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Radio Voce della Speranza

Lo Zefiro

Notiziario Interreligioso
Redazione: Marco Lazzeri
Telefono: 335.6415395
Pagina:
08/05/2021: Anno 2021 - Numero 09  File Pdf
Pubblicato il 07/05/2021
Conoscenza.
Conoscenza.
Care amiche e cari amici, la Gnoseologia, argomento mica da poco direte voi, che mi affascina e di cui non è facile avere una competenza adeguata. Moltissimi filosofi si sono dedicati alla sua indagine e a formulare le loro visioni nei modi ovviamente più diversi. Da Parmenide a Socrate a Platone e Aristotele, e di seguito, in un continuum con il pensiero medioevale, fino all’età moderna e contemporanea, l’Essere è in qualche modo l’oggetto del mistero che si studia e si ricerca nella sua essenza, considerandolo alle volte ente esterno, altre volte interno all’osservatore, in cui trova consistenza nel suo processo di identificazione e definizione. E’ uno dei tanti cammini dell’umano, e forse uno dei più pregnanti, nella ricerca della definizione del rapporto con il mondo e il suo esserne parte. Realismo, nominalismo, empirismo, razionalismo, idealismo, scetticismo, dogmatismo e tanti altri capitoli formano questo libro grandioso dell’investigazione della mente verso l’altro da sé, verso l’oggetto e in qualche modo verso la persona con cui mi confronto e che mi è di fronte. Un turbine che porta ad una vertigine dove ogni teoria appare ovviamente fondata e giustificata, seppur tutte sono alternative e tra loro spesso contraddittorie e inconciliabili. Eppure l’Ente, a me stesso esterno, rimane pur sempre lì, ieratico e solenne, e comunque irraggiungibile nonostante tante indagini. La materia perviene ad intelligere, pensa se stessa, l'inerte diventa scrigno del sentire di coscienza e quindi di quella entità che chiamiamo vita. La mente umana che pensa un oggetto fuori da sé, in realtà si scopre nell'atto di vedere sé stessa, e la materia di cui è composta è innervata da una dimensione di essere che le dà capacità ancora non conosciute, e qui si attiva un cortocircuito tra materia e piano esistenziale. La materia che pensa sé stessa, come un occhio che vede sé stesso… Un miracolo immenso di un cammino evolutivo monumentale, in un suo lento dipanarsi metamorfico da larva a farfalla. E adesso ecco apparire alla ribalta le neu-roscienze e la meccanica quantistica, che danno una svolta imponente, inattesa, che spariglia, per certi versi come una rivoluzione copernicana, non scevra da una prospettiva drammatica. L’osservatore, prima soggetto autonomo, adesso condiziona l’osservato anche con la sola sua presenza osservante. La fisica sperimentale lo afferma e lo dimostra. Cosa è dunque l’Essere in sé? Io e l’altro indivisibili in un unico sistema inscindibile, dove la divisione ne determina il dissolvimento cognitivo? Esiste davvero un mondo fuori di me? E come è fatto? E soprattutto, posso percepirlo o solo coglierne una presenza attraverso l’interpretazione, una esegesi sempre inesorabilmente legata e condizionata, per così dire “piegata” da me osservatore? Ma anche questo porta comunque ad una visione molto interessante dell’altro da me, come specchio rivelatore del mio essere, per me misterioso e oscuro e che attraverso l’altro (che poi è una parte di un me stesso traslato…) mi rivela sconosciute risonanze. Anche la meditazione può essere una sorta di specchio interiore che illumina angoli oscuri, che porta il mio essere là dove lui non conosce ancora sé stesso… e qui, dopo i filosofi, anche i mistici insegnano mondi. Bellissima in questo contesto la frase di Márquez che vede nell’altro la levatrice del suo essere nascente. L’amore infine che risolve l’eterno mistero, al di là del sensibile, aprendomi al volo dell’essere profondo… Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

la Gnoseologia, argomento mica da poco direte voi, che mi affascina e di cui non è facile avere una competenza adeguata. Moltissimi filosofi si sono dedicati alla sua indagine e a formulare le loro visioni nei modi ovviamente più diversi. Da Parmenide a Socrate a Platone e Aristotele, e di seguito, in un continuum con il pensiero medioevale, fino all’età moderna e contemporanea, l’Essere è in qualche modo l’oggetto del mistero che si studia e si ricerca nella sua essenza, considerandolo alle volte ente esterno, altre volte interno all’osservatore, in cui trova consistenza nel suo processo di identificazione e definizione.

E’ uno dei tanti cammini dell’umano, e forse uno dei più pregnanti, nella ricerca della definizione del rapporto con il mondo e il suo esserne parte. Realismo, nominalismo, empirismo, razionalismo, idealismo, scetticismo, dogmatismo e tanti altri capitoli formano questo libro grandioso dell’investigazione della mente verso l’altro da sé, verso l’oggetto e in qualche modo verso la persona con cui mi confronto e che mi è di fronte.

