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Radio Voce della Speranza

Lo Zefiro

Notiziario Interreligioso
Redazione: Marco Lazzeri
Telefono: 335.6415395
Pagina:
22/06/2019: Anno 2019 - Numero 12  File Pdf
Pubblicato il 22/06/2019
Il bisogno di pensare – Vito Mancuso.
Il bisogno di pensare – Vito Mancuso.
Care amiche e cari amici, dedico questo numero ad un brano di Vito Mancuso dal suo “Il bisogno di pensare” dove parla del silenzio (pag. 152 e seguenti). “Il bisogno di pensare rimanda al primato della parola e alla mente che pensa, e che così elabora saggezza e sapienza; il bisogno di non pensare rimanda al primato del silenzio e alla mente che non pensa, e che così ritorna ad essere spensierata approdando al silenzio interiore. Viviamo di parole e silenzi, e abbiamo bisogno di entrambi, ma che cosa ha il primato nella vita: la parola o il silenzio? Quale dei due offre il più solido sostegno vitale? Quale dei due ci è più necessario per vivere? Si può affrontare adeguatamente il problema sollevato solo se si chiarisce prima che cosa si intende per silenzio. Pongo quindi tre domande per cercare di circoscrivere e penetrare tale fenomeno: cosa è il silenzio? Quale è il suo contrario? Cosa si ottiene facendo silenzio? In questo paragrafo mi occupo della prima domanda e nell’affrontarla seguo lo stile diffuso tra i gesuiti che si dice siano soliti iniziare la risposta ponendo un’altra domanda. Sicché alla domanda sulla natura del silenzio faccio seguire quest’altra: un sasso può fare silenzio? La mia risposta è no: un sasso è muto, non può parlare e quindi non può fare silenzio. Intendo sostenere che il silenzio degli esseri umani non è mera assenza di parola o di suono; il silenzio inteso come stile da far assumere alla mente e grazie a cui è possibile pensare, è scelta, disposizione, volontà. Volontà di che? Di porre in primo piano l’ascolto. Il silenzio degli esseri umani è un’opzione della libertà, e per questo non è mai senza il verbo, anzitutto il verbo fare, ma poi anche altri verbi come rispettare, sentire, ascoltare, contemplare, imporre, rompere… Al contrario degli oggetti privi di parola che on possono fare silenzio, nell’ambito umano si accede al silenzio e alla dimensione dell’essere che esso dischiude solo sapendolo e volendolo fare: si sta in silenzio, si rimane in silenzio, si mantiene il silenzio, si custodisce il silenzio. Ben lungi dall’essere mutismo, il silenzio degli esseri umani appare perciò come una articolazione del logos, come una forma più consapevole, più avvertita, più socievole, di relazione con gli altri e, ancora più profon-damente, con sé. (…) Che cosa si ottiene quindi facendo silenzio? La mia risposta è che si ottengo soprattutto due cose: una purificazione della mente e una purificazione del pensiero che ne procede per una più matura visione di noi stessi e del mondo. Il punto più importante è il primo: la purificazione della mente, la sua bonifica dal rumore di fondo da cui fuoriescono pensieri-fastidi, pensieri-paranoie, pensieri-ossessioni. A questo livello il silenzio rimuove, pulisce, bonifica, risana. La sua pratica è igiene, disinfezione, disinfestazione”. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

dedico questo numero ad un brano di Vito Mancuso dal suo “Il bisogno di pensare” dove parla del silenzio (pag. 152 e seguenti).

“Il bisogno di pensare rimanda al primato della parola e alla mente che pensa, e che così elabora saggezza e sapienza; il bisogno di non pensare rimanda al primato del silenzio e alla mente che non pensa, e che così ritorna ad essere spensierata approdando al silenzio interiore. Viviamo di parole e silenzi, e abbiamo bisogno di entrambi, ma che cosa ha il primato nella vita: la parola o il silenzio? Quale dei due offre il più solido sostegno vitale? Quale dei due ci è più necessario per vivere?

Si può affrontare adeguatamente il problema sollevato solo se si chiarisce prima che cosa si intende per silenzio. Pongo quindi tre domande per cercare di circoscrivere e penetrare tale fenomeno: cosa è il silenzio? Quale è il suo contrario? Cosa si ottiene facendo silenzio?

