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Radio Voce della Speranza

Lo Zefiro

Notiziario Interreligioso
Redazione: Marco Lazzeri
Telefono: 335.6415395
Pagina:
03/11/2018: Anno 2018 - Numero 16  File Pdf
Pubblicato il 02/11/2018
Mamma in allattamento.
Mamma in allattamento.
Care amiche e cari amici, ancora una volta un argomento che può apparire inappropriato per una comunità di meditazione. Deciderete liberamente voi se lo è. La foto si riferisce ad un episodio occorso questa estate in Messico dove a una giovane donna che allattava il suo bambino in un locale è stato ingiunto di coprirsi e lei ha acconsentito in questo modo, per così dire, provocatorio. La foto è girata molto in rete e ha suscitato i commenti più diversi, molte femministe a favore della libertà completa e dell’apprezzamento entusiastico della cosa in sé, dall’altra parte aspre critiche scandalizzate e irritate, molte da parte di donne – in modo forse inatteso. Al di là del fatto condivisibile o meno, quello che mi ha fatto riflettere è il rapporto che nel nostro tempo intratteniamo con il corpo, e questo ha a che fare con la meditazione, secondo me, una pratica che tra le tante cose tende alla ricerca dell’armonizzazione dell’elemento corporeo e materico con la liberazione della mente e la ricerca spirituale. Spesso aiutata dalla pratica di Yoga. Ancora una volta è il femminile che ha qualcosa di importante da insegnare. Personalmente apprezzo molto quando riesco a sentire il mio corpo in una armonia con la natura e lasciarlo praticare le sue richieste come fossero per me un sapiente consiglio di comportamento e di guida alla vita, che lo sostiene e lo alimenta. Trovare l’armonia della semplicità, scoprire come la naturalità di un gesto sia il maestro che sa dosare componenti fini e non sempre conosciuti nell’alambicco che distilla ed estrae ciò che serve alla salute psicofisica. Cercare o spesso recuperare la semplicità di comportamenti artefatti da convenzioni, vergogne, regole, costrizioni che, anche se nello scopo primario di una convivenza dovrebbero normare il comportamento tra le persone, alla fine tendono a creare distanze e squilibri. Regole fatte di materia pesante, di doveri severi, conniventi con l’ossessione del peccato che allontanano da una sana contiguità con il corpo, che lo fanno detestare e che possono così portare a frizioni che divengono elementi di inciampo per una morale che è attenta allo sconveniente, se non addirittura all’indecente, senza riuscire a scorgere l’inverarsi della vita e dei suoi riti integrali. In questo caso il rapporto è tra madre e bambino dove i due soggetti si parlano in silenzio attraverso tanti linguaggi diversi quali calore, odore, vista, udito, tatto, dove tutto questo genera fiducia, coraggio, dove accadono cose che resteranno sedimentate in una base sana per tutta la vita del piccolo in termini di sicurezza ricevuta e di apertura e gioiosità verso il mondo. Amo questa naturalità che insegna ad essere semplicemente quello che si è senza vergogna o fronzoli e non quello che dovremmo essere o sembrare, per convenzioni o consuetudini. Forse questo è qualcosa che ricerco nella meditazione come insegnamento che mi porti al di là del limite del conformismo che divide, che separa, che non fa essere, ma che insegna ad ascendere a visioni più alte, meno buie, che donano connessione tra la natura materiale che mi abita su questo piano fisico e un divenire verso una realizzazione profonda di ciò per cui sono qui adesso. E da qui il cammino della meditazione prosegue e prosegue… Grazie a tutti. Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

ancora una volta un argomento che può apparire inappropriato per una comunità di meditazione. Deciderete liberamente voi se lo è.

La foto si riferisce ad un episodio occorso questa estate in Messico dove a una giovane donna che allattava il suo bambino in un locale è stato ingiunto di coprirsi e lei ha acconsentito in questo modo, per così dire, provocatorio. La foto è girata molto in rete e ha suscitato i commenti più diversi, molte femministe a favore della libertà completa e dell’apprezzamento entusiastico della cosa in sé, dall’altra parte aspre critiche scandalizzate e irritate, molte da parte di donne – in modo forse inatteso.

Al di là del fatto condivisibile o meno, quello che mi ha fatto riflettere è il rapporto che nel nostro tempo intratteniamo con il corpo, e questo ha a che fare con la meditazione, secondo me, una pratica che tra le tante cose tende alla ricerca dell’armonizzazione dell’elemento corporeo e materico con la liberazione della mente e la ricerca spirituale. Spesso aiutata dalla pratica di Yoga.