Un turbine che porta ad una vertigine dove ogni teoria appare ovviamente fondata e giustificata, seppur tutte sono alternative e tra loro spesso contraddittorie e inconciliabili. Eppure l’Ente, a me stesso esterno, rimane pur sempre lì, ieratico e solenne, e comunque irraggiungibile nonostante tante indagini.

La materia perviene ad intelligere, pensa se stessa, l'inerte diventa scrigno del sentire di coscienza e quindi di quella entità che chiamiamo vita.

La mente umana che pensa un oggetto fuori da sé, in realtà si scopre nell'atto di vedere sé stessa, e la materia di cui è composta è innervata da una dimensione di essere che le dà capacità ancora non conosciute, e qui si attiva un cortocircuito tra materia e piano esistenziale. La materia che pensa sé stessa, come un occhio che vede sé stesso…

Un miracolo immenso di un cammino evolutivo monumentale, in un suo lento dipanarsi metamorfico da larva a farfalla. E adesso ecco apparire alla ribalta le neu-roscienze e la meccanica quantistica, che danno una svolta imponente, inattesa, che spariglia, per certi versi come una rivoluzione copernicana, non scevra da una prospettiva drammatica. L’osservatore, prima soggetto autonomo, adesso condiziona l’osservato anche con la sola sua presenza osservante. La fisica sperimentale lo afferma e lo dimostra. Cosa è dunque l’Essere in sé?

Io e l’altro indivisibili in un unico sistema inscindibile, dove la divisione ne determina il dissolvimento cognitivo? Esiste davvero un mondo fuori di me? E come è fatto? E soprattutto, posso percepirlo o solo coglierne una presenza attraverso l’interpretazione, una esegesi sempre inesorabilmente legata e condizionata, per così dire “piegata” da me osservatore?

Ma anche questo porta comunque ad una visione molto interessante dell’altro da me, come specchio rivelatore del mio essere, per me misterioso e oscuro e che attraverso l’altro (che poi è una parte di un me stesso traslato…) mi rivela sconosciute risonanze.

Anche la meditazione può essere una sorta di specchio interiore che illumina angoli oscuri, che porta il mio essere là dove lui non conosce ancora sé stesso… e qui, dopo i filosofi, anche i mistici insegnano mondi. Bellissima in questo contesto la frase di Márquez che vede nell’altro la levatrice del suo essere nascente. L’amore infine che risolve l’eterno mistero, al di là del sensibile, aprendomi al volo dell’essere profondo…