In questo paragrafo mi occupo della prima domanda e nell’affrontarla seguo lo stile diffuso tra i gesuiti che si dice siano soliti iniziare la risposta ponendo un’altra domanda. Sicché alla domanda sulla natura del silenzio faccio seguire quest’altra: un sasso può fare silenzio? La mia risposta è no: un sasso è muto, non può parlare e quindi non può fare silenzio. Intendo sostenere che il silenzio degli esseri umani non è mera assenza di parola o di suono; il silenzio inteso come stile da far assumere alla mente e grazie a cui è possibile pensare, è scelta, disposizione, volontà. Volontà di che? Di porre in primo piano l’ascolto. Il silenzio degli esseri umani è un’opzione della libertà, e per questo non è mai senza il verbo, anzitutto il verbo fare, ma poi anche altri verbi come rispettare, sentire, ascoltare, contemplare, imporre, rompere… Al contrario degli oggetti privi di parola che on possono fare silenzio, nell’ambito umano si accede al silenzio e alla dimensione dell’essere che esso dischiude solo sapendolo e volendolo fare: si sta in silenzio, si rimane in silenzio, si mantiene il silenzio, si custodisce il silenzio. Ben lungi dall’essere mutismo, il silenzio degli esseri umani appare perciò come una articolazione del logos, come una forma più consapevole, più avvertita, più socievole, di relazione con gli altri e, ancora più profon-damente, con sé.

(…) Che cosa si ottiene quindi facendo silenzio? La mia risposta è che si ottengo soprattutto due cose: una purificazione della mente e una purificazione del pensiero che ne procede per una più matura visione di noi stessi e del mondo. Il punto più importante è il primo: la purificazione della mente, la sua bonifica dal rumore di fondo da cui fuoriescono pensieri-fastidi, pensieri-paranoie, pensieri-ossessioni. A questo livello il silenzio rimuove, pulisce, bonifica, risana. La sua pratica è igiene, disinfezione, disinfestazione”.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Il bisogno di pensare – Vito Mancuso.
"Amare sé stessi è un grande atto di umiltà, di conciliazione con i propri limiti, le proprie paure e le proprie insufficienze. o." (https://it.wikipedia.org/wiki/Vito_Mancuso)
Allegati Allegati: Zefiro.2019.12
08/06/2019: Anno 2019 - Numero 11  File Pdf
Pubblicato il 07/06/2019
Notre Dame de Paris.
Notre Dame de Paris.
Care amiche e cari amici, poco tempo fa si è consumato un avvenimento drammatico: Notre Dame avvolta dalle fiamme, brucia inesorabilmente per una intera notte. Evento em blematico che mi evoca molte immagini del nostro tempo. Quasi contemporaneamente a Gerusalemme, oltre un centinaio di coloni israeliani invadevano l’area della Moschea Al-Aqsa, terzo luogo più sacro per l’Islam, durante la festività ebraica della Pasqua e il tetto del tempio musulmano ha poi preso fuoco come quello di Parigi. Ma di questo nessuno parla, non interessa il dolore del vicino? Invece siamo così atterriti ad accadimenti a noi prossimi. Ma ne siamo sinceramente atterriti? L’incendio di Parigi è accaduto durante lavori di restauro che non si riuscivano a finanziare; occorrevano un centinaio di milioni di euro e non si trovavano; poi dopo l’incendio tantissime aziende e privati concorrono alle donazioni ora che i riflettori sono accesi e tutto è ben visibile e si raccoglie in poco tempo quasi un miliardo (!). Viene in mente la parabola del fariseo ipocrita che dona al tempio una piccola parte del suo denaro quando tutti lo guardano, mentre la vedova dona il solo obolo che possiede quando nessuno la vede. Mondo falso il nostro, attento alle opportunità e alle convenienze dove ogni cosa diventa affare e tornaconto: chi considera come unico valore il denaro, per quello tutto fa… Un mondo ostaggio del conformismo e del politicamente corretto, di una visione del mondo confacente a chi dispone cosa è conveniente che si creda. Le cattedrali bruciano per noncuranza della conservazione materiale del tempio che già prima ha perso ahimè il valore fondante della sacralità, trovando successivamente quella convenienza economica o politica che non aveva luogo di esistere lontano dalla emergenza mediatica. Leggendo tutto questo in modo figurativo ed esoterico, nell’annunciato disvelamento profetico di un nuovo battesimo del fuoco e non più dell’acqua, i templi di varie religioni crollano, aprendosi verso il cielo in un cammino iniziatico che collega nuovamente la terra dei viventi al divino, ricreando quella connessione ormai negata da strutture troppo grevi che oscurano la Luce che dovrebbero invece annunciare e impediscono il cammino di fede e di trasformazione salvifica verso dimensioni alte che chiamano i viventi all’esistenza spirituale, scopo profondo e misterioso del loro essere nel mondo. La storia racconta anche che in Francia molte sono le chiese, e 11 di queste sono cattedrali, che sono appellate “Notre Dame” costruite circa nel XII secolo da Templari e Catari, che in origine erano da loro dedicate a Santa Maria Maddalena, ma successivamente destinate dalla Chiesa (una volta annientati nel sangue questi ordini) in onore della Madonna, figura evidentemente meno controversa e imbarazzante di quella Maddalena, vista nei secoli bui come volgare prostituta, seppur tanto amata, negli Apocrifi, dal Maestro, la quale, nella tradizione occulta, indica all’umanità l’apertura al sacro nel cammino verso il cielo e verso la buona novella dell’amore. Mi sforzo quindi di comprendere questo incendio drammatico e imponente, come simbolo nascosto alla vista di molti, nel significato che indica al cuore la via e la prospettiva del giusto distacco dalla materialità del vivere, della ricerca dell’Assoluto lontano dalla polvere della meschinità e delle convenienze pelose. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