Ancora una volta è il femminile che ha qualcosa di importante da insegnare.

Personalmente apprezzo molto quando riesco a sentire il mio corpo in una armonia con la natura e lasciarlo praticare le sue richieste come fossero per me un sapiente consiglio di comportamento e di guida alla vita, che lo sostiene e lo alimenta. Trovare l’armonia della semplicità, scoprire come la naturalità di un gesto sia il maestro che sa dosare componenti fini e non sempre conosciuti nell’alambicco che distilla ed estrae ciò che serve alla salute psicofisica. Cercare o spesso recuperare la semplicità di comportamenti artefatti da convenzioni, vergogne, regole, costrizioni che, anche se nello scopo primario di una convivenza dovrebbero normare il comportamento tra le persone, alla fine tendono a creare distanze e squilibri. Regole fatte di materia pesante, di doveri severi, conniventi con l’ossessione del peccato che allontanano da una sana contiguità con il corpo, che lo fanno detestare e che possono così portare a frizioni che divengono elementi di inciampo per una morale che è attenta allo sconveniente, se non addirittura all’indecente, senza riuscire a scorgere l’inverarsi della vita e dei suoi riti integrali. In questo caso il rapporto è tra madre e bambino dove i due soggetti si parlano in silenzio attraverso tanti linguaggi diversi quali calore, odore, vista, udito, tatto, dove tutto questo genera fiducia, coraggio, dove accadono cose che resteranno sedimentate in una base sana per tutta la vita del piccolo in termini di sicurezza ricevuta e di apertura e gioiosità verso il mondo.

Amo questa naturalità che insegna ad essere semplicemente quello che si è senza vergogna o fronzoli e non quello che dovremmo essere o sembrare, per convenzioni o consuetudini. Forse questo è qualcosa che ricerco nella meditazione come insegnamento che mi porti al di là del limite del conformismo che divide, che separa, che non fa essere, ma che insegna ad ascendere a visioni più alte, meno buie, che donano connessione tra la natura materiale che mi abita su questo piano fisico e un divenire verso una realizzazione profonda di ciò per cui sono qui adesso. E da qui il cammino della meditazione prosegue e prosegue…

Grazie a tutti.

Marco [Chiudi]
Mamma in allattamento.
"Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi. Nascendo in questo mondo, cadiamo nell'illusione dei sensi; ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi." (Giordano Bruno)
Allegati Allegati: Zefiro.2018.16
13/10/2018: Anno 2018 - Numero 15  File Pdf
Pubblicato il 12/10/2018
…così.
…così.
Care amiche e cari amici, nessuno è perfetto lo sappiamo bene, e mi riconosco infatti molti limiti e incapacità, difetti fisici, squilibri psichici e mancanze, oltre ad aspetti positivi che cerco di coltivare. Non sono comunque completo e non sono sempre adeguato alle situazioni e al mondo, sono mancante, relativo, parziale. Nella mia cassetta degli attrezzi per la vita manca qualcosa, forse molto. Sono spesso inconsapevole e gli eventi non vanno sempre come desidero, per fortuna; loro sono molto più ingegnosi di quanto non sia la mia modesta fantasia. Mi si producono degli eventi che pur sembrando imperfetti mi pongono davanti, insieme con le difficoltà e l’evidenza dei miei limiti, le opportunità per elaborali e per creare quel nuovo inatteso che non mi immaginerei senza il loro aiuto. Mi chiedo spesso quale è il senso della vita e a cosa serva nella sua complessità e bellezza. Lo scopo...? Forse questo albero può indicare una risposta? Forse il senso è di esserci così per come sono, costretto dagli eventi, e rispondere in modo fantasioso e sereno alle difficoltà o gli accidenti che incontro? L’umano è creato per l’immortalità, che è già adesso, da sempre, un dono custodito nel suo cuore. Ma non c’è un facile accesso, non c’è conoscenza senza osservazione, senza affinamento del sentire e dell’ascolto profondo. Il cammino di consapevolezza è assegnato dallo spirito e tutto a lui riservato. Nel cammino mi devo rialzare, ricominciare, non fermarmi, con stupore vedere che la strada non è quella pensata dalla mente, ma un’altra, quella che serve veramente a me. Se la vita non muore per una difficoltà o un accidente, il messaggio che dà senso è che sono vivo e che posso continuare, che il viaggio non è finito. E se stesse iniziando proprio adesso? Posso allora guardare con gli occhi rivolti in alto per vedere un orizzonte non ancora immaginato, intuire quel divenire che è il mio destino. Ricordo un aforisma di John Lennon che la vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri programmi. Ancora una volta (e quando forse è differente? …) l’ego segue suoi percorsi che non sono quelli dell’anima, si distrae, si smarrisce e da lei è ricondotto in qualche modo indecifrabile alla sua missione. Il fare si esplicita nel “Fare Anima” di James Hillman, e per questo credo che ho bisogno di quegli strumenti e inciampi come il mondo e l’ego che sono la mia migliore palestra. Grazie a tutti. Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