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Conoscenza.
"Ti amo non per chi sei, ma per chi sono io quando sono con te." (Gabriel García Márquez)
Allegati Allegati: Zefiro.2021.09
24/04/2021: Anno 2021 - Numero 08  File Pdf
Pubblicato il 23/04/2021
La singolarità.
La singolarità.
Care amiche e cari amici, il concetto di singolarità lo trovo molto interessante. Ne parla la fisica ma non solo, da più di un secolo. Si riferisce al concetto che piccole variazioni di uno stato possono generare grandi variazioni non determinabili a priori con le leggi fisiche. Riguarda una grande varietà di fenomeni nei campi più diversi: scienza, tecnologia, matematica, sociologia, psicologia, economia, ecc. e non solo. Secondo me riguarda la vita stessa e l’esistere di questa dimensione dove siamo adesso, con il nostro “sentire di coscienza”. In questi istanti di singolarità la concezione deterministica dei sistemi e più in generale del mondo, si ferma e segna il suo limite, non vale più, la fisica e le tante scienze elaborate nei secoli dall’umanità hanno il loro limite e la singolarità va in un “oltre” che non possiamo prevedere e controllare. Questo vuol dire che pur rimanendo nel mondo con i piedi sul pavimento di casa e tutto intorno a me che sembra non trasformarsi in modo significativo, in realtà ho accesso, attraverso la singolarità, ad un piano di esistenza diverso (forse parallelo?), non assurdo o irrazionale ma solo diverso dall’ordinario. Spesso nemmeno ci accorgiamo di questi momenti molto rari che possono accadere e li apprezziamo solo molto più tardi dopo eventuali consapevolezze ed elaborazioni che abbiamo potuto fare successivamente anche alla luce di quanto grande è stato l’effetto che questi eventi portano con sé nell’esistenza, come conseguenze delle variazioni minime iniziali ma enormi nel seguito del loro verificarsi. Ne parlo perché a me sembra di averne avuto sentore ed esperienza reale (non certo spesso, al più un paio di volte forse, per adesso…) che ha cambiato lo svolgersi della mia vita anche se me ne sono accorto solo dopo del tempo e più per gli effetti che per l’evento in sé. Per apprezzare questi accadimenti, che sono molto sottili e fuori da una dinamica dell’ordinario, è bene avere una percezione sottile di quanto accade al di là del muro della separazione della dimensione spirituale. Perché si parla di questo aspetto direi trascendente che è in antitesi al mondo materico e si affaccia ad una dimensione altra e in maggior modo fondante della parte profonda della esistenza legata a leggi fisiche, economiche, biologiche… Ad esempio, lo dirò con parole mie, per me quando ho incontrato questi momenti di singolarità è stato come essere preso da una forza per i capelli e tolto da quell’esperienza per essere inserito in un’altra, come se avessi svolto il ruolo necessario e nel momento che non serviva più essere inserito in una nuova esperienza da vivere, in un nuovo capitolo. Ben inteso che non parlo di un accesso in un mondo fatato o perfetto, tutt’altro. Non è affatto detto che le cose migliorino o diventino solo piacevoli. Quello che cambia è la prospettiva, il contesto, non l’impegno da profondere nel vivere. Cambia l’esperienza che ci viene proposta. Non è facile da capire se non se ne è avuta esperienza e sembrano fanfaronate di una persona che racconta narrazioni irrazionali e non verificabili, dove ognuno può dire quello che vuole… C’è chi li chiama miracoli, ma personalmente al termine miracolo associo un’immagine di un evento gestito da altra persona che mi facilita e mi introduce in una soluzione ad una difficoltà o ad un dolore, eventualmente in seguito a miei meriti di fede. Per me non è stato esattamente così, ma più simile ad un cambiamento di esperienza di vita. Le difficoltà e le incertezze sono rimaste, ma molto diverse, tutto si è rinnovato nel breve o medio periodo. La singolarità ha mutato l’orizzonte, non risolto problemi. Penso che in questo ciascuno viva la sua esperienza. Certo bisogna averne percezione e non è cosa banale, e in questo ancora una volta (sempre lei direte voi…) la meditazione aiuta ed è maestra in quanto prepara e predispone ad un accesso all’intimo dove queste cose prendono il loro avvio. Quando lo stato evolutivo dell’individuo è avanzato queste conoscenze per alcune persone credo che diventino molto più frequenti fino ad essere quasi compagne di vita, ma non è certo questa la mia realtà, per il momento. Grazie a tutti Marco https://m.youtube.com/watch?v=8J1gJKtYlNc&feature=youtu.be [Leggi]
Care amiche e cari amici,

il concetto di singolarità lo trovo molto interessante. Ne parla la fisica ma non solo, da più di un secolo. Si riferisce al concetto che piccole variazioni di uno stato possono generare grandi variazioni non determinabili a priori con le leggi fisiche. Riguarda una grande varietà di fenomeni nei campi più diversi: scienza, tecnologia, matematica, sociologia, psicologia, economia, ecc. e non solo. Secondo me riguarda la vita stessa e l’esistere di questa dimensione dove siamo adesso, con il nostro “sentire di coscienza”. In questi istanti di singolarità la concezione deterministica dei sistemi e più in generale del mondo, si ferma e segna il suo limite, non vale più, la fisica e le tante scienze elaborate nei secoli dall’umanità hanno il loro limite e la singolarità va in un “oltre” che non possiamo prevedere e controllare. Questo vuol dire che pur rimanendo nel mondo con i piedi sul pavimento di casa e tutto intorno a me che sembra non trasformarsi in modo significativo, in realtà ho accesso, attraverso la singolarità, ad un piano di esistenza diverso (forse parallelo?), non assurdo o irrazionale ma solo diverso dall’ordinario. Spesso nemmeno ci accorgiamo di questi momenti molto rari che possono accadere e li apprezziamo solo molto più tardi dopo eventuali consapevolezze ed elaborazioni che abbiamo potuto fare successivamente anche alla luce di quanto grande è stato l’effetto che questi eventi portano con sé nell’esistenza, come conseguenze delle variazioni minime iniziali ma enormi nel seguito del loro verificarsi. Ne parlo perché a me sembra di averne avuto sentore ed esperienza reale (non certo spesso, al più un paio di volte forse, per adesso…) che ha cambiato lo svolgersi della mia vita anche se me ne sono accorto solo dopo del tempo e più per gli effetti che per l’evento in sé. Per apprezzare questi accadimenti, che sono molto sottili e fuori da una dinamica dell’ordinario, è bene avere una percezione sottile di quanto accade al di là del muro della separazione della dimensione spirituale. Perché si parla di questo aspetto direi trascendente che è in antitesi al mondo materico e si affaccia ad una dimensione altra e in maggior modo fondante della parte profonda della esistenza legata a leggi fisiche, economiche, biologiche… Ad esempio, lo dirò con parole mie, per me quando ho incontrato questi momenti di singolarità è stato come essere preso da una forza per i capelli e tolto da quell’esperienza per essere inserito in un’altra, come se avessi svolto il ruolo necessario e nel momento che non serviva più essere inserito in una nuova esperienza da vivere, in un nuovo capitolo. Ben inteso che non parlo di un accesso in un mondo fatato o perfetto, tutt’altro. Non è affatto detto che le cose migliorino o diventino solo piacevoli. Quello che cambia è la prospettiva, il contesto, non l’impegno da profondere nel vivere. Cambia l’esperienza che ci viene proposta. Non è facile da capire se non se ne è avuta esperienza e sembrano fanfaronate di una persona che racconta narrazioni irrazionali e non verificabili, dove ognuno può dire quello che vuole… C’è chi li chiama miracoli, ma personalmente al termine miracolo associo un’immagine di un evento gestito da altra persona che mi facilita e mi introduce in una soluzione ad una difficoltà o ad un dolore, eventualmente in seguito a miei meriti di fede. Per me non è stato esattamente così, ma più simile ad un cambiamento di esperienza di vita. Le difficoltà e le incertezze sono rimaste, ma molto diverse, tutto si è rinnovato nel breve o medio periodo. La singolarità ha mutato l’orizzonte, non risolto problemi. Penso che in questo ciascuno viva la sua esperienza. Certo bisogna averne percezione e non è cosa banale, e in questo ancora una volta (sempre lei direte voi…) la meditazione aiuta ed è maestra in quanto prepara e predispone ad un accesso all’intimo dove queste cose prendono il loro avvio. Quando lo stato evolutivo dell’individuo è avanzato queste conoscenze per alcune persone credo che diventino molto più frequenti fino ad essere quasi compagne di vita, ma non è certo questa la mia realtà, per il momento.

Grazie a tutti

Marco

https://m.youtube.com/watch?v=8J1gJKtYlNc&feature=youtu.be [Chiudi]
La singolarità.
"Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore." (Italo Calvino)
Allegati Allegati: Zefiro.2021.08
10/04/2021: Anno 2021 - Numero 07  File Pdf
Pubblicato il 09/04/2021
La casa.
La casa.
Care amiche e cari amici, alle volte mi capita, non spesso come vorrei, di fare una passeggiata nelle belle zone del Chianti. E’ facile incontrare casolari di campagna in luoghi ameni con ambientazione bucolica di tempi lontani. Data la bellezza dei luoghi queste antiche costruzioni sono state restaurate e rese bellissime da sapienti ristrutturazioni. Altre volte invece quando la manutenzione è mancata per troppo tempo il tetto può cedere e così nella grande distruzione che segue la casa rimane abbandonata definitivamente. Non per questo perde il suo fascino, al contrario perché si aggiunge l’elemento del mistero. Mi capitò così di trovare una casa di campagna messa purtroppo piuttosto male e mi avvicinai lasciano la strada maestra che percorrevo a piedi. Lungo il vialetto erboso che conduceva si vedevano tracce di amori consumati in auto che lasciano segni della loro presenza clandestina e occultata. Avvicinandomi ulteriormente si apriva lo spazio dell’aia dove all’epoca si svolgeva molto dell’attività di lavorazione dei frutti della terra. Guardavo la casa con alcune finestre socchiuse e altre squinternate e pericolanti. Il tetto era crollato con le travi divelte e penzoloni nel vuoto e là dove c’erano spazi e locali adesso c’era una voragine che ingoiava la vita contadina che vi si svolgeva. Immaginavo le famiglie di una volta, le persone, i giovani e vecchi che vivevano la medesima realtà che si aiutavano nella dura vita lavorativa e allevavano i piccoli in una comunità autosufficiente e bastante a sé stessa. Entrando nell’edificio immaginavo la destinazione d’uso delle stanze, la cucina, la porcilaia, la stalla, le camere al piano superiore erano ormai irraggiungibili per la scala crollata. In alcuni locali con pavimenti in cotto in frantumi e muri sbrecciati si ammassavano oggetti di risulta rotti e inservibili con gli immancabili pneumatici e vecchie stufe arrugginite. Escrementi di animali. Da basso c’era poi una vecchia porta di legno antico in parte marcito con l’umidità della pioggia non più estromessa dal suo lavoro distruttivo. Spingevo, ma non si apriva. Forzavo, ma resisteva al disvelamento del segreto, era bloccata in un’opposizione quasi disperata al disvelamento di segreti che si volevano negare? Cosa c’era dietro? Le case antiche hanno i loro segreti che si formano e si sedimentano con il procedere della vita e con i suoi sbagli, errori, dolori e tentativi. Sentivo di assomigliare quella casa, anche la mia vita formata da parti nascoste o inconfessabili, spesso poco note perfino a me o soprattutto a me, compromesse da successivi crolli causati per via di progetti non sostenibili o pensati in modo approssimato, e accanto trovavo anche luminosità che luccicano nel sole della primavera e di cui se ne può andar perfino fieri, spesso per millantato credito. Così anche le mie stanze interiori chiuse negate, rimosse, rese impenetrabili dal dolore che nega la consapevolezza. Ancora tanto lavoro da fare, per rendere morbidi e accoglienti parti di me che la meditazione e il conosci te stesso dovrà levigare come ha già fatto per altri angoli aguzzi e taglienti. La vita della casa interiore è lunga e fatta di molti momenti. E’ importante sapersi perdonare. Aiuta a guardare avanti. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

alle volte mi capita, non spesso come vorrei, di fare una passeggiata nelle belle zone del Chianti. E’ facile incontrare casolari di campagna in luoghi ameni con ambientazione bucolica di tempi lontani. Data la bellezza dei luoghi queste antiche costruzioni sono state restaurate e rese bellissime da sapienti ristrutturazioni. Altre volte invece quando la manutenzione è mancata per troppo tempo il tetto può cedere e così nella grande distruzione che segue la casa rimane abbandonata definitivamente. Non per questo perde il suo fascino, al contrario perché si aggiunge l’elemento del mistero. Mi capitò così di trovare una casa di campagna messa purtroppo piuttosto male e mi avvicinai lasciano la strada maestra che percorrevo a piedi. Lungo il vialetto erboso che conduceva si vedevano tracce di amori consumati in auto che lasciano segni della loro presenza clandestina e occultata. Avvicinandomi ulteriormente si apriva lo spazio dell’aia dove all’epoca si svolgeva molto dell’attività di lavorazione dei frutti della terra. Guardavo la casa con alcune finestre socchiuse e altre squinternate e pericolanti. Il tetto era crollato con le travi divelte e penzoloni nel vuoto e là dove c’erano spazi e locali adesso c’era una voragine che ingoiava la vita contadina che vi si svolgeva. Immaginavo le famiglie di una volta, le persone, i giovani e vecchi che vivevano la medesima realtà che si aiutavano nella dura vita lavorativa e allevavano i piccoli in una comunità autosufficiente e bastante a sé stessa. Entrando nell’edificio immaginavo la destinazione d’uso delle stanze, la cucina, la porcilaia, la stalla, le camere al piano superiore erano ormai irraggiungibili per la scala crollata. In alcuni locali con pavimenti in cotto in frantumi e muri sbrecciati si ammassavano oggetti di risulta rotti e inservibili con gli immancabili pneumatici e vecchie stufe arrugginite. Escrementi di animali.

Da basso c’era poi una vecchia porta di legno antico in parte marcito con l’umidità della pioggia non più estromessa dal suo lavoro distruttivo. Spingevo, ma non si apriva. Forzavo, ma resisteva al disvelamento del segreto, era bloccata in un’opposizione quasi disperata al disvelamento di segreti che si volevano negare? Cosa c’era dietro? Le case antiche hanno i loro segreti che si formano e si sedimentano con il procedere della vita e con i suoi sbagli, errori, dolori e tentativi. Sentivo di assomigliare quella casa, anche la mia vita formata da parti nascoste o inconfessabili, spesso poco note perfino a me o soprattutto a me, compromesse da successivi crolli causati per via di progetti non sostenibili o pensati in modo approssimato, e accanto trovavo anche luminosità che luccicano nel sole della primavera e di cui se ne può andar perfino fieri, spesso per millantato credito. Così anche le mie stanze interiori chiuse negate, rimosse, rese impenetrabili dal dolore che nega la consapevolezza. Ancora tanto lavoro da fare, per rendere morbidi e accoglienti parti di me che la meditazione e il conosci te stesso dovrà levigare come ha già fatto per altri angoli aguzzi e taglienti. La vita della casa interiore è lunga e fatta di molti momenti. E’ importante sapersi perdonare. Aiuta a guardare avanti.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
La casa.
"Il perdono libera l'anima, rimuove la paura. È per questo che il perdono è un'arma potente." (Nelson Rolihlahla Mandela)
27/03/2021: Anno 2021 - Numero 06  File Pdf
Pubblicato il 27/03/2021
L’addio.
L’addio.
Care amiche e cari amici, nella vita capita che la incontri, anche più volte. E’ sempre quella degli altri, non è mai la tua, non può esserlo ovviamente. Solo l’ultima volta lo sarà, nell’unico appuntamento personale. Questa volta ho incontrato quella di mia madre. Improvvisa direi, anche se attesa, non fosse stato altro che per l’età di 99 anni suonati. Ma me la figuravo diversa e mi ha sorpreso. Come capita a molti il rapporto con la madre non è sempre idilliaco, a molti capita di avere lontananze, mancanze, e anche a me è capitata un’esperienza simile; non si tratta di non essere stato amato ma di non averne percepito l’effetto. Qualche volta i sentimenti non arrivano, non li ricevi ed è proprio come se non fossero mai partiti. L’effetto è il medesimo. Va da sé che questo genera tutta una serie di conseguenze e di dolori ai quali nel corso della vita fai fronte con elaborazioni, prese di coscienza e un sacco di lavoro interiore, da solo e aiutato. Dopo le rabbie, fai in qualche modo pace e trovi forme alternative che mitigano, risolvano, alleviano, alle volte anestetizzano. E così pensi che ci sei riuscito a rifiorire mentre la vita piano piano si stabilizza e si dipana in modo molto più sereno, risolto, e trovi le soluzioni, le risposte, le visioni che spiegano e che consolidano l’essere e lo rendono autonomo e sufficiente a sé stesso, guarito delle ferite e delle carenze. Certo lei rimane sempre la madre, a cui nel momento del bisogno dai l’accudimento e la presenza doverosa e necessaria, con affetto ma ormai senza attaccamento. Come se il rapporto fosse risolto da anni e da decenni ormai. Passato e composto e ti senti autonomo e adulto, senza richieste e senza bisogni. Autosufficiente, autarchico. E infatti mi sembrava e immaginavo che emozioni e dolori erano appartenenti al passato, le lacrime e le rabbie erano di una età lontana, passata, distante, ormai come estranea. Mi ha sorpreso molto quanto ho provato ma non subito, non nella prima giornata. La marea saliva lenta come un maremoto silenzioso che non vedi arrivare e presto esonda dappertutto, non lo contieni, ti allaga il cuore e le lacrime che non immaginavi più lavano antichi ricordi, tante quante non credevo più di avere. E’ come riconoscere che dentro, molto in profondità, il legame c’era da sempre e per sempre ed era per la vita, con chi aveva generato me, nella terra, nella materia nell’esistenza, nell’arcano del dare la vita e nella sacralità del mistero che non puoi vedere. Legami così profondi che non vedi altrimenti che quando senti che si sono dissolti e per assurdo questa mancanza li mette in rilievo e li definisce con contorni che non supponevi, che sono al di là del sentire e del sentimento, che appartengono ad un oltre che era in me, ma di cui non ne supponevo l’esistenza. Sento come se non avessi preso tutto quello che potevo prendere, che della sabbia mi è scivolata tra le dita e non sono riuscito a trattenerla. Così vedendo nel cassettone di camera insieme a due anellini con pietra e a pochi soldi nascosti dietro ad un “non si sa mai…” trovi una vecchissima lettera d’amore al marito che testimonia di una relazione inedita per me, che non è stata mai resa visibile ai figli, nella tenerezza e nell’espressione del sentimento, oscurato appunto. Che certe cose non sta bene dirle e invece sono il sale della vita… L’ultimo regalo della madre è questo, che posso vederla adesso che non c’è più, nelle sue incapacità, incertezze e limiti che racchiudono un amore non espresso a pieno ma che pure esisteva da qualche parte e che si rivela adesso in parole mai dette e non è ancora tardi. Perché non è mai tardi per amare. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

nella vita capita che la incontri, anche più volte. E’ sempre quella degli altri, non è mai la tua, non può esserlo ovviamente. Solo l’ultima volta lo sarà, nell’unico appuntamento personale.

Questa volta ho incontrato quella di mia madre. Improvvisa direi, anche se attesa, non fosse stato altro che per l’età di 99 anni suonati. Ma me la figuravo diversa e mi ha sorpreso. Come capita a molti il rapporto con la madre non è sempre idilliaco, a molti capita di avere lontananze, mancanze, e anche a me è capitata un’esperienza simile; non si tratta di non essere stato amato ma di non averne percepito l’effetto. Qualche volta i sentimenti non arrivano, non li ricevi ed è proprio come se non fossero mai partiti. L’effetto è il medesimo. Va da sé che questo genera tutta una serie di conseguenze e di dolori ai quali nel corso della vita fai fronte con elaborazioni, prese di coscienza e un sacco di lavoro interiore, da solo e aiutato. Dopo le rabbie, fai in qualche modo pace e trovi forme alternative che mitigano, risolvano, alleviano, alle volte anestetizzano. E così pensi che ci sei riuscito a rifiorire mentre la vita piano piano si stabilizza e si dipana in modo molto più sereno, risolto, e trovi le soluzioni, le risposte, le visioni che spiegano e che consolidano l’essere e lo rendono autonomo e sufficiente a sé stesso, guarito delle ferite e delle carenze. Certo lei rimane sempre la madre, a cui nel momento del bisogno dai l’accudimento e la presenza doverosa e necessaria, con affetto ma ormai senza attaccamento. Come se il rapporto fosse risolto da anni e da decenni ormai. Passato e composto e ti senti autonomo e adulto, senza richieste e senza bisogni. Autosufficiente, autarchico. E infatti mi sembrava e immaginavo che emozioni e dolori erano appartenenti al passato, le lacrime e le rabbie erano di una età lontana, passata, distante, ormai come estranea. Mi ha sorpreso molto quanto ho provato ma non subito, non nella prima giornata. La marea saliva lenta come un maremoto silenzioso che non vedi arrivare e presto esonda dappertutto, non lo contieni, ti allaga il cuore e le lacrime che non immaginavi più lavano antichi ricordi, tante quante non credevo più di avere. E’ come riconoscere che dentro, molto in profondità, il legame c’era da sempre e per sempre ed era per la vita, con chi aveva generato me, nella terra, nella materia nell’esistenza, nell’arcano del dare la vita e nella sacralità del mistero che non puoi vedere. Legami così profondi che non vedi altrimenti che quando senti che si sono dissolti e per assurdo questa mancanza li mette in rilievo e li definisce con contorni che non supponevi, che sono al di là del sentire e del sentimento, che appartengono ad un oltre che era in me, ma di cui non ne supponevo l’esistenza. Sento come se non avessi preso tutto quello che potevo prendere, che della sabbia mi è scivolata tra le dita e non sono riuscito a trattenerla. Così vedendo nel cassettone di camera insieme a due anellini con pietra e a pochi soldi nascosti dietro ad un “non si sa mai…” trovi una vecchissima lettera d’amore al marito che testimonia di una relazione inedita per me, che non è stata mai resa visibile ai figli, nella tenerezza e nell’espressione del sentimento, oscurato appunto. Che certe cose non sta bene dirle e invece sono il sale della vita… L’ultimo regalo della madre è questo, che posso vederla adesso che non c’è più, nelle sue incapacità, incertezze e limiti che racchiudono un amore non espresso a pieno ma che pure esisteva da qualche parte e che si rivela adesso in parole mai dette e non è ancora tardi. Perché non è mai tardi per amare.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
L’addio.
"Tienimi per mano al tramonto, quando la luce del giorno si spegne e l’oscurità fa scivolare il suo drappo di stelle… Tienila stretta quando non riesco a viverlo questo mondo imperfetto… Tienimi per mano… portami dove il tempo non esiste…." (Herman Hesse)
Allegati Allegati: Zefiro.2021.06
13/03/2021: Anno 2021 - Numero 05  File Pdf
Pubblicato il 12/03/2021
Il pericolo.
Il pericolo.
Care amiche e cari amici, oggi ho scelto come tema il pericolo, un argomento un po’ particolare… Vediamo. Il concetto di pericolo è legato ad una situazione concreta che potenzialmente può portare danno. Il rischio invece è il fattore di probabilità che un evento accada ed è così associato al pericolo, quindi si concretizza in una scelta di intraprendere o meno un’azione, mentre il pericolo è l’elemento esistente in sé, indipendente da me, è una proprietà intrinseca di uno stato o di una situazione. E’ in qualche modo legato ad uno stato naturale della condizione della vita, ha una connotazione esistenziale, come dice Nietzsche. La vita è accettare e accogliere il pericolo che in essa è connaturato, anche a costo di perderla. Nella vita niente è sicuro, niente è certo, solo la morte lo è, e infatti nel pericolo di vivere c’è l’accettazione della morte. Tra i tanti anche Osho parla del fascino di una vita vissuta pericolosamente, il pericolo che innesca l’adrenalina, l’ardimento, il dare un senso, la sfida, il confronto e qui l’eroe prende corpo, e con lui il senso di gloria per aver affrontato l’azzardo; non so se questo possa essere più o meno evidente, ma dentro la persona il sentimento penso che sia questo. Non è detto che poi la sfida sia solo necessariamente all’esterno di me, nel mondo, ma può essere anche dentro, nell’intimo e non è per questo meno priva di possibili incontri che possono suscitare emozioni e consapevolezze che distolgono da un tranquillo vivere. La meditazione secondo me ne è un esempio. La scoperta di sé è rischio e incanto, il pericolo è così legato ad uno stato mentale che si predispone e si apre all’incontro con il non conosciuto, è il superare la soglia, andare in una zona non conosciuta al di là della riga rossa del consueto, vivere il nuovo di cui non conosco limiti e confini e per questo è porta di accesso al pericolo ma anche alla crescita. La vita così serve a qualcosa che vale. Questo senso del vivere alle volte può mettere in forse la vita stessa ma proprio per questo la rafforza in un significato che va oltre il bios, la vita puramente biologica della macchina corporea ed è così che si alimenta e sviluppa delle forze dello spirito e della conoscenza. Avere cura di sé è corretto e doveroso ma accettare qualsiasi cosa pur di non perdere la vita, anche a costo di snaturarla dei suoi contenuti relazionali e umani, è altra cosa. Non voglio perdere la gioia di vivere che trasforma l’incertezza in una risorsa preziosa e non voglio rinunciare a questo per paura di poter eventualmente morire durante l’avventura del vivere. La paura di morire è un sentimento molto sano che porta l’umano a poter sopravvivere ad eventi altrimenti fatali, ma penso che quando questa diventa così invasiva e assoluta da far rimanere bloccati in uno stato di barricamento emozionale dove sono disposto a tutto pur di non correre il rischio di morire per un mero perdurare biologico, allora secondo me si è superato il limite di guardia e non vale più la pena di vivere una vita snaturata e svotata di emozioni come un guscio d’uovo. Qualcuno potrà vedere in questo una critica alle profilassi anti virus che sono così diffuse e nascondono paure che vanno al di là della pandemia. Non voglio innescare polemiche e d’altronde penso che quanto dicevo ha un suo senso anche al di là di questo argomento. In ogni caso vi confesso che sono uno che abbraccia le persone con gioia perché penso che un gesto empatico e gioioso attiva difese immunitarie che difendono molto di più di un distanziamento sociale asettico, probabilmente imposto più per motivi politici che di profilassi igienica. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

oggi ho scelto come tema il pericolo, un argomento un po’ particolare… Vediamo.

Il concetto di pericolo è legato ad una situazione concreta che potenzialmente può portare danno. Il rischio invece è il fattore di probabilità che un evento accada ed è così associato al pericolo, quindi si concretizza in una scelta di intraprendere o meno un’azione, mentre il pericolo è l’elemento esistente in sé, indipendente da me, è una proprietà intrinseca di uno stato o di una situazione. E’ in qualche modo legato ad uno stato naturale della condizione della vita, ha una connotazione esistenziale, come dice Nietzsche. La vita è accettare e accogliere il pericolo che in essa è connaturato, anche a costo di perderla. Nella vita niente è sicuro, niente è certo, solo la morte lo è, e infatti nel pericolo di vivere c’è l’accettazione della morte. Tra i tanti anche Osho parla del fascino di una vita vissuta pericolosamente, il pericolo che innesca l’adrenalina, l’ardimento, il dare un senso, la sfida, il confronto e qui l’eroe prende corpo, e con lui il senso di gloria per aver affrontato l’azzardo; non so se questo possa essere più o meno evidente, ma dentro la persona il sentimento penso che sia questo. Non è detto che poi la sfida sia solo necessariamente all’esterno di me, nel mondo, ma può essere anche dentro, nell’intimo e non è per questo meno priva di possibili incontri che possono suscitare emozioni e consapevolezze che distolgono da un tranquillo vivere. La meditazione secondo me ne è un esempio. La scoperta di sé è rischio e incanto, il pericolo è così legato ad uno stato mentale che si predispone e si apre all’incontro con il non conosciuto, è il superare la soglia, andare in una zona non conosciuta al di là della riga rossa del consueto, vivere il nuovo di cui non conosco limiti e confini e per questo è porta di accesso al pericolo ma anche alla crescita. La vita così serve a qualcosa che vale.

Questo senso del vivere alle volte può mettere in forse la vita stessa ma proprio per questo la rafforza in un significato che va oltre il bios, la vita puramente biologica della macchina corporea ed è così che si alimenta e sviluppa delle forze dello spirito e della conoscenza. Avere cura di sé è corretto e doveroso ma accettare qualsiasi cosa pur di non perdere la vita, anche a costo di snaturarla dei suoi contenuti relazionali e umani, è altra cosa. Non voglio perdere la gioia di vivere che trasforma l’incertezza in una risorsa preziosa e non voglio rinunciare a questo per paura di poter eventualmente morire durante l’avventura del vivere. La paura di morire è un sentimento molto sano che porta l’umano a poter sopravvivere ad eventi altrimenti fatali, ma penso che quando questa diventa così invasiva e assoluta da far rimanere bloccati in uno stato di barricamento emozionale dove sono disposto a tutto pur di non correre il rischio di morire per un mero perdurare biologico, allora secondo me si è superato il limite di guardia e non vale più la pena di vivere una vita snaturata e svotata di emozioni come un guscio d’uovo. Qualcuno potrà vedere in questo una critica alle profilassi anti virus che sono così diffuse e nascondono paure che vanno al di là della pandemia. Non voglio innescare polemiche e d’altronde penso che quanto dicevo ha un suo senso anche al di là di questo argomento. In ogni caso vi confesso che sono uno che abbraccia le persone con gioia perché penso che un gesto empatico e gioioso attiva difese immunitarie che difendono molto di più di un distanziamento sociale asettico, probabilmente imposto più per motivi politici che di profilassi igienica.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Il pericolo.
"La vita è pericolo." (Friedrich Nietzsche)
Allegati Allegati: Zefiro.2021.05
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Versione: 1.5
Rilasciata il: 06/02/2014
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