altri principi come la solidarietà, il mutuo soccorso, il lavoro come strumento di emancipazione dell'umano e non come prigione che uccide, il tempo libero per curare gli interessi personali, dove la cultura sia per il bene comune e abbia accesso da parte di tutti, in termini di istruzione vera, socratica, e non a premi con domande quiz, dove lo scopo non sia prendere un attestato per trovare un lavoro che poi non c'è, ma che sia un ampliamento dell'orizzonte che riesco ad abbracciare e che mi presenti visioni nuove e capacità maggiori di comprendere ed elaborare la mia vita nella sua complessità e interezza, di affrontare le difficoltà e i blocchi interiori, le paure. L’accesso all’arte, al suo mondo meraviglioso, purtroppo spesso lontano. Dare un senso a parole come gentilezza, benevolenza, aiuto. Non voglio certo con queste due righe dettare schemi e regole che non sarei nemmeno in grado di vedere con chiarezza e per le quali occorrono conoscenze in varie discipline filosofiche, umanistiche, sociologiche, economiche, artistiche e poi alla fine, ma solo alla fine, tecniche. Perché la tecnica (nonché l’economia…) deve essere solo uno strumento, tecnico appunto, e non l'architettura del sociale, non il suo paradigma, ma una semplice modalità per realizzare ed applicare quanto il cuore e la mente filosofica e umanistica hanno immaginato come scenario di un vivere comune. Si parlava di "sguardo da ubriachi" e questo io restituisco senza alcuna pretesa di coerenza o di completezza, dicendo però anche che non vuole essere una visione distorta di una mente annebbiata da fumi di sostanze né allucinogene né psicotrope, ma una ricerca di un'anima che desidera trovare il modo di imboccare un sentiero diverso e che prospetti un futuro possibile in mezzo a tutti i pericoli e disastri prodotti da una società orientata da una visione arcaica maschilista, autoritaria ed ego centrata, sicuramente guerriera e guerrafondaia, distruttiva per vocazione e per sua necessità di sopravvivenza, in una continua competizione dove ci si trova circondati solo da nemici, dove si riesce ad esistere solo se si vince uccidendo l'altro o ammutolendolo con urla sempre più sovrastanti, non condivisa da un sentire che vede e declina anche al femminile il mondo e la vita, in una visione dello splendore del vivente, della sacralità e del trascendente che ci chiama ad un senso totalmente altro rispetto alla banalità di ciò che è stato proposto e messo sull'altare dell'inevitabile necessità. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

un amico mi chiede una riflessione per “ripensare a molte delle cose che oggi ancora sono il nostro tessuto quotidiano e sulle quali raramente abbiamo posto mente per collocarle al giusto posto nella scala di valori della nostra vita, basando il tutto su quello che oggi può anche sembrare uno sguardo da ubriachi, ma che invece…”.

Ringrazio di questa richiesta che per me è una opportunità di riflessione e di ricerca di una espressione da portare a coscienza di quanto sto vivendo in questo momento di quarantena della vita. La ricerca deve partire ovviamente da uno scendere nel profondo, per quanto riesco, in un ascolto delle sensazioni e delle voci che emergono e che risuonano in un luogo non sempre accessibile ma che pur udibili, possono parlare dei bisogni dei sogni non realizzati, dei dolori sedimentati sotto tante banalità anestetizzanti la coscienza e il richiamo ad addivenire ad un risveglio. Un risveglio appunto... Un richiamo al nostro senso di esistere in una vita che non può essere una banalità tra shopping compulsivo e un’ossessiva ricerca di un divertimento privo di senso, accompagnato da psicofarmaci di ogni tipo, orientato solo alla banalizzazione del tempo della nostra vita che per questo perde qualsiasi sacralità. Lo stare fermo in casa in una lunga attesa, che ogni giorno si fa più lunga ma anche più quieta, mi fa percepire il bisogno di una Rivoluzione! Un cambiamento radicale, allegro, non violento, una Rivoluzione Culturale potente e sovversiva di un ordine non più naturale e nemmeno umano, che possa disarcionare tutte le abitudini inutili, polverose e in grado di dare vitalità vera, il senso di una vita spesa bene per sé stessi e soprattutto nel servizio agli altri, in una danza di dare e ricevere vicendevole, con attenzione e conforto. Il silenzio delle strade senza auto che alcuni definiscono irreale perché innaturale rispetto alla frenesia caotica fino a pochi giorni fa assolutamente scontata e ovvia, mi vuole chiamare ad immaginare una vita differente, perché c'è una alternativa, perché un mondo diverso è possibile. Non un mondo dove non si lavora e si ozia invano, certo non un mondo dove non c'è impegno per una economia e una costruzione della società ma dove altresì il focus non è il solo profitto e la conquista di potere sull'altro, dove si sia in grado di inventare una convivenza nuova basata sul altri principi come la solidarietà, il mutuo soccorso, il lavoro come strumento di emancipazione dell'umano e non come prigione che uccide, il tempo libero per curare gli interessi personali, dove la cultura sia per il bene comune e abbia accesso da parte di tutti, in termini di istruzione vera, socratica, e non a premi con domande quiz, dove lo scopo non sia prendere un attestato per trovare un lavoro che poi non c'è, ma che sia un ampliamento dell'orizzonte che riesco ad abbracciare e che mi presenti visioni nuove e capacità maggiori di comprendere ed elaborare la mia vita nella sua complessità e interezza, di affrontare le difficoltà e i blocchi interiori, le paure. L’accesso all’arte, al suo mondo meraviglioso, purtroppo spesso lontano. Dare un senso a parole come gentilezza, benevolenza, aiuto.