nessuno è perfetto lo sappiamo bene, e mi riconosco infatti molti limiti e incapacità, difetti fisici, squilibri psichici e mancanze, oltre ad aspetti positivi che cerco di coltivare. Non sono comunque completo e non sono sempre adeguato alle situazioni e al mondo, sono mancante, relativo, parziale. Nella mia cassetta degli attrezzi per la vita manca qualcosa, forse molto. Sono spesso inconsapevole e gli eventi non vanno sempre come desidero, per fortuna; loro sono molto più ingegnosi di quanto non sia la mia modesta fantasia. Mi si producono degli eventi che pur sembrando imperfetti mi pongono davanti, insieme con le difficoltà e l’evidenza dei miei limiti, le opportunità per elaborali e per creare quel nuovo inatteso che non mi immaginerei senza il loro aiuto. Mi chiedo spesso quale è il senso della vita e a cosa serva nella sua complessità e bellezza. Lo scopo...? Forse questo albero può indicare una risposta? Forse il senso è di esserci così per come sono, costretto dagli eventi, e rispondere in modo fantasioso e sereno alle difficoltà o gli accidenti che incontro? L’umano è creato per l’immortalità, che è già adesso, da sempre, un dono custodito nel suo cuore. Ma non c’è un facile accesso, non c’è conoscenza senza osservazione, senza affinamento del sentire e dell’ascolto profondo. Il cammino di consapevolezza è assegnato dallo spirito e tutto a lui riservato. Nel cammino mi devo rialzare, ricominciare, non fermarmi, con stupore vedere che la strada non è quella pensata dalla mente, ma un’altra, quella che serve veramente a me. Se la vita non muore per una difficoltà o un accidente, il messaggio che dà senso è che sono vivo e che posso continuare, che il viaggio non è finito. E se stesse iniziando proprio adesso? Posso allora guardare con gli occhi rivolti in alto per vedere un orizzonte non ancora immaginato, intuire quel divenire che è il mio destino. Ricordo un aforisma di John Lennon che la vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri programmi. Ancora una volta (e quando forse è differente? …) l’ego segue suoi percorsi che non sono quelli dell’anima, si distrae, si smarrisce e da lei è ricondotto in qualche modo indecifrabile alla sua missione. Il fare si esplicita nel “Fare Anima” di James Hillman, e per questo credo che ho bisogno di quegli strumenti e inciampi come il mondo e l’ego che sono la mia migliore palestra.

Grazie a tutti.