poco tempo fa si è consumato un avvenimento drammatico: Notre Dame avvolta dalle fiamme, brucia inesorabilmente per una intera notte. Evento em blematico che mi evoca molte immagini del nostro tempo. Quasi contemporaneamente a Gerusalemme, oltre un centinaio di coloni israeliani invadevano l’area della Moschea Al-Aqsa, terzo luogo più sacro per l’Islam, durante la festività ebraica della Pasqua e il tetto del tempio musulmano ha poi preso fuoco come quello di Parigi. Ma di questo nessuno parla, non interessa il dolore del vicino? Invece siamo così atterriti ad accadimenti a noi prossimi. Ma ne siamo sinceramente atterriti? L’incendio di Parigi è accaduto durante lavori di restauro che non si riuscivano a finanziare; occorrevano un centinaio di milioni di euro e non si trovavano; poi dopo l’incendio tantissime aziende e privati concorrono alle donazioni ora che i riflettori sono accesi e tutto è ben visibile e si raccoglie in poco tempo quasi un miliardo (!). Viene in mente la parabola del fariseo ipocrita che dona al tempio una piccola parte del suo denaro quando tutti lo guardano, mentre la vedova dona il solo obolo che possiede quando nessuno la vede. Mondo falso il nostro, attento alle opportunità e alle convenienze dove ogni cosa diventa affare e tornaconto: chi considera come unico valore il denaro, per quello tutto fa… Un mondo ostaggio del conformismo e del politicamente corretto, di una visione del mondo confacente a chi dispone cosa è conveniente che si creda. Le cattedrali bruciano per noncuranza della conservazione materiale del tempio che già prima ha perso ahimè il valore fondante della sacralità, trovando successivamente quella convenienza economica o politica che non aveva luogo di esistere lontano dalla emergenza mediatica.

Leggendo tutto questo in modo figurativo ed esoterico, nell’annunciato disvelamento profetico di un nuovo battesimo del fuoco e non più dell’acqua, i templi di varie religioni crollano, aprendosi verso il cielo in un cammino iniziatico che collega nuovamente la terra dei viventi al divino, ricreando quella connessione ormai negata da strutture troppo grevi che oscurano la Luce che dovrebbero invece annunciare e impediscono il cammino di fede e di trasformazione salvifica verso dimensioni alte che chiamano i viventi all’esistenza spirituale, scopo profondo e misterioso del loro essere nel mondo.

