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Radio Voce della Speranza

Lo Zefiro

Notiziario Interreligioso
Redazione: Marco Lazzeri
Telefono: 335.6415395
Pagina:
13/04/2019: Anno 2019 - Numero 07  File Pdf
Pubblicato il 17/04/2019
La pace.
La pace.
Care amiche e cari amici, mi è stato recentemente suggerito di trattare il tema della Pace, un tema certamente caro e prossimo alla meditazione. All’inizio mi è parso un tema noto e facile da affrontare e dove poter dare prova di conoscenza e di esperienza vissuta, in iniziative culturali, lotte, manifestazioni e assemblee. Immagini di colombe bianche e mani che si stringono. Bandiere della pace ne ho sventolate molte e messe anche fuori dalle finestre e così libri e frasi celebri di tanti Maestri dai vari angoli del mondo, che hanno indicato e insegnato il cammino e l’impegno sia nella spiritualità vissuta nel quotidiano che in una responsabilità sociale “impegnata”, come si dice. La Pace quindi la conosco. Ma la conosco davvero? La Pace. Questa è la pace? Cosa significa pace? La cito con sicurezza, ma dove è la Luna e dove il dito? Dove risiede la pace, dove la trovo? E in che modo? E’ in una manifestazione, in un alto ideale o in una bandiera, con il suo significato profondo ben inteso, non mi riferisco certo solo ad un pezzo di stoffa… Più ci pensavo e più mi sentivo incerto, disorientato, come quando perdi il filo, perdi il senso, ti disperdi mancando l’obiettivo. La pace è in quegli eventi o dovrei essere io ad essere Pace, e come? Dove abita la pace e come la posso abitare? Come posso divenire pace? Non mi sembra di trovarla alla fine nei proclami e nelle migliori intenzioni; di professare amore al prossimo e benevolenza verso il mondo. Questo è certa-mente importante ma mi sembra che non giustifichi il fatto di metabolizzarla nel mio corpo, farla diventare me. Fare pace significa forse essere in pace, in unione, in sintonia interiore. Come un animale con la sua vita da animale, come una pianta con la sua vita di pianta, felici e completi di essere quello, di fare quello per cui sono creati, nella misteriosa semplicità dell’essere. Ma mi chiedo, come diventerei se un dottore mi dicesse che ho un mese di vita o forse meno, come starei se mi accadesse di perdere il mio mondo di affetti e riferimenti, dove sarebbe allora la pace delle bandiere? Se la mia città e la mia casa fossero bombardate con ordigni altamente distruttivi in centinaia di attacchi aerei giornalieri, se fossi prigioniero e sentissi i passi che si avvicinano alla mia cella di chi per il quinto giorno consecutivo mi sottoporrà senza motivo a torture efferate; se non potessi sperare nella indulgenza di alcuno, solo e abbandonato …? Treni piombati, pulizie etniche. Sarei in pace dentro di me? Mi domando questo perché queste situazioni e molte altre forse anche più drammatiche, molte persone le hanno vissute davvero nella loro vita, a milioni e non solo i pochi che sono diventati in seguito icona di pace e ci sono anche morte, ma non tutti hanno perso il senso della pace, della compassione, della speranza, del perdono. Come si fa? Ecco sto cercando di capire dove era la pace per loro, che cosa era, come erano diventati pace. Forse la pace non è un sentimento o un proclama, ma è uno stato d’essere; o lo sono o non c’è pace. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

mi è stato recentemente suggerito di trattare il tema della Pace, un tema certamente caro e prossimo alla meditazione.

All’inizio mi è parso un tema noto e facile da affrontare e dove poter dare prova di conoscenza e di esperienza vissuta, in iniziative culturali, lotte, manifestazioni e assemblee. Immagini di colombe bianche e mani che si stringono. Bandiere della pace ne ho sventolate molte e messe anche fuori dalle finestre e così libri e frasi celebri di tanti Maestri dai vari angoli del mondo, che hanno indicato e insegnato il cammino e l’impegno sia nella spiritualità vissuta nel quotidiano che in una responsabilità sociale “impegnata”, come si dice. La Pace quindi la conosco. Ma la conosco davvero?

La Pace. Questa è la pace? Cosa significa pace? La cito con sicurezza, ma dove è la Luna e dove il dito? Dove risiede la pace, dove la trovo? E in che modo? E’ in una manifestazione, in un alto ideale o in una bandiera, con il suo significato profondo ben inteso, non mi riferisco certo solo ad un pezzo di stoffa… Più ci pensavo e più mi sentivo incerto, disorientato, come quando perdi il filo, perdi il senso, ti disperdi mancando l’obiettivo. La pace è in quegli eventi o dovrei essere io ad essere Pace, e come?

Dove abita la pace e come la posso abitare? Come posso divenire pace?

Non mi sembra di trovarla alla fine nei proclami e nelle migliori intenzioni; di professare amore al prossimo e benevolenza verso il mondo. Questo è certa-mente importante ma mi sembra che non giustifichi il fatto di metabolizzarla nel mio corpo, farla diventare me. Fare pace significa forse essere in pace, in unione, in sintonia interiore. Come un animale con la sua vita da animale, come una pianta con la sua vita di pianta, felici e completi di essere quello, di fare quello per cui sono creati, nella misteriosa semplicità dell’essere. Ma mi chiedo, come diventerei se un dottore mi dicesse che ho un mese di vita o forse meno, come starei se mi accadesse di perdere il mio mondo di affetti e riferimenti, dove sarebbe allora la pace delle bandiere? Se la mia città e la mia casa fossero bombardate con ordigni altamente distruttivi in centinaia di attacchi aerei giornalieri, se fossi prigioniero e sentissi i passi che si avvicinano alla mia cella di chi per il quinto giorno consecutivo mi sottoporrà senza motivo a torture efferate; se non potessi sperare nella indulgenza di alcuno, solo e abbandonato …? Treni piombati, pulizie etniche. Sarei in pace dentro di me? Mi domando questo perché queste situazioni e molte altre forse anche più drammatiche, molte persone le hanno vissute davvero nella loro vita, a milioni e non solo i pochi che sono diventati in seguito icona di pace e ci sono anche morte, ma non tutti hanno perso il senso della pace, della compassione, della speranza, del perdono. Come si fa? Ecco sto cercando di capire dove era la pace per loro, che cosa era, come erano diventati pace. Forse la pace non è un sentimento o un proclama, ma è uno stato d’essere; o lo sono o non c’è pace.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
La pace.
"Ci vuole tutta la vita per imparare a vivere." (Seneca)
Allegati Allegati: Zefiro.2019.07
30/03/2019: Anno 2019 - Numero 06  File Pdf
Pubblicato il 29/03/2019
Il giudizio.
Il giudizio.
Care amiche e cari amici, ricordo un vecchio aneddoto di tanto tempo fa di un prete che dicendo alle pie donne in chiesa che non dovevano giudicare gli altri e parlarne male, queste risposero “Ma allora cosa ci si viene a fare in chiesa?” ... Alle volte mi sembra che il giudizio sull’altro sia così scontato che non ci faccio nemmeno caso, ed è difficile accorgermene perché lo ritengo normale relazione. Ma cosa è il giudizio sulla persona, cosa contiene? Non è immediato vedere perché credo sia composto da molti sentimenti ed emozioni; secondo me il giudicare nasce dalla solitudine che porta alla superbia, senso di inferiorità traslato, supponenza, orgoglio, presunzione, separazione dall’altro, mancanza di compassione, e che altro ancora… Mi ergo a giudice auto referenziato, punto un riflettore di luce accusatorio che fa apparire delle parti e ne oscura altre e attivo quella mia parte che non essendo risolta deve trovare il nemico per non vedere sé stessa. Non parlo del giudizio sui conflitti nel mondo, né di politica, né di ingiustizie sociali ecc.… parlo della persona che si erge a giudice di un altro. Nel giudizio si evidenzia un’antipatia o un errore che vedo nell'altro senza rendermi conto che molto spesso mi fa da specchio di una mancanza simile e corrispondente di cui non sono cosciente, essendo catturato in una vertigine di superbia. Vedo il mondo diviso in bene e male, che presumo di conoscere e poter distinguere. L’illusione fatta persona. Perché è così difficile dire invece “non so”, “non saprei”? Ammettere la propria incompetenza al giudizio, uscire dalla gabbia del giudice, superare simpatia o antipatia per poter vedere con occhi compassionevoli, che non tagliano, che non feriscono e rinunciare ad una parte di me. Ed è proprio per questo che credo sia così difficile il non giudicare: richiede l’abbandono dell’attaccamento alla propria opinione, fare un passo indietro per lasciare che sia e che l'altro possa entrare realmente nel mio campo di percezione profonda che è quella del cuore; per non prendere parte all’assalto al campo avversario, che poi di avversario c’è forse molto poco, negando la dignità dell'altro nella sua individualità trovo solo la mia piccineria. Una cosa è essere partigiani di una lotta per un cambiamento del mondo e per la liberazione dell’umanità, altra è voler formulare giudizi arbitrari e soggettivi che alla fine non impegnano se non nel dir male, nei quali non rischio se non il dileggio, nei quali mi sento migliore della persona che giudico, perso in un cortocircuito autoreferenziale. Vorrei lasciare il giudizio per andare verso una relazione più consapevole e profonda anche con me stesso, per una comprensione più ampia; andare verso una visione che mi supera e amplia l’orizzonte, verso una visione non conflittuale e di riconoscimento di un oltre a ciò che il semplice giudizio può portare. Per comprendere infine che non ho semplicemente diritto al giudizio, che non posso averne facoltà in quanto non so nemmeno chi sono io, figuriamoci poter giudicare un altro. Il bue che dice cornuto all’asino, come recitava l’adagio… Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

ricordo un vecchio aneddoto di tanto tempo fa di un prete che dicendo alle pie donne in chiesa che non dovevano giudicare gli altri e parlarne male, queste risposero “Ma allora cosa ci si viene a fare in chiesa?” ... Alle volte mi sembra che il giudizio sull’altro sia così scontato che non ci faccio nemmeno caso, ed è difficile accorgermene perché lo ritengo normale relazione. Ma cosa è il giudizio sulla persona, cosa contiene? Non è immediato vedere perché credo sia composto da molti sentimenti ed emozioni; secondo me il giudicare nasce dalla solitudine che porta alla superbia, senso di inferiorità traslato, supponenza, orgoglio, presunzione, separazione dall’altro, mancanza di compassione, e che altro ancora… Mi ergo a giudice auto referenziato, punto un riflettore di luce accusatorio che fa apparire delle parti e ne oscura altre e attivo quella mia parte che non essendo risolta deve trovare il nemico per non vedere sé stessa. Non parlo del giudizio sui conflitti nel mondo, né di politica, né di ingiustizie sociali ecc.… parlo della persona che si erge a giudice di un altro.

Nel giudizio si evidenzia un’antipatia o un errore che vedo nell'altro senza rendermi conto che molto spesso mi fa da specchio di una mancanza simile e corrispondente di cui non sono cosciente, essendo catturato in una vertigine di superbia. Vedo il mondo diviso in bene e male, che presumo di conoscere e poter distinguere. L’illusione fatta persona.

Perché è così difficile dire invece “non so”, “non saprei”? Ammettere la propria incompetenza al giudizio, uscire dalla gabbia del giudice, superare simpatia o antipatia per poter vedere con occhi compassionevoli, che non tagliano, che non feriscono e rinunciare ad una parte di me. Ed è proprio per questo che credo sia così difficile il non giudicare: richiede l’abbandono dell’attaccamento alla propria opinione, fare un passo indietro per lasciare che sia e che l'altro possa entrare realmente nel mio campo di percezione profonda che è quella del cuore; per non prendere parte all’assalto al campo avversario, che poi di avversario c’è forse molto poco, negando la dignità dell'altro nella sua individualità trovo solo la mia piccineria. Una cosa è essere partigiani di una lotta per un cambiamento del mondo e per la liberazione dell’umanità, altra è voler formulare giudizi arbitrari e soggettivi che alla fine non impegnano se non nel dir male, nei quali non rischio se non il dileggio, nei quali mi sento migliore della persona che giudico, perso in un cortocircuito autoreferenziale.

Vorrei lasciare il giudizio per andare verso una relazione più consapevole e profonda anche con me stesso, per una comprensione più ampia; andare verso una visione che mi supera e amplia l’orizzonte, verso una visione non conflittuale e di riconoscimento di un oltre a ciò che il semplice giudizio può portare. Per comprendere infine che non ho semplicemente diritto al giudizio, che non posso averne facoltà in quanto non so nemmeno chi sono io, figuriamoci poter giudicare un altro. Il bue che dice cornuto all’asino, come recitava l’adagio…

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Il giudizio.
"La purificazione della mente è la tranquillità del cuore." (Jiddu Krishnamurti)
Allegati Allegati: Zefiro.2019.06
23/03/2019: Anno 2019 - Numero 05  File Pdf
Pubblicato il 29/03/2019
Zona di confort.
Zona di confort.
Care amiche e cari amici, parlare di zona di comfort è un argomento inusuale per molti. Il mondo, questo mondo ci spinge a desiderare il comfort, il calduccio, il morbido, il conosciuto e soprattutto il comodo. E’ comodo, desidero che tutto sia così comodo… conosciuto, consueto, padroneggiato, sperimentato e senza imprevisti, prevedibile insomma. Ecco questa è la zona di comfort. Una condizione mentale nella quale si prova un senso di familiarità, ci si sente a proprio agio e nel pieno controllo della situazione, senza sperimentare alcuna forma di stress e ansia. Nella zona di comfort si ha tutto ed è tutto ciò che si ha. Il problema è che la vita, quella vera, non è questa, ma addirittura comincia là dove finisce la zona di comfort! Non è detto che sia il deserto (anche se dicono che è molto indicato per trovare sé stessi) o il mare aperto ed io su una zattera tra le onde in burrasca. Può essere un luogo ma anche una condizione mentale, uno stato d’essere, un sentire. Penso che sia un modo di vivere la condizione umana senza avere in tasca una assicurazione sulla vita o il biglietto di ritorno, senza avere un paracadute sempre aperto, lasciarsi andare non all’avventura ma alla fiducia della speranza senza conoscere il passo successivo. Accettare il rischio di vivere senza per questo essere necessariamente in pericolo, ma nemmeno garantiti e protetti. Essere esposto all’intemperia del mondo, esserne parte e fare fronte al momento in cui accade di vivere una situazione senza prevedere tutto, cercare binari di ferro che mi fanno vedere solo il loro stesso percorso, immutabile, prefissato, già stabilito. Da chi? Da me? E io che ne so per stabilire tutto? Non da me? E chi è dunque che determina la mia vita, ormai prefissata? Là dove accadono i miracoli non è questa. Non è un discorso semplice perché riguarda me ma anche il mio rapporto con figli e la loro libertà, riguarda la mia vecchiaia, le difficoltà, quello che non conosco e che non posso sapere, riguarda le mie paure e il coraggio, l’essere solo, l’amore. E riguarda la meditazione e il mio rapporto con la fede o la spiritualità. Non ci può essere zona di comfort nella ricerca spirituale, nessun maestro l’ha avuta. Se sono lì, vuol dire che sono fuori strada, in altro luogo da quello dove dovrei essere. Cercare l’Assoluto non è sinonimo di cercare sicurezza, credo addirittura che sia il contrario. E non basta andare nel deserto. Se ci vado con un fuoristrada attrezzato con satellitare e con aria condizionata, tradisco l’immagine e il senso del deserto, almeno di quello che conosce il beduino con il suo cammello. Abbandonare la zona di comfort secondo me significa abbandonare quel senso compiutezza che ci fa credere di non aver bisogno di altro, che è autoreferenziale, che si autogiustifica in un sentimento che poi esonda nella vanità del narcisista. Lasciare la presa è andare verso ciò che fino ad adesso mi è stato ignoto, facendo i conti con paure e attaccamenti, nella possibilità di accesso a quell’area dove accadono cose che non sono proprie della sfera razionale e che proprio a questa parte appaiono come miracoli. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

parlare di zona di comfort è un argomento inusuale per molti. Il mondo, questo mondo ci spinge a desiderare il comfort, il calduccio, il morbido, il conosciuto e soprattutto il comodo. E’ comodo, desidero che tutto sia così comodo… conosciuto, consueto, padroneggiato, sperimentato e senza imprevisti, prevedibile insomma. Ecco questa è la zona di comfort. Una condizione mentale nella quale si prova un senso di familiarità, ci si sente a proprio agio e nel pieno controllo della situazione, senza sperimentare alcuna forma di stress e ansia. Nella zona di comfort si ha tutto ed è tutto ciò che si ha.

Il problema è che la vita, quella vera, non è questa, ma addirittura comincia là dove finisce la zona di comfort!

Non è detto che sia il deserto (anche se dicono che è molto indicato per trovare sé stessi) o il mare aperto ed io su una zattera tra le onde in burrasca. Può essere un luogo ma anche una condizione mentale, uno stato d’essere, un sentire. Penso che sia un modo di vivere la condizione umana senza avere in tasca una assicurazione sulla vita o il biglietto di ritorno, senza avere un paracadute sempre aperto, lasciarsi andare non all’avventura ma alla fiducia della speranza senza conoscere il passo successivo. Accettare il rischio di vivere senza per questo essere necessariamente in pericolo, ma nemmeno garantiti e protetti. Essere esposto all’intemperia del mondo, esserne parte e fare fronte al momento in cui accade di vivere una situazione senza prevedere tutto, cercare binari di ferro che mi fanno vedere solo il loro stesso percorso, immutabile, prefissato, già stabilito. Da chi? Da me? E io che ne so per stabilire tutto? Non da me? E chi è dunque che determina la mia vita, ormai prefissata? Là dove accadono i miracoli non è questa.

Non è un discorso semplice perché riguarda me ma anche il mio rapporto con figli e la loro libertà, riguarda la mia vecchiaia, le difficoltà, quello che non conosco e che non posso sapere, riguarda le mie paure e il coraggio, l’essere solo, l’amore. E riguarda la meditazione e il mio rapporto con la fede o la spiritualità. Non ci può essere zona di comfort nella ricerca spirituale, nessun maestro l’ha avuta. Se sono lì, vuol dire che sono fuori strada, in altro luogo da quello dove dovrei essere. Cercare l’Assoluto non è sinonimo di cercare sicurezza, credo addirittura che sia il contrario. E non basta andare nel deserto. Se ci vado con un fuoristrada attrezzato con satellitare e con aria condizionata, tradisco l’immagine e il senso del deserto, almeno di quello che conosce il beduino con il suo cammello. Abbandonare la zona di comfort secondo me significa abbandonare quel senso compiutezza che ci fa credere di non aver bisogno di altro, che è autoreferenziale, che si autogiustifica in un sentimento che poi esonda nella vanità del narcisista. Lasciare la presa è andare verso ciò che fino ad adesso mi è stato ignoto, facendo i conti con paure e attaccamenti, nella possibilità di accesso a quell’area dove accadono cose che non sono proprie della sfera razionale e che proprio a questa parte appaiono come miracoli.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Zona di confort.
"Le navi sono sicure nel porto, ma non è per stare in porto che sono state fatte le navi." (John A. Sheed)
Allegati Allegati: Zefiro.2019.05
03/03/2019: Anno 2019 - Numero 04  File Pdf
Pubblicato il 29/03/2019
Fondo Etico Piagge.
Fondo Etico Piagge.
Care amiche e cari amici, la Comunità delle Piagge è un luogo particolare, umile, determinato, coeso, attento alle persone e alle situazioni individuali anche meno facili, quelle che portano con sé dolori antichi, difficoltà di una vita non sempre agevole. C’è posto per tutti nella Comunità e chiunque è accolto e rispettato come persona per quello che è e le sue eventuali avversità sono fonte di rispetto e sono accolte con la dignità che si riserva agli aspetti umani più delicati. Quando ci sono difficoltà le persone vengono sostenute nel bisogno ricevendo l’aiuto che serve in quel momento, ma poi si prosegue di nuovo il cammino da soli sulle proprie gambe, con coraggio, insieme agli altri, ma in autonomia incontrando la propria vita a viso aperto e senza inutili stampelle, senza adagiarsi in commiserazioni che non servono. Una realtà complessa quella delle Piagge, cresciuta in un quartiere che è periferico in tutti i sensi, fatta di tante piccole cose, aspetti costruiti nel tempo con tenacia, caparbietà e costanza. La fede che tiene per mano, la speranza per un mondo migliore, la lotta in un mondo purtroppo ingiusto. Già da tempo collaboro con il microcredito delle Piagge, svolgo attività di ascolto e di supporto alla erogazione dei prestiti, sono piccole case quelle che faccio ma che mi portano dei bei doni. L’incontro con tante storie dove in ognuna c’è un piccolo grande mondo, ogni vita si confronta nell’amore e nella lotta, nella delicatezza di un aspetto personale che deve combinarsi e coesistere in un contesto sociale che non si sceglie, nel rapporto con l’altro, spesso nell’inciampo di un imprevisto. Così se serve si può chiedere una mano, un aiuto economico che sarà disinteressato che non pretende garanzie se non la disponibilità onesta a restituire con calma, quando si potrà, al fine che anche altri possano beneficiare di un aiuto simile quando servirà come è servito adesso a me. Prove d’orchestra per un progetto di un mondo nuovo, accogliente, non competitivo, inedito, non spinto dall’avidità o dal tornaconto, pensato per l’altro senza che l’interesse economico sia il movente che attiva la relazione. Senza uno scopo che non sia altro che un prendersi cura con premura. Un mondo di pace e solidarietà, di responsabilità fraterna e gratuità, dove nella difficoltà di un momento si cresce in consapevolezza proprio quando ci si rialza grazie ad una mano che si porge e che si fida di te, che sa che si può fidare perché ciascuno farà la propria parte, che non ci si dimenticherà. E se poi invece il prestito non viene restituito – ed è abbastanza raro - se l’aiuto ricevuto viene scordato, prigionieri di un mondo che non ha riconoscenza e che non insegna il rispetto? Allora sta alla Comunità di recuperare insieme il dialogo, di non perdere la fiducia nella ricerca di un consenso al colloquio, per scoprire insieme che è proprio nella responsabilità che ciascuno ha verso l’altro che si incontra la stima verso sé stessi. Questo è ciò che trovo nelle persone del Fondo Etico, questo è ciò che mi insegnano con la loro vita e ciò che imparo camminando con loro. Questo è il perché ho aderito al Fondo Etico. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

la Comunità delle Piagge è un luogo particolare, umile, determinato, coeso, attento alle persone e alle situazioni individuali anche meno facili, quelle che portano con sé dolori antichi, difficoltà di una vita non sempre agevole. C’è posto per tutti nella Comunità e chiunque è accolto e rispettato come persona per quello che è e le sue eventuali avversità sono fonte di rispetto e sono accolte con la dignità che si riserva agli aspetti umani più delicati.

Quando ci sono difficoltà le persone vengono sostenute nel bisogno ricevendo l’aiuto che serve in quel momento, ma poi si prosegue di nuovo il cammino da soli sulle proprie gambe, con coraggio, insieme agli altri, ma in autonomia incontrando la propria vita a viso aperto e senza inutili stampelle, senza adagiarsi in commiserazioni che non servono.

Una realtà complessa quella delle Piagge, cresciuta in un quartiere che è periferico in tutti i sensi, fatta di tante piccole cose, aspetti costruiti nel tempo con tenacia, caparbietà e costanza. La fede che tiene per mano, la speranza per un mondo migliore, la lotta in un mondo purtroppo ingiusto.

Già da tempo collaboro con il microcredito delle Piagge, svolgo attività di ascolto e di supporto alla erogazione dei prestiti, sono piccole case quelle che faccio ma che mi portano dei bei doni. L’incontro con tante storie dove in ognuna c’è un piccolo grande mondo, ogni vita si confronta nell’amore e nella lotta, nella delicatezza di un aspetto personale che deve combinarsi e coesistere in un contesto sociale che non si sceglie, nel rapporto con l’altro, spesso nell’inciampo di un imprevisto.

Così se serve si può chiedere una mano, un aiuto economico che sarà disinteressato che non pretende garanzie se non la disponibilità onesta a restituire con calma, quando si potrà, al fine che anche altri possano beneficiare di un aiuto simile quando servirà come è servito adesso a me. Prove d’orchestra per un progetto di un mondo nuovo, accogliente, non competitivo, inedito, non spinto dall’avidità o dal tornaconto, pensato per l’altro senza che l’interesse economico sia il movente che attiva la relazione. Senza uno scopo che non sia altro che un prendersi cura con premura. Un mondo di pace e solidarietà, di responsabilità fraterna e gratuità, dove nella difficoltà di un momento si cresce in consapevolezza proprio quando ci si rialza grazie ad una mano che si porge e che si fida di te, che sa che si può fidare perché ciascuno farà la propria parte, che non ci si dimenticherà. E se poi invece il prestito non viene restituito – ed è abbastanza raro - se l’aiuto ricevuto viene scordato, prigionieri di un mondo che non ha riconoscenza e che non insegna il rispetto? Allora sta alla Comunità di recuperare insieme il dialogo, di non perdere la fiducia nella ricerca di un consenso al colloquio, per scoprire insieme che è proprio nella responsabilità che ciascuno ha verso l’altro che si incontra la stima verso sé stessi.

Questo è ciò che trovo nelle persone del Fondo Etico, questo è ciò che mi insegnano con la loro vita e ciò che imparo camminando con loro. Questo è il perché ho aderito al Fondo Etico.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Fondo Etico Piagge.
"Quando dare una cosa è difficile, quello è il momento della vera condivisione”." (Yehuda Berg)
Allegati Allegati: Zefiro.2019.04
16/02/2019: Anno 2019 - Numero 03  File Pdf
Pubblicato il 29/03/2019
Guerrieri spirituali.
Guerrieri spirituali.
Care amiche e cari amici, attraverso i gruppi che seguo e altri contatti con varie persone che intraprendo da tempo, mi trovo alle volte coinvolto o alle volte solo come spettatore, in situazioni di difficoltà relazionali. È una percezione precisa che, dietro ai tanti dissapori, rotture, allontanamenti e in generale bisticci o incomprensioni che si generano nel vivere relazioni con gli altri, ci sia molto di più di un semplice disaccordo sorto per motivi più o meno contingenti o futili. Non mi sembrano sempre inciampi momentanei, difficoltà accidentali. Sento che viviamo un’epoca dove le relazioni tra persone sono messe a dura prova a causa di intransigenza, di intolleranza, di mancanza di accoglienza e flessibilità, e così spesso si manifesta lo scontro, l’alterco, la separatività dall’altro che tendo a vedere addirittura come il nemico da eliminare e così volto le spalle e abbandono un progetto. Sono più solo, sconfitto nelle mie mete, che si allontanano e rischiano pertanto di non realizzarsi come erano nei desideri. Non è un mondo facile per abitarci e viviamo in un’epoca dove i problemi sono i popoli frantumati, la guerra mondiale nascosta, artificialmente tenuta in piedi dalla produzione e dal commercio delle armi, i problemi sono la società dell’esclusione, l’economia che uccide, la globalizzazione dell’indifferenza, l’ideologia dello scarto di esuberi, disoccupati, anziani, profughi, migranti, la persistente disparità tra uomo e donna e quella tra cittadino e straniero. Tutto questo dal livello macro ricade poi a livello del singolo, nella vita che diventa frammentata. Questi certo sono aspetti che richiedono un contrasto forte e una lotta di liberazione nazionale, ma quando si parla di relazioni personali tra amici di uno stesso gruppo penso sia un discorso di capacità di sostenere rapporti personali, con la cura e l’accoglienza che ricercano. Bene, la situazione è difficile, certo, ma ha anche delle opportunità di crescita. Devo realizzare bene che questa situazione disarmonica e in qualche modo ostile non è esterna a me, quindi non è altro da me. Al contrario mi riguarda in modo profondo, è la lezione che devo imparare e per questo è quanto mai presente all’interno del mio sentire, appartiene alla vita di ciascuno e quindi anche alla mia, tutti i giorni. Come un inquinamento che non si vede ma che è presente in ogni angolo, in ogni momento e lo si percepisce attraverso i suoi effetti che portano disagio, fastidio, malattia in genere. Penso sia importante avere consapevolezza e coscienza di tutto questo che fa parte integrante dell’esistere di ciascuno, perché tutto questo si rivela nella vita quotidiana attraverso appunto quelle situazioni di conflittualità e squilibri nei rapporti personali, oltre che sociali, di cui si diceva. Ancora una volta la meditazione aiuta, e anche se non è certo il rimedio per tutti i mali, contribuisce ad affrontare e a “vedere” chi sono io e quali sono le mie fratture, le fragilità che chiedono di essere ricomposte che se qualora disattese o ignorate alzano il loro grido di dolore che si tramuta alle volte in una guerra che avendo bisogno di un colpevole, elegge l’altro come causa di ciò che non è in me risolto e mi porta a combattere una controfigura delle mie difficoltà e sofferenze rimosse. Molte volte accade che nelle guerre i combattenti hanno il vero nemico alle spalle, non di fronte ed è per questo che è difficile vederlo con chiarezza. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

attraverso i gruppi che seguo e altri contatti con varie persone che intraprendo da tempo, mi trovo alle volte coinvolto o alle volte solo come spettatore, in situazioni di difficoltà relazionali. È una percezione precisa che, dietro ai tanti dissapori, rotture, allontanamenti e in generale bisticci o incomprensioni che si generano nel vivere relazioni con gli altri, ci sia molto di più di un semplice disaccordo sorto per motivi più o meno contingenti o futili. Non mi sembrano sempre inciampi momentanei, difficoltà accidentali. Sento che viviamo un’epoca dove le relazioni tra persone sono messe a dura prova a causa di intransigenza, di intolleranza, di mancanza di accoglienza e flessibilità, e così spesso si manifesta lo scontro, l’alterco, la separatività dall’altro che tendo a vedere addirittura come il nemico da eliminare e così volto le spalle e abbandono un progetto. Sono più solo, sconfitto nelle mie mete, che si allontanano e rischiano pertanto di non realizzarsi come erano nei desideri.

Non è un mondo facile per abitarci e viviamo in un’epoca dove i problemi sono i popoli frantumati, la guerra mondiale nascosta, artificialmente tenuta in piedi dalla produzione e dal commercio delle armi, i problemi sono la società dell’esclusione, l’economia che uccide, la globalizzazione dell’indifferenza, l’ideologia dello scarto di esuberi, disoccupati, anziani, profughi, migranti, la persistente disparità tra uomo e donna e quella tra cittadino e straniero. Tutto questo dal livello macro ricade poi a livello del singolo, nella vita che diventa frammentata. Questi certo sono aspetti che richiedono un contrasto forte e una lotta di liberazione nazionale, ma quando si parla di relazioni personali tra amici di uno stesso gruppo penso sia un discorso di capacità di sostenere rapporti personali, con la cura e l’accoglienza che ricercano.

Bene, la situazione è difficile, certo, ma ha anche delle opportunità di crescita. Devo realizzare bene che questa situazione disarmonica e in qualche modo ostile non è esterna a me, quindi non è altro da me. Al contrario mi riguarda in modo profondo, è la lezione che devo imparare e per questo è quanto mai presente all’interno del mio sentire, appartiene alla vita di ciascuno e quindi anche alla mia, tutti i giorni. Come un inquinamento che non si vede ma che è presente in ogni angolo, in ogni momento e lo si percepisce attraverso i suoi effetti che portano disagio, fastidio, malattia in genere. Penso sia importante avere consapevolezza e coscienza di tutto questo che fa parte integrante dell’esistere di ciascuno, perché tutto questo si rivela nella vita quotidiana attraverso appunto quelle situazioni di conflittualità e squilibri nei rapporti personali, oltre che sociali, di cui si diceva.

Ancora una volta la meditazione aiuta, e anche se non è certo il rimedio per tutti i mali, contribuisce ad affrontare e a “vedere” chi sono io e quali sono le mie fratture, le fragilità che chiedono di essere ricomposte che se qualora disattese o ignorate alzano il loro grido di dolore che si tramuta alle volte in una guerra che avendo bisogno di un colpevole, elegge l’altro come causa di ciò che non è in me risolto e mi porta a combattere una controfigura delle mie difficoltà e sofferenze rimosse. Molte volte accade che nelle guerre i combattenti hanno il vero nemico alle spalle, non di fronte ed è per questo che è difficile vederlo con chiarezza.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Guerrieri spirituali.
"Tutta la gioia di questo mondo deriva dal desiderare la felicità degli altri; tutta la sofferenza di questo mondo deriva dal desiderare la felicità di me stesso." (Shantideva)
Allegati Allegati: Zefiro.2019.03
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Versione: 1.5
Rilasciata il: 06/02/2014
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