Non voglio certo con queste due righe dettare schemi e regole che non sarei nemmeno in grado di vedere con chiarezza e per le quali occorrono conoscenze in varie discipline filosofiche, umanistiche, sociologiche, economiche, artistiche e poi alla fine, ma solo alla fine, tecniche. Perché la tecnica (nonché l’economia…) deve essere solo uno strumento, tecnico appunto, e non l'architettura del sociale, non il suo paradigma, ma una semplice modalità per realizzare ed applicare quanto il cuore e la mente filosofica e umanistica hanno immaginato come scenario di un vivere comune.

Si parlava di "sguardo da ubriachi" e questo io restituisco senza alcuna pretesa di coerenza o di completezza, dicendo però anche che non vuole essere una visione distorta di una mente annebbiata da fumi di sostanze né allucinogene né psicotrope, ma una ricerca di un'anima che desidera trovare il modo di imboccare un sentiero diverso e che prospetti un futuro possibile in mezzo a tutti i pericoli e disastri prodotti da una società orientata da una visione arcaica maschilista, autoritaria ed ego centrata, sicuramente guerriera e guerrafondaia, distruttiva per vocazione e per sua necessità di sopravvivenza, in una continua competizione dove ci si trova circondati solo da nemici, dove si riesce ad esistere solo se si vince uccidendo l'altro o ammutolendolo con urla sempre più sovrastanti, non condivisa da un sentire che vede e declina anche al femminile il mondo e la vita, in una visione dello splendore del vivente, della sacralità e del trascendente che ci chiama ad un senso totalmente altro rispetto alla banalità di ciò che è stato proposto e messo sull'altare dell'inevitabile necessità.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Il Mondo Nuovo (Tiepolo).
"Volevo solo dire questo: la miseria che c'è qui è davvero terribile - eppure la sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine dovremo opporre un frammento di amore e di bontà che bisognerà conquistare in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. Etty Hillesum, morta ad Auschwitz nel 1943." (Etty Hillesum)
Allegati Allegati: Zefiro.2020.06
14/03/2020: Anno 2020 - Numero 05  File Pdf
Pubblicato il 13/03/2020
Solidarietà.
Solidarietà.
Care amiche e cari amici, in relazione al numero precedente de Lo Zefiro sul Coronavirus, condivido dei messaggi di riflessione, speranza e solidarietà che mi sono arrivati. Il primo è di Marco Ferrini della Comunità Mormone di Firenze. Grazie Marco per i tuoi bei pensieri. Ritrovo moltissimo in quello che hai scritto anche di quelle che sono state le mie riflessioni in questi giorni di allarme e psicosi. Per i mortali la morte è sempre dietro l’angolo. Posso uscire fuori dall’uscio con le mani lavate, la mascherina e la massima distanza dai miei simili per poi cadere vittima di un incidente e fatalmente non rialzarmi più. Ma per chi ha la consapevolezza di essere più di un corpo mortale, ma un essere la cui esistenza si estende prima e dopo di questa vita, la morte è solo un passaggio come lo è stato la nascita. Con questa consapevolezza e la pace che ne deriva si può imparare meglio a pensare al prossimo prima che a noi stessi. L’italiano medio cerca le mascherine per non essere contagiato, l’orientale porta la mascherina per non contagiare. È molto diverso, è questione di educazione, di cultura. Spero che in questo periodo in cui molti rimangono a casa, non vivano questa chiusura per accrescere un senso di individualismo, ma come un momento guadagnato per riflettere e meditare. Lo spero... Grazie ancora Marco! Cordiali saluti, Marco Ferrini Ed ecco un messaggio di Marilena Giambone del Centro EWAM: Impariamo a capire che questa è una lotta contro le nostre abitudini e non contro un virus. Questa è un’occasione per trasformare un’emergenza in una gara di solidarietà. Cambiamo il modo di vedere e di pensare. Non sono più “io ho paura del contagio” oppure “io me ne frego del contagio”, ma sono IO che preservo l’ALTRO. Io mi preoccupo per te. Io mi tengo a distanza per te. Io mi lavo le mani per te. Io rinuncio a quel viaggio per te. Io non vado al concerto per te. Io non vado al centro commerciale per te. Per te. Per te che sei dentro una sala di terapia intensiva. Per te che sei anziano e fragile, ma la cui vita ha valore tanto quanto la mia. Per te che stai lottando con un cancro e non puoi lottare anche con questo. Vi prego, alziamo lo sguardo. Io spero che in #ItaliaNonSiFerma la solidarietà. Tutto il resto non ha importanza. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

in relazione al numero precedente de Lo Zefiro sul Coronavirus, condivido dei messaggi di riflessione, speranza e solidarietà che mi sono arrivati.

Il primo è di Marco Ferrini della Comunità Mormone di Firenze.

Grazie Marco per i tuoi bei pensieri.

Ritrovo moltissimo in quello che hai scritto anche di quelle che sono state le mie riflessioni in questi giorni di allarme e psicosi.

Per i mortali la morte è sempre dietro l’angolo. Posso uscire fuori dall’uscio con le mani lavate, la mascherina e la massima distanza dai miei simili per poi cadere vittima di un incidente e fatalmente non rialzarmi più. Ma per chi ha la consapevolezza di essere più di un corpo mortale, ma un essere la cui esistenza si estende prima e dopo di questa vita, la morte è solo un passaggio come lo è stato la nascita.

Con questa consapevolezza e la pace che ne deriva si può imparare meglio a pensare al prossimo prima che a noi stessi.

L’italiano medio cerca le mascherine per non essere contagiato, l’orientale porta la mascherina per non contagiare. È molto diverso, è questione di educazione, di cultura.

Spero che in questo periodo in cui molti rimangono a casa, non vivano questa chiusura per accrescere un senso di individualismo, ma come un momento guadagnato per riflettere e meditare.

Lo spero...

Grazie ancora Marco!

Cordiali saluti,

Marco Ferrini

Ed ecco un messaggio di Marilena Giambone del Centro EWAM:

Impariamo a capire che questa è una lotta contro le nostre abitudini e non contro un virus. Questa è un’occasione per trasformare un’emergenza in una gara di solidarietà. Cambiamo il modo di vedere e di pensare.

Non sono più “io ho paura del contagio” oppure “io me ne frego del contagio”, ma sono IO che preservo l’ALTRO.

Io mi preoccupo per te.

Io mi tengo a distanza per te.

Io mi lavo le mani per te.

Io rinuncio a quel viaggio per te.

Io non vado al concerto per te.

Io non vado al centro commerciale per te.

Per te.

Per te che sei dentro una sala di terapia intensiva.

Per te che sei anziano e fragile, ma la cui vita ha valore tanto quanto la mia.

Per te che stai lottando con un cancro e non puoi lottare anche con questo.

Vi prego, alziamo lo sguardo.

Io spero che in #ItaliaNonSiFerma la solidarietà.

Tutto il resto non ha importanza.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Solidarietà.
"Io non appartengo ad alcuna religione. La mia religione è l’amore. Ogni cuore è il mio tempio." (Jalal al-Din Rumi)
29/02/2020: Anno 2020 - Numero 04  File Pdf
Pubblicato il 10/03/2020
Coronavirus.
Coronavirus.
Care amiche e cari amici, siamo in mezzo ad un altro problema, un dramma forse o forse no, e di dimensioni al momento non ben identificabili. Una annunciata pandemia di virus pericoloso e di paura, questa non annunciata ma indotta e vera, ancor più contagiosa, di rabbia verso il diverso, lo straniero, l’untore, il colpevole. Politici che stanno lavorando per cavalcare la tigre, multinazionali del farmaco che stanno lavorando per nuovi profitti, in questi casi si fanno sempre ottimi affari, la pelle e la paura della gente rende bene. C’è questo e molto di più, geopolitica, lotta mondiale per la supremazia eco-nomica, nuove armi, riduzione drastica della popolazione, scenari insospettabili e di fondo su tutto la paura della morte. Siamo solo all’inizio? Stiamo andando verso una psicosi? Di cosa però? Del pericolo di morire? Dal contagio ci sono 10 giorni di incubazione forse di più, di non consapevolezza e poi si manifesta il dramma dove possiamo morire. Esistono da sempre molte situazioni che danno molto meno di 10 giorni di tempo. Vedo tutto questo come un’opportunità per capire che non sono affatto eterno come penso, perché in fondo in fondo io penso che la morte non mi riguarda che è estranea alla vita in particolare alla mia, unico destinato alla salvezza, che se capita è solo una sfortuna, un malaugurato incidente, il misfatto di un untore e non invece un aspetto non solo inevitabile ma addirittura sostanziale del senso profondo della vita. I greci chiamavano mortali gli umani, loro come filosofi si facevano meno illusioni, erano più pragmatici. Adesso per fortuna qui in Italia non siamo in pandemia da Coronavirus. Bene, allora sono salvo! Non morirò. Ma quanti morti ci sono al giorno nel mondo? Oggi voglio dire, in questo tempo in cui leggete queste righe? E per cause che potrebbero essere facilmente evitate, per le quali c’è un rimedio che non sarà applicato… Ma che importa… io sono vivo!! E adesso che mi sento salvo cosa ne faccio della mia vita? Me la posso prendere comoda… tanto non morirò… E quindi ho tutto il tempo che voglio, quanto ne voglio… Quindi posso prendermela con calma, no? Ho tutto il tempo… domani. Per chiedere scusa di un dolore che posso avere generato, per abbracciare una persona che ne ha bisogno, per dare a me stesso un abbraccio per perdonarmi di un errore e cercare di capire chi sono, per vedere un albero crescere, per bere un sorso di acqua fresca e sentirla che scende dentro di me, per ringraziare il mio pancreas di tutto ciò che ha fatto e sta facendo per me da quando esisto, per ascoltare le mie unghie crescere, lentamente. Domani, perché affrettarsi quando si è eterni? Lo so che sono un po’ matto… ma temo di arrivare a quel “malaugurato inci-dente” di cui sopra e scoprire che in fondo non ho vissuto, che non ho amato, che non ho rischiato abbastanza, che non… che non… e adesso si è fatto tardi purtroppo e non c’è più tempo, il sipario si sta chiudendo e io non sono stato protagonista di me stesso. E se così sarà, che la morte abbia pietà di me e non mi dia il tempo di sentire il rimpianto per le opportunità sprecate. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

siamo in mezzo ad un altro problema, un dramma forse o forse no, e di dimensioni al momento non ben identificabili. Una annunciata pandemia di virus pericoloso e di paura, questa non annunciata ma indotta e vera, ancor più contagiosa, di rabbia verso il diverso, lo straniero, l’untore, il colpevole. Politici che stanno lavorando per cavalcare la tigre, multinazionali del farmaco che stanno lavorando per nuovi profitti, in questi casi si fanno sempre ottimi affari, la pelle e la paura della gente rende bene.

C’è questo e molto di più, geopolitica, lotta mondiale per la supremazia eco-nomica, nuove armi, riduzione drastica della popolazione, scenari insospettabili e di fondo su tutto la paura della morte.

Siamo solo all’inizio? Stiamo andando verso una psicosi? Di cosa però? Del pericolo di morire? Dal contagio ci sono 10 giorni di incubazione forse di più, di non consapevolezza e poi si manifesta il dramma dove possiamo morire. Esistono da sempre molte situazioni che danno molto meno di 10 giorni di tempo. Vedo tutto questo come un’opportunità per capire che non sono affatto eterno come penso, perché in fondo in fondo io penso che la morte non mi riguarda che è estranea alla vita in particolare alla mia, unico destinato alla salvezza, che se capita è solo una sfortuna, un malaugurato incidente, il misfatto di un untore e non invece un aspetto non solo inevitabile ma addirittura sostanziale del senso profondo della vita. I greci chiamavano mortali gli umani, loro come filosofi si facevano meno illusioni, erano più pragmatici. Adesso per fortuna qui in Italia non siamo in pandemia da Coronavirus. Bene, allora sono salvo! Non morirò. Ma quanti morti ci sono al giorno nel mondo? Oggi voglio dire, in questo tempo in cui leggete queste righe? E per cause che potrebbero essere facilmente evitate, per le quali c’è un rimedio che non sarà applicato… Ma che importa… io sono vivo!! E adesso che mi sento salvo cosa ne faccio della mia vita? Me la posso prendere comoda… tanto non morirò… E quindi ho tutto il tempo che voglio, quanto ne voglio… Quindi posso prendermela con calma, no? Ho tutto il tempo… domani. Per chiedere scusa di un dolore che posso avere generato, per abbracciare una persona che ne ha bisogno, per dare a me stesso un abbraccio per perdonarmi di un errore e cercare di capire chi sono, per vedere un albero crescere, per bere un sorso di acqua fresca e sentirla che scende dentro di me, per ringraziare il mio pancreas di tutto ciò che ha fatto e sta facendo per me da quando esisto, per ascoltare le mie unghie crescere, lentamente. Domani, perché affrettarsi quando si è eterni?

Lo so che sono un po’ matto… ma temo di arrivare a quel “malaugurato inci-dente” di cui sopra e scoprire che in fondo non ho vissuto, che non ho amato, che non ho rischiato abbastanza, che non… che non… e adesso si è fatto tardi purtroppo e non c’è più tempo, il sipario si sta chiudendo e io non sono stato protagonista di me stesso. E se così sarà, che la morte abbia pietà di me e non mi dia il tempo di sentire il rimpianto per le opportunità sprecate.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Coronavirus.
"Dammi il supremo coraggio dell’amore, questa è la mia preghiera, coraggio di parlare, di agire, di soffrire se è Tuo volere, di abbandonare ogni cosa, o di essere lasciato solo." (Rabindranath Tagore)
Allegati Allegati: Zefiro.2020.04
01/02/2020: Anno 2020 - Numero 02  File Pdf
Pubblicato il 31/01/2020
Donne.
Donne.
Care amiche e cari amici, propongo una riflessione sull’universo femminile e del suo doversi rapportare con quello maschile. Quello che segue è un brano edito su una pagina FaceBook nel giorno contro la violenza sulle donne, scritto da un’amica che racconta un momento di vita in famiglia. A proposito di violenza sulle donne... ripenso a mia madre, a me e alle mie sorelle, umiliate, prevaricate, oppresse da un padre/marito padrone. Un giorno mi portò nella scuola in cui insegnava musica, ad una quarantina di km di distanza dal nostro paese, e scoprii una cosa che mi lasciò di stucco: i suoi allievi, ragazzini di scuola media, lo guardavano con adorazione, gli correvano incontro nei corridoi, lo salutavano festosi e stringevano la mano a me, che avevo la stessa loro età... lui sorrideva, dava carezze, mi presentava, scambiava battute scherzose con tutti. A lezione lo vidi maestro amabile e dolcissimo, attento, paziente e premuroso come non avrei mai immaginato potesse essere... All’uscita, nel salutarci una ragazzina mi si avvicinò e mi disse: “come sei fortunata ad avere un padre così... chissà com’è bello essere sua figlia!” Io non riuscii a risponderle nulla, guardai lui che era un altro a me sconosciuto, capii allora che aveva una doppia vita: poteva essere malvagio o meraviglioso, dipendeva dal contesto in cui si trovava e dai punti di vista di chi gli stava intorno, o forse solo dalla parte che in quel momento recitava, non so. Ecco, guardando i post di oggi su FaceBook mi torna quella sensazione... Anche con mio padre non mi è stata estranea questa sensazione di doppiezza nel vissuto in famiglia e all’esterno. Una dualità dove il maschio nella cornice familiare non riesce a trovare la tenerezza, l’affetto e la gioia del vivere insieme, ma è più attratto da un atteggiamento serioso, scomodo, irraggiungibile, che lo mette forse al sicuro, al riparo da scomode condivisioni con gli altri membri della famiglia, da un confronto aperto e un ascolto attento, dove con il dialogo e la dolcezza ci si può trovare non difesi da armature impenetrabili che mettono allo scoperto fragilità e bisogni che non ci si possono concedere, obbligati in una competizione di ricerca di potere. L’essere maschio in questa prospettiva arcaica e spero superata, anche se la trovo spesso presente, è un vissuto davvero pesante. Vorrei parlare adesso con mio padre di questo e del suo non detto, ma ormai è morto da trent’anni e posso solo dialogare in solitudine cercando di vedere in lui i traumi che abitano anche me. Questo lavorio interiore prevede un cammino personale, certamente nel mio caso assistito dalla meditazione e dal silenzio che facilita un accesso alle memorie profonde e al recupero di quella sovranità emozionale che è sempre presente ma sepolta da detriti e macerie di dolori di mie parti che non hanno avuto voce per esprimersi e sono solo potute star male. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

propongo una riflessione sull’universo femminile e del suo doversi rapportare con quello maschile. Quello che segue è un brano edito su una pagina FaceBook nel giorno contro la violenza sulle donne, scritto da un’amica che racconta un momento di vita in famiglia.

A proposito di violenza sulle donne... ripenso a mia madre, a me e alle mie sorelle, umiliate, prevaricate, oppresse da un padre/marito padrone.

Un giorno mi portò nella scuola in cui insegnava musica, ad una quarantina di km di distanza dal nostro paese, e scoprii una cosa che mi lasciò di stucco: i suoi allievi, ragazzini di scuola media, lo guardavano con adorazione, gli correvano incontro nei corridoi, lo salutavano festosi e stringevano la mano a me, che avevo la stessa loro età... lui sorrideva, dava carezze, mi presentava, scambiava battute scherzose con tutti.

A lezione lo vidi maestro amabile e dolcissimo, attento, paziente e premuroso come non avrei mai immaginato potesse essere...

All’uscita, nel salutarci una ragazzina mi si avvicinò e mi disse: “come sei fortunata ad avere un padre così... chissà com’è bello essere sua figlia!” Io non riuscii a risponderle nulla, guardai lui che era un altro a me sconosciuto, capii allora che aveva una doppia vita: poteva essere malvagio o meraviglioso, dipendeva dal contesto in cui si trovava e dai punti di vista di chi gli stava intorno, o forse solo dalla parte che in quel momento recitava, non so.

Ecco, guardando i post di oggi su FaceBook mi torna quella sensazione...

Anche con mio padre non mi è stata estranea questa sensazione di doppiezza nel vissuto in famiglia e all’esterno. Una dualità dove il maschio nella cornice familiare non riesce a trovare la tenerezza, l’affetto e la gioia del vivere insieme, ma è più attratto da un atteggiamento serioso, scomodo, irraggiungibile, che lo mette forse al sicuro, al riparo da scomode condivisioni con gli altri membri della famiglia, da un confronto aperto e un ascolto attento, dove con il dialogo e la dolcezza ci si può trovare non difesi da armature impenetrabili che mettono allo scoperto fragilità e bisogni che non ci si possono concedere, obbligati in una competizione di ricerca di potere. L’essere maschio in questa prospettiva arcaica e spero superata, anche se la trovo spesso presente, è un vissuto davvero pesante. Vorrei parlare adesso con mio padre di questo e del suo non detto, ma ormai è morto da trent’anni e posso solo dialogare in solitudine cercando di vedere in lui i traumi che abitano anche me.

Questo lavorio interiore prevede un cammino personale, certamente nel mio caso assistito dalla meditazione e dal silenzio che facilita un accesso alle memorie profonde e al recupero di quella sovranità emozionale che è sempre presente ma sepolta da detriti e macerie di dolori di mie parti che non hanno avuto voce per esprimersi e sono solo potute star male.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Donne.
"Quando l’anima ha la fortuna di incontrare il Bene - ma non è Lui stesso a venire a lei, è piuttosto la sua presenza a farsi manifesta – [...] allora all’improvviso vede comparire il Bene in sé stessa. Fra loro due non c’è più ostacolo di sorta e insieme fanno una sola cosa." (Plotino)
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Rilasciata il: 06/02/2014
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