La storia racconta anche che in Francia molte sono le chiese, e 11 di queste sono cattedrali, che sono appellate “Notre Dame” costruite circa nel XII secolo da Templari e Catari, che in origine erano da loro dedicate a Santa Maria Maddalena, ma successivamente destinate dalla Chiesa (una volta annientati nel sangue questi ordini) in onore della Madonna, figura evidentemente meno controversa e imbarazzante di quella Maddalena, vista nei secoli bui come volgare prostituta, seppur tanto amata, negli Apocrifi, dal Maestro, la quale, nella tradizione occulta, indica all’umanità l’apertura al sacro nel cammino verso il cielo e verso la buona novella dell’amore. Mi sforzo quindi di comprendere questo incendio drammatico e imponente, come simbolo nascosto alla vista di molti, nel significato che indica al cuore la via e la prospettiva del giusto distacco dalla materialità del vivere, della ricerca dell’Assoluto lontano dalla polvere della meschinità e delle convenienze pelose.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Notre Dame de Paris.
"“Il movimento dalla certezza al non bisogno di certezza è la libertà”." (Jiddu Krishnamurti)
Allegati Allegati: Zefiro.2019.11
25/05/2019: Anno 2019 - Numero 10  File Pdf
Pubblicato il 24/05/2019
Federazione delle Famiglie per la Pace Mondiale e L’Unificazione.
Federazione delle Famiglie per la Pace Mondiale e L’Unificazione.
Care amiche e cari amici, il nostro tempo sembra essere caratterizzato da una preoccupante erosione di fiducia. A partire dallo shock dell’11 settembre 2001, ci siamo abituati a pensarci due volte prima di viaggiare per Londra, o Madrid, o Parigi, o Bruxelles, o Nairobi, o Istanbul, o Il Cairo – giusto per fare qualche esempio. A partire dalla crisi del 2008, ci siamo abituati a pensarci due volte prima di fidarci dei nostri banchieri. Poi abbiamo scoperto che ciclisti e atleti potrebbero essersi dopati per vincere, e che gli organi di governo del calcio potrebbero essere dominati dalla corruzione. Negli ultimi anni, nel Regno Unito, e non solo, abbiamo scoperto la realtà vergognosa di decenni di abusi sessuali tenuti nascosti nella vita di vari personaggi della TV. e persino all’interno delle Chiese. Come possiamo rispondere? Gli aeroporti hanno aumentato i controlli di sicurezza; le banche hanno introdotto nuovi standard e sistemi di vigilanza; le istituzioni hanno stabilito vari requisiti per chi deve lavorare con persone vulnerabili. Naturalmente, abbiamo bisogno di tutto questo, e ciò ha un suo valore. Tuttavia, non possiamo negare che non raggiungeremo mai sicurezza e pace con le sole leggi. La chiave per la pace sta nelle persone: in quello che pensano, sentono e vivono. La Pace inizia da “me”! La realtà con cui dobbiamo confrontarci è che il “nemico” non è più “là fuori” – il nemico è all’interno: nei nostri paesi, nella nostra società, nei nostri cuori e nelle nostre menti. Se vogliamo avere sicurezza e coesione qui in Europa, credo che dobbiamo cominciare a ricostruire l’integrità delle persone e la fiducia tra le persone. Di conseguenza, la discussione deve prima affrontare i temi del ruolo della cultura e della religione, e poi il ruolo della cooperazione. Non penso che la religione da sola possa creare un mondo migliore. Penso però che la religione abbia il potenziale per migliorare le persone, e che persone migliori possano creare un mondo migliore. Ciascuna delle fedi del mondo ha prodotto i suoi frutti – nella forma di individui e istituzioni. La cooperazione interreligiosa è spesso vista come una specie di club per gente che parla di Dio. Non è ciò di cui il mondo ha bisogno. Ciò di cui abbiamo bisogno sono persone che possano rivelare e trasmettere la forza delle religioni e delle culture del mondo, in modo che ciascuna possa fiorire e contribuire alla comunità globale. Abbiamo bisogno di vedere e capire il meglio di ciascuna cultura e, come diversi componenti di un’orchestra o di una squadra, giocare il nostro ruolo nell’insieme. Se questo venisse fatto bene, svilupperemmo maggiore fiducia e un più ampio senso di comunità. Il nostro mondo ha bisogno di persone che si prendano cura degli altri, persone che ascoltino, e che mantengano la loro parola. Abbiamo bisogno di sentirci capiti, inclusi, valorizzati. Grazie a tutti Aldo P. D’Onofrio (Pastore, Federazione delle Famiglie per la Pace Mondiale e L’Unificazione) [Leggi]
Care amiche e cari amici,

il nostro tempo sembra essere caratterizzato da una preoccupante erosione di fiducia. A partire dallo shock dell’11 settembre 2001, ci siamo abituati a pensarci due volte prima di viaggiare per Londra, o Madrid, o Parigi, o Bruxelles, o Nairobi, o Istanbul, o Il Cairo – giusto per fare qualche esempio. A partire dalla crisi del 2008, ci siamo abituati a pensarci due volte prima di fidarci dei nostri banchieri.