Marco [Chiudi]
…così.
"Per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare. Guardate le stelle invece che i vostri piedi." (Stephen Hawking)
Allegati Allegati: Zefiro.2018.15
29/09/2018: Anno 2018 - Numero 14  File Pdf
Pubblicato il 28/09/2018
Muro a secco.
Muro a secco.
Care amiche e cari amici, in Toscana e in specifico nelle campagne dei dintorni di Firenze se ne vedono molti di questi tipi di muri. Sono detti a secco in quanto non c’è malta che unisce le pietre che sono pertanto giustapposte con arte per poter avere quella consistenza di insieme capace di trattenere il terreno nel caso di muri di contenimento sui declivi o capaci di sostenere una struttura architettonica complessa anche di più piani, nel caso di costruzioni, come ad esempio i famosi nuraghe sardi. Quindi un insieme di pietre, ben armonizzate, nella loro sapiente positura. E tra le pietre una fessura, così profonda di cui spesso non si intravede il fondo, più o meno larga e irregolare a seconda della necessità del posizionamento. Un interstizio che separa ma che in qualche modo unisce, che tiene in contatto pur creando una discontinuità, plasmando nella finitezza di una pietra la premessa per l’inizio della vicina. Con la compiutezza di un elemento si procede ad un salto, lo sconfinamento in qualcosa d’altro. Dopo la compattezza dell’essere pietra c’è un vuoto, non una frattura, ma un momento altro, dove ciò che era prima lascia il posto ad un elemento nuovo, il vuoto. Vuoto che con la sua non presenza materica limita e definisce i volumi e la struttura complessiva, è lui che rende possibile il coesistere del molteplice in un insieme molto più grande che dà un senso più alto a quello che una singola pietra non può fare, che disegna un progetto, che apre un orizzonte, che permette il divenire verso un oltre. È questo sconfinamento che attira l’attenzione, questo percepire la variazione da uno stato ad un altro, il termine della zona di confort di quanto è acquisito, la rinuncia alla facilità del consuetudinario e il salto verso la scoperta di quanto ancora non sono. Per me è più facile avere coscienza di essere una pietra, un individuo, di quanto non abbia percezione di essere una parte di una struttura più grande, di quanto ci sia fuori dalla mia limitatezza e di come questo elemento di vuoto sia proprio quello che rende possibile la connessione con l’altro da me, il dialogo e la conoscenza, che faccia sì che sia unito ad un insieme attraverso un vuoto che trattiene e conduce, vuoto che è misteriosa continuità su un piano diverso di esistenza che nella sua sottigliezza impalpabile unisce e proietta verso il superamento del limite. Ma non solo. Le pietre sono tutte diverse, come ben si vede a colpo d’occhio. Alcune enormi e di facile identificazione, altre minute e incastrate, nascoste, piccole quasi insignificanti, mentre forse sono proprio loro che danno consistenza all’insieme e coerenza alla struttura che è così capace di resiste al tempo e alle intemperie più feroci. Sono queste che, in quanto giustapposte tra interstizi che rimarrebbero troppo larghi e instabili, garantiscono stabilità, fanno da zeppa. Non è indispensabile essere grandi e di visibilità per contribuire in modo determinante al progetto dell’universo, perché la mano del costruttore ha bisogno di qualsiasi parte ed è lui che con la sapienza imprime importanza e necessità ad ogni singola esistenza. L’importanza non è solo nell’apparenza della dimensione ma anche nell’umiltà del servizio se svolto con quella dedizione che rende liberi di essere, giustificati nella propria essenza che in quanto tale è sempre unica e indispensabile. Grazie a tutti. Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

in Toscana e in specifico nelle campagne dei dintorni di Firenze se ne vedono molti di questi tipi di muri. Sono detti a secco in quanto non c’è malta che unisce le pietre che sono pertanto giustapposte con arte per poter avere quella consistenza di insieme capace di trattenere il terreno nel caso di muri di contenimento sui declivi o capaci di sostenere una struttura architettonica complessa anche di più piani, nel caso di costruzioni, come ad esempio i famosi nuraghe sardi.

Quindi un insieme di pietre, ben armonizzate, nella loro sapiente positura. E tra le pietre una fessura, così profonda di cui spesso non si intravede il fondo, più o meno larga e irregolare a seconda della necessità del posizionamento. Un interstizio che separa ma che in qualche modo unisce, che tiene in contatto pur creando una discontinuità, plasmando nella finitezza di una pietra la premessa per l’inizio della vicina. Con la compiutezza di un elemento si procede ad un salto, lo sconfinamento in qualcosa d’altro. Dopo la compattezza dell’essere pietra c’è un vuoto, non una frattura, ma un momento altro, dove ciò che era prima lascia il posto ad un elemento nuovo, il vuoto. Vuoto che con la sua non presenza materica limita e definisce i volumi e la struttura complessiva, è lui che rende possibile il coesistere del molteplice in un insieme molto più grande che dà un senso più alto a quello che una singola pietra non può fare, che disegna un progetto, che apre un orizzonte, che permette il divenire verso un oltre. È questo sconfinamento che attira l’attenzione, questo percepire la variazione da uno stato ad un altro, il termine della zona di confort di quanto è acquisito, la rinuncia alla facilità del consuetudinario e il salto verso la scoperta di quanto ancora non sono. Per me è più facile avere coscienza di essere una pietra, un individuo, di quanto non abbia percezione di essere una parte di una struttura più grande, di quanto ci sia fuori dalla mia limitatezza e di come questo elemento di vuoto sia proprio quello che rende possibile la connessione con l’altro da me, il dialogo e la conoscenza, che faccia sì che sia unito ad un insieme attraverso un vuoto che trattiene e conduce, vuoto che è misteriosa continuità su un piano diverso di esistenza che nella sua sottigliezza impalpabile unisce e proietta verso il superamento del limite.

Ma non solo. Le pietre sono tutte diverse, come ben si vede a colpo d’occhio. Alcune enormi e di facile identificazione, altre minute e incastrate, nascoste, piccole quasi insignificanti, mentre forse sono proprio loro che danno consistenza all’insieme e coerenza alla struttura che è così capace di resiste al tempo e alle intemperie più feroci. Sono queste che, in quanto giustapposte tra interstizi che rimarrebbero troppo larghi e instabili, garantiscono stabilità, fanno da zeppa. Non è indispensabile essere grandi e di visibilità per contribuire in modo determinante al progetto dell’universo, perché la mano del costruttore ha bisogno di qualsiasi parte ed è lui che con la sapienza imprime importanza e necessità ad ogni singola esistenza. L’importanza non è solo nell’apparenza della dimensione ma anche nell’umiltà del servizio se svolto con quella dedizione che rende liberi di essere, giustificati nella propria essenza che in quanto tale è sempre unica e indispensabile.

Grazie a tutti.

Marco [Chiudi]
Muro a secco.
"Non c’è niente di più profondo di quanto vediamo in superficie." (Oscar Wilde)
Allegati Allegati: Zefiro.2018.14
15/09/2018: Anno 2018 - Numero 13  File Pdf
Pubblicato il 15/09/2018
Meditazione presso il Bosco Sacro.
Meditazione presso il Bosco Sacro.
Care amiche e cari amici, quella che vedete è l’immagine presa da Enio (che infatti non vi compare) del cerchio di meditazione fatta a fine giugno presso il Bosco Sacro degli amici Nativi, che ospitano come di consueto l’incontro di fine stagione. Mi sembra una bella immagine che condivido volentieri, ma non come documento di un incontro bensì come vivo ricordo di un istante particolare e inconsueto. Il campo nel bosco comprende un tipico teepee Lakota e una capanna sudatoria nonché altri padiglioni, il grande cerchio del fuoco, tende e luoghi di riunione, la cucina, un luogo dedicato all’arte. È un campo stabile, aperto a tutti per tutto l’anno, immerso nel bosco. Abbiamo trovato là molte persone che non conoscevamo e che avevano svolto nei giorni precedenti attività varie inerenti la spiritualità e la vita quotidiana. Enio dopo un momento di saluti e di ambientazione ha annunciato la meditazione e chi desiderava condividere è sceso con calma presso il padiglione sottostante, che vedete appunto nella foto. Abbiamo preso dei tronchi di legno come sedili e abbiamo formato il consueto cerchio, all’aperto. Ho preso anche io posto e mi sono messo in silenzio attendendo il consueto inizio che generalmente è scandito da un benvenuto, letture, canti, suono di campana… tutti momenti pensati per la necessaria predisposizione, nell’attesa che le parole lascino spazio al silenzio. Con gli occhi chiusi attendevo. Il luogo era ameno e c’erano cicale e frusciare di foglie. Attendevo. Dopo del tempo ho socchiuso appena gli occhi per seguire la preparazione dell’incontro, essendo molte le persone che non appartenevano alla Comunità, con noi per la prima volta. Ho visto così che il cerchio era già formato, perfetto, completo, silenzioso e tutti erano in meditazione, concentrati, immobili, uniti. Tutto si era compiuto in pochi istanti, l’armonia degli intenti aveva formato l’unione dei cuori senza bisogno di preamboli o introduzioni. L’energia delle persone e del luogo vibravano e avevano raggiunto un’unione in una meraviglia che solo la semplicità sa creare. Affascinato, ho richiuso gli occhi e ringraziando ho proseguito con loro… quasi con incredulità. In tanti anni non mi è capitata una cosa simile. Senza sovrastrutture, senza orpelli, il silenzio e la concentrazione hanno preso luogo nello spazio tra noi accomunando tutti i presenti. Senza nulla che facesse da corollario, solo l’essenziale di una semplicità rispettosa e magnifica, solo l’attimo che vive senza bisogno di preparazione e che può esistere nel sussurro del momento. Anche la conclusione della meditazione è stata morbida e delicata, non segnata da campanelle ma nell’armonia naturale che ha accompagnato il tempo compiuto. Per me è stata un’esperienza che non ricordo di aver provato in altre occasioni. Ero appagato perché adesso avevo coscienza che il sogno può esistere. Che non occorre conoscersi per stare bene in armonia, che non occorre una preparazione esterna accurata per avere un luogo interiore ospitale e che tutto si può compiere lasciando che sia proprio ciò che ciascuno di noi è, a creare ciò di cui tutti abbiamo desiderio e bisogno. Ho saputo dopo, e lo abbiamo condiviso, che anche altre persone avevano percepito come me questo stato di essere e sono stato maggiormente felice di non essere un povero visionario isolato, ma in buona compagnia. Grazie a tutti. Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

quella che vedete è l’immagine presa da Enio (che infatti non vi compare) del cerchio di meditazione fatta a fine giugno presso il Bosco Sacro degli amici Nativi, che ospitano come di consueto l’incontro di fine stagione. Mi sembra una bella immagine che condivido volentieri, ma non come documento di un incontro bensì come vivo ricordo di un istante particolare e inconsueto.

Il campo nel bosco comprende un tipico teepee Lakota e una capanna sudatoria nonché altri padiglioni, il grande cerchio del fuoco, tende e luoghi di riunione, la cucina, un luogo dedicato all’arte. È un campo stabile, aperto a tutti per tutto l’anno, immerso nel bosco. Abbiamo trovato là molte persone che non conoscevamo e che avevano svolto nei giorni precedenti attività varie inerenti la spiritualità e la vita quotidiana. Enio dopo un momento di saluti e di ambientazione ha annunciato la meditazione e chi desiderava condividere è sceso con calma presso il padiglione sottostante, che vedete appunto nella foto. Abbiamo preso dei tronchi di legno come sedili e abbiamo formato il consueto cerchio, all’aperto. Ho preso anche io posto e mi sono messo in silenzio attendendo il consueto inizio che generalmente è scandito da un benvenuto, letture, canti, suono di campana… tutti momenti pensati per la necessaria predisposizione, nell’attesa che le parole lascino spazio al silenzio. Con gli occhi chiusi attendevo. Il luogo era ameno e c’erano cicale e frusciare di foglie. Attendevo. Dopo del tempo ho socchiuso appena gli occhi per seguire la preparazione dell’incontro, essendo molte le persone che non appartenevano alla Comunità, con noi per la prima volta. Ho visto così che il cerchio era già formato, perfetto, completo, silenzioso e tutti erano in meditazione, concentrati, immobili, uniti. Tutto si era compiuto in pochi istanti, l’armonia degli intenti aveva formato l’unione dei cuori senza bisogno di preamboli o introduzioni. L’energia delle persone e del luogo vibravano e avevano raggiunto un’unione in una meraviglia che solo la semplicità sa creare. Affascinato, ho richiuso gli occhi e ringraziando ho proseguito con loro… quasi con incredulità. In tanti anni non mi è capitata una cosa simile. Senza sovrastrutture, senza orpelli, il silenzio e la concentrazione hanno preso luogo nello spazio tra noi accomunando tutti i presenti. Senza nulla che facesse da corollario, solo l’essenziale di una semplicità rispettosa e magnifica, solo l’attimo che vive senza bisogno di preparazione e che può esistere nel sussurro del momento. Anche la conclusione della meditazione è stata morbida e delicata, non segnata da campanelle ma nell’armonia naturale che ha accompagnato il tempo compiuto. Per me è stata un’esperienza che non ricordo di aver provato in altre occasioni. Ero appagato perché adesso avevo coscienza che il sogno può esistere. Che non occorre conoscersi per stare bene in armonia, che non occorre una preparazione esterna accurata per avere un luogo interiore ospitale e che tutto si può compiere lasciando che sia proprio ciò che ciascuno di noi è, a creare ciò di cui tutti abbiamo desiderio e bisogno.

Ho saputo dopo, e lo abbiamo condiviso, che anche altre persone avevano percepito come me questo stato di essere e sono stato maggiormente felice di non essere un povero visionario isolato, ma in buona compagnia.

Grazie a tutti.

Marco [Chiudi]
Meditazione presso il Bosco Sacro.
"Di notte, più del canto dei grilli, mi impressiona il silenzio di milioni di formiche che ascoltano." (Tudor Vasiliu)
Allegati Allegati: Zefiro.2018.13
16/06/2018: Anno 2018 - Numero 12  File Pdf
Pubblicato il 15/06/2018
Emoticon.
Emoticon.
Care amiche e cari amici, queste faccine sorridenti esistono dalla fine degli anni ’70 ma solo da un decennio direi il loro uso massivo è entrato nella modalità di dialogo specialmente nei forum e nei social tipo ad esempio Facebook, WhatApp, ecc… A cosa servono? Come si usano? E’ solo un fenomeno di costume? Perché occuparsene in un notiziario interreligioso che è attento alla spiritualità vissuta e al dialogo consapevole tra le persone? All’inizio nacquero per motivi pubblicitari per attirare attenzione e fare richiamo. Poi il loro utilizzo è esploso e si sono moltiplicate a dismisura, adesso ci sono emoticon per qualsiasi evento o circostanza, per ogni emozione. Si comunica spesso con questo, molte persone le usano in alternativa all’espressione a parole dei loro sentimenti e degli stati d’animo. E’ più facile, immediato, ci si capisce subito, non occorre descrivere nel dettaglio o sforzarsi di comunicare in modo espressivo o circostanziato. Basta mettere una fila di simboli anche tra loro molto diversi in una sequenza di fantasia e la partecipazione è garantita. Vuol significare che ci sono anche io, anch’io ho partecipato e ho detto la mia. Tutto molto semplice e senza tante parole. Facile. Troppo facile? forse. E a me le cose già preparate e troppo facili danno un senso di incertezza, di tranello, di manipolazione. Mi sono un po’ informato e il loro sviluppo è stato successivo alle tante scoperte in ambito del funzionamento del cervello e della sua struttura, del modo di comunicare, le famose neuroscienze. Questa modalità così semplice permette al cervello di non fare molto esercizio nell’esprimersi e molte connessioni cerebrali non vengono attivate, sono rese superflue o inutili, inibite. Piano piano si disimpara a fare collegamenti per l’uso delle parole e del loro significato e così il mondo diventa meno significativo, meno poliedrico. Senza parole le cose e le sensazioni sfumano, impallidiscono. Perché una cosa esista per una persona occorre che ci sia una parola che la descriva (infatti le parole servono a identificare la realtà che ci circonda) altrimenti semplicemente non esiste, perché se nella mia mente un oggetto o un sentimento non trova il suo corrispettivo descrittivo e identificativo non può esistere nel mio mondo, quindi anche fuori da me. Abiterò pertanto in un mondo più povero. Secondo voi mandare un messaggio con un cuoricino è equivalente a dire “sai, ti amo come tanto tempo fa, il mio rapporto con te è ancora fresco e vitale per il mio cuore, tu sei la fonte del palpitare di un desiderio che mi dà l’allegria di fare cose con te, che non si ferma con la quotidianità dei giorni che non sono così tutti uguali perché sei tu che fai la differenza…”, basta mandare una faccina o un fiore per augurare un buongiorno nuovo che splenda nel cielo, anche se piove? Certo è più faticoso e ci vuole più tempo, ma è lo stesso? Anche per la spiritualità ho notato che è così. Mani giunte e areole non bastano a ringraziare di essere vivi e abbastanza poveri da poter aiutare una persona in difficoltà. Ci vuole di più, ci vogliono emozioni e cuore che emergano dal profondo come acqua viva di fonte zampillante, non in bottiglia sigillata. Certo che anche io le uso, o le usavo, e proprio per questo mi sono accorto della differenza, mi sono accorto che qualcosa si inaridiva in una semplicità troppo banale, dove un sistema più grande di me aveva capito come togliermi la capacità di esprimermi e quindi di essere, che facevo troppo poca fatica per esprimere la vita e che alla fine mancava del mio significato personale. Senza Logo. Sì, ancora una volta si insinua il controllo della mente attraverso la riduzione della presenza emozionale. Roba grossa, e questo credo sia di supporto a manipolazioni ancora più incisive e pericolose. Forse vi può sembrare esagerato o che sono il solito “catastrofista” di turno, ma provate a fare la prova e sentite cosa provate dentro a rileggere un vostro scritto, a rileggere il vostro cuore che parla… e poi guardate la faccina… e ascoltate. Scrivere una frase anche scherzosa per esempio e mettere un sorriso alla fine come senso del comico va bene, certo, ma c’è la vostra espressione prima e il sorriso è solo un contorno. Se invece diventa tutto il messaggio, che cosa trasmetto in realtà? Per quante situazioni posso usare lo stesso simbolo? Tutte uguali? Tutte conformi? Un solo Logo per tutto ciò che la mia anima può sentire? Grazie a tutti. Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

queste faccine sorridenti esistono dalla fine degli anni ’70 ma solo da un decennio direi il loro uso massivo è entrato nella modalità di dialogo specialmente nei forum e nei social tipo ad esempio Facebook, WhatApp, ecc… A cosa servono? Come si usano? E’ solo un fenomeno di costume? Perché occuparsene in un notiziario interreligioso che è attento alla spiritualità vissuta e al dialogo consapevole tra le persone?

All’inizio nacquero per motivi pubblicitari per attirare attenzione e fare richiamo. Poi il loro utilizzo è esploso e si sono moltiplicate a dismisura, adesso ci sono emoticon per qualsiasi evento o circostanza, per ogni emozione. Si comunica spesso con questo, molte persone le usano in alternativa all’espressione a parole dei loro sentimenti e degli stati d’animo. E’ più facile, immediato, ci si capisce subito, non occorre descrivere nel dettaglio o sforzarsi di comunicare in modo espressivo o circostanziato. Basta mettere una fila di simboli anche tra loro molto diversi in una sequenza di fantasia e la partecipazione è garantita. Vuol significare che ci sono anche io, anch’io ho partecipato e ho detto la mia. Tutto molto semplice e senza tante parole. Facile. Troppo facile? forse. E a me le cose già preparate e troppo facili danno un senso di incertezza, di tranello, di manipolazione.

Mi sono un po’ informato e il loro sviluppo è stato successivo alle tante scoperte in ambito del funzionamento del cervello e della sua struttura, del modo di comunicare, le famose neuroscienze. Questa modalità così semplice permette al cervello di non fare molto esercizio nell’esprimersi e molte connessioni cerebrali non vengono attivate, sono rese superflue o inutili, inibite. Piano piano si disimpara a fare collegamenti per l’uso delle parole e del loro significato e così il mondo diventa meno significativo, meno poliedrico. Senza parole le cose e le sensazioni sfumano, impallidiscono. Perché una cosa esista per una persona occorre che ci sia una parola che la descriva (infatti le parole servono a identificare la realtà che ci circonda) altrimenti semplicemente non esiste, perché se nella mia mente un oggetto o un sentimento non trova il suo corrispettivo descrittivo e identificativo non può esistere nel mio mondo, quindi anche fuori da me. Abiterò pertanto in un mondo più povero. Secondo voi mandare un messaggio con un cuoricino è equivalente a dire “sai, ti amo come tanto tempo fa, il mio rapporto con te è ancora fresco e vitale per il mio cuore, tu sei la fonte del palpitare di un desiderio che mi dà l’allegria di fare cose con te, che non si ferma con la quotidianità dei giorni che non sono così tutti uguali perché sei tu che fai la differenza…”, basta mandare una faccina o un fiore per augurare un buongiorno nuovo che splenda nel cielo, anche se piove? Certo è più faticoso e ci vuole più tempo, ma è lo stesso? Anche per la spiritualità ho notato che è così. Mani giunte e areole non bastano a ringraziare di essere vivi e abbastanza poveri da poter aiutare una persona in difficoltà. Ci vuole di più, ci vogliono emozioni e cuore che emergano dal profondo come acqua viva di fonte zampillante, non in bottiglia sigillata.

Certo che anche io le uso, o le usavo, e proprio per questo mi sono accorto della differenza, mi sono accorto che qualcosa si inaridiva in una semplicità troppo banale, dove un sistema più grande di me aveva capito come togliermi la capacità di esprimermi e quindi di essere, che facevo troppo poca fatica per esprimere la vita e che alla fine mancava del mio significato personale. Senza Logo. Sì, ancora una volta si insinua il controllo della mente attraverso la riduzione della presenza emozionale. Roba grossa, e questo credo sia di supporto a manipolazioni ancora più incisive e pericolose. Forse vi può sembrare esagerato o che sono il solito “catastrofista” di turno, ma provate a fare la prova e sentite cosa provate dentro a rileggere un vostro scritto, a rileggere il vostro cuore che parla… e poi guardate la faccina… e ascoltate.

Scrivere una frase anche scherzosa per esempio e mettere un sorriso alla fine come senso del comico va bene, certo, ma c’è la vostra espressione prima e il sorriso è solo un contorno. Se invece diventa tutto il messaggio, che cosa trasmetto in realtà? Per quante situazioni posso usare lo stesso simbolo? Tutte uguali? Tutte conformi? Un solo Logo per tutto ciò che la mia anima può sentire?

Grazie a tutti.

Marco [Chiudi]
Emoticon.
"La chiave è quella di modificare le nostre abitudini e, in particolare, le abitudini della nostra mente." (Pema Chodron)
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Versione: 1.5
Rilasciata il: 06/02/2014
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