Poi abbiamo scoperto che ciclisti e atleti potrebbero essersi dopati per vincere, e che gli organi di governo del calcio potrebbero essere dominati dalla corruzione. Negli ultimi anni, nel Regno Unito, e non solo, abbiamo scoperto la realtà vergognosa di decenni di abusi sessuali tenuti nascosti nella vita di vari personaggi della TV. e persino all’interno delle Chiese.

Come possiamo rispondere? Gli aeroporti hanno aumentato i controlli di sicurezza; le banche hanno introdotto nuovi standard e sistemi di vigilanza; le istituzioni hanno stabilito vari requisiti per chi deve lavorare con persone vulnerabili. Naturalmente, abbiamo bisogno di tutto questo, e ciò ha un suo valore. Tuttavia, non possiamo negare che non raggiungeremo mai sicurezza e pace con le sole leggi.

La chiave per la pace sta nelle persone: in quello che pensano, sentono e vivono. La Pace inizia da “me”!

La realtà con cui dobbiamo confrontarci è che il “nemico” non è più “là fuori” – il nemico è all’interno: nei nostri paesi, nella nostra società, nei nostri cuori e nelle nostre menti. Se vogliamo avere sicurezza e coesione qui in Europa, credo che dobbiamo cominciare a ricostruire l’integrità delle persone e la fiducia tra le persone.

Di conseguenza, la discussione deve prima affrontare i temi del ruolo della cultura e della religione, e poi il ruolo della cooperazione.

Non penso che la religione da sola possa creare un mondo migliore. Penso però che la religione abbia il potenziale per migliorare le persone, e che persone migliori possano creare un mondo migliore.

Ciascuna delle fedi del mondo ha prodotto i suoi frutti – nella forma di individui e istituzioni.

La cooperazione interreligiosa è spesso vista come una specie di club per gente che parla di Dio.

Non è ciò di cui il mondo ha bisogno. Ciò di cui abbiamo bisogno sono persone che possano rivelare e trasmettere la forza delle religioni e delle culture del mondo, in modo che ciascuna possa fiorire e contribuire alla comunità globale. Abbiamo bisogno di vedere e capire il meglio di ciascuna cultura e, come diversi componenti di un’orchestra o di una squadra, giocare il nostro ruolo nell’insieme.

Se questo venisse fatto bene, svilupperemmo maggiore fiducia e un più ampio senso di comunità.

Il nostro mondo ha bisogno di persone che si prendano cura degli altri, persone che ascoltino, e che mantengano la loro parola. Abbiamo bisogno di sentirci capiti, inclusi, valorizzati.

Grazie a tutti

Aldo P. D’Onofrio

(Pastore, Federazione delle Famiglie per la Pace Mondiale e L’Unificazione) [Chiudi]
Federazione delle Famiglie per la Pace Mondiale e L’Unificazione.
"La felicità e la pace del cuore nascono dalla coscienza di fare ciò che riteniamo giusto e doveroso, non dal fare ciò che gli altri dicono e fanno." (Gandhi)
Allegati Allegati: Zefiro.2019.10
11/05/2019: Anno 2019 - Numero 09  File Pdf
Pubblicato il 14/05/2019
Convegno interreligioso del 2015.
Convegno interreligioso del 2015.
Care amiche e cari amici, vi ricordate l’esperienza che facemmo nel 2015 (ce ne furono anche di simili nel 2014 e nel 2016) con il Convegno interreligioso che organizzammo a Villa Vrindavana? Una esperienza davvero bella con un tema a dir poco emozionante e appassionante. Adesso alcune persone chiedevano a Parhabakti, il direttore del Centro Vrindavana, se potevamo rinnovare la proposta anche per questo anno. Si prospetta quindi un bell’esercizio che possiamo fare tutti insieme. Non è una cosa che posso fare da solo, questo è palese credo, e non avrebbe nemmeno senso in quanto non sono un organizzatore di eventi e non ho ruolo né mandato ad alcunché, ma soprattutto perché il senso vero risiede nel fare insieme un percorso fattivo di progettualità e di creatività. Occorrerebbe quindi l’impegno da parte di tanti se non di tutti noi lettori dello Zefiro di portare un contributo di idee e anche di aiuto concreto per ricercare un tema interessante e pregnante di significato e un aiuto per l’organizzazione, e la realizzazione delle locandine, la grafica del volantino e l’elaborazione della scaletta degli interventi, nell’allestimento della sala e tutto ciò che serve per un buon lavoro di accoglienza verso tanti ospiti che possano intervenire. Le altre volte partecipammo in molti a riunioni preliminari che ricordo vivaci e creative, momenti quanto mai significativi e costruttivi della Comunità che si rafforzava nei suoi intenti in rapporti fraterni più stretti e vissuti. Poi nel tempo qualcosa si allentò e non riuscimmo più a procedere negli anni successivi con il medesimo impegno e unione. Adesso è passato del tempo ma in qualche modo le nostre meditazioni proseguono, anche se con numeri piccoli ma sono sempre momenti belli e significativi come molti sottolineano agli incontri e questo notiziario fa il suo passaparola tra quanti desiderano dialogare ed essere presenti. Chissà se riusciremo a ravvivare il nostro spirito di fraternità per una nuova avventura comune? Un progetto simile non è una cosa piccola ma nemmeno impossibile e potrebbe portare momenti di dialogo, di condivisione e di creatività vicendevole per arrivare insieme ad un evento con un comune traguardo di offerta alle persone interessate e di esperienza vissuta per tutti noi. Chi si sente interessato a partecipare mi faccia sapere per mail rispondendo a questo indirizzo e poi sarà mia cura mettere in contatto chi si offre, certo dovremmo essere almeno una quindicina di persone se non addirittura tradizioni spirituali, ma non voglio mettere il carro davanti a buoi e vediamo cosa succede. Non vuole essere un test per vedere il grado di vitalità della Comunità né per dare giudizi di merito. Facciamo serenamente quanto ci sentiamo in base alla disponibilità e alla voglia di fare insieme una esperienza concreta e poi vediamo cosa esce fuori. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

vi ricordate l’esperienza che facemmo nel 2015 (ce ne furono anche di simili nel 2014 e nel 2016) con il Convegno interreligioso che organizzammo a Villa Vrindavana? Una esperienza davvero bella con un tema a dir poco emozionante e appassionante. Adesso alcune persone chiedevano a Parhabakti, il direttore del Centro Vrindavana, se potevamo rinnovare la proposta anche per questo anno.

Si prospetta quindi un bell’esercizio che possiamo fare tutti insieme. Non è una cosa che posso fare da solo, questo è palese credo, e non avrebbe nemmeno senso in quanto non sono un organizzatore di eventi e non ho ruolo né mandato ad alcunché, ma soprattutto perché il senso vero risiede nel fare insieme un percorso fattivo di progettualità e di creatività. Occorrerebbe quindi l’impegno da parte di tanti se non di tutti noi lettori dello Zefiro di portare un contributo di idee e anche di aiuto concreto per ricercare un tema interessante e pregnante di significato e un aiuto per l’organizzazione, e la realizzazione delle locandine, la grafica del volantino e l’elaborazione della scaletta degli interventi, nell’allestimento della sala e tutto ciò che serve per un buon lavoro di accoglienza verso tanti ospiti che possano intervenire.

Le altre volte partecipammo in molti a riunioni preliminari che ricordo vivaci e creative, momenti quanto mai significativi e costruttivi della Comunità che si rafforzava nei suoi intenti in rapporti fraterni più stretti e vissuti. Poi nel tempo qualcosa si allentò e non riuscimmo più a procedere negli anni successivi con il medesimo impegno e unione. Adesso è passato del tempo ma in qualche modo le nostre meditazioni proseguono, anche se con numeri piccoli ma sono sempre momenti belli e significativi come molti sottolineano agli incontri e questo notiziario fa il suo passaparola tra quanti desiderano dialogare ed essere presenti. Chissà se riusciremo a ravvivare il nostro spirito di fraternità per una nuova avventura comune?

Un progetto simile non è una cosa piccola ma nemmeno impossibile e potrebbe portare momenti di dialogo, di condivisione e di creatività vicendevole per arrivare insieme ad un evento con un comune traguardo di offerta alle persone interessate e di esperienza vissuta per tutti noi.

Chi si sente interessato a partecipare mi faccia sapere per mail rispondendo a questo indirizzo e poi sarà mia cura mettere in contatto chi si offre, certo dovremmo essere almeno una quindicina di persone se non addirittura tradizioni spirituali, ma non voglio mettere il carro davanti a buoi e vediamo cosa succede. Non vuole essere un test per vedere il grado di vitalità della Comunità né per dare giudizi di merito. Facciamo serenamente quanto ci sentiamo in base alla disponibilità e alla voglia di fare insieme una esperienza concreta e poi vediamo cosa esce fuori.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Convegno interreligioso del 2015.
"Quello che conservi per te l'hai già perduto. Quello che doni sarà tuo per sempre." 
27/04/2019: Anno 2019 - Numero 08  File Pdf
Pubblicato il 27/04/2019
Lorenzo Orsetti detto “Orso”.
Lorenzo Orsetti detto “Orso”.
Care amiche e cari amici, come molti sapranno Lorenzo è morto combattendo in Rojava. Aveva scelto questa strada e come diceva in una lettera postuma «Non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà. Ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia». Sono sue parole, rese pubbliche dalle unità di difesa curde Ypg dopo la conferma dell’uccisione, per mano dell’Isis, del giovane italiano. Trentatré anni, fiorentino, Lorenzo – nome di battaglia Tekoser, lottatore – è stato ucciso a Baghouz, ultima enclave territoriale dell’Isis in Siria. Lorenzo sarebbe morto in un’imboscata. Con lui, sarebbe stata uccisa tutta la sua unità. Una scelta lucida e drammatica, di frontiera dove si paga di persona e si paga caro. Ci sono delle realtà sociali particolari in questo momento come in Rojava in Siria e in Chapas in America Latina, dove l’esperienza sociale per la costruzione di un nuovo modo di coesistenza se pur in mezzo ad una guerra devastante è avanzata e innovativa. Sono zone di scontri e di guerra, di resistenza e di solidarietà, di progettualità sociale per una società più giusta, dove anche le donne hanno un ruolo fondamentale e portante nella parità di genere. Dopo la sua morte qui da noi i due fronti, di sinistra e conservatore, si sono espressi in modi ovviamente diversi, di grande solidarietà e di diniego dall’altra parte. Lo sappiamo, lo so, il mondo va così. Ho sentito persone che parlavano di lui e che lo conoscevano bene qui a Firenze; dicono che qui a casa non rideva quasi mai e che era chiuso mentre là in Rojava era cambiato tanto, rideva spesso era comunicativo, determinato e socievole, diverso insomma. Perché? Cosa aveva trovato per essere così contento di una scelta così pericolosa ed estrema? Diceva che là aveva trovato una vita degna di essere vissuta, dove si poteva esistere in un ambiente sociale fatto di rapporti veri, dove si aveva la sensazione reale di poter cambiare qualcosa del mondo, dove essere giovane era un valore vivo, e che valeva la pena difendere questa realtà, questa gente e il loro sogno. Qui da noi aveva la sensazione di un vuoto pneumatico, di essere come sprofondato nelle sabbie mobili, dove ogni cambiamento costa una fatica enorme e alla fine niente cambia, tutto continua in un agio e in un benessere esterno dove in realtà siamo agiti da altri, manipolati, dove non esiste un sogno di cambiamento vero, raggiunto. Troppo comodo alla fine per non continuare così. E anche io spesso mi sento agito da un ambiente che mi condiziona e non vedo chi muove i fili. Lo so la politica è scivolosa e oggettivamente conflittuale e si finisce presto con il litigio o lo scontro, ma non parlo di politica, che pure vivo, parlo della condizione esistenziale dove il senso della vita è la posta in gioco. La motivazione che ci spinge a vivere non è poca cosa da trovare e c’è chi la cerca e chi invece non si pone la questione. Trovarla è forse una presunzione fatta da vivi; la si trova meglio alla fine quando non c’è più tempo e la vita svanisce inesorabile e posso fare un esame di come ho speso quella che sembra l’unica possibilità di esistere, di come ho fatto fruttare i talenti affidatimi. In questa foto mi sembra che Lorenzo quasi si arrenda alla morte dopo la lotta, le mani in alto e un sorriso trasparente sul volto, di chi varca la soglia con serenità. Doveva andare a morire da partigiano di una popolazione in pericolo per trovare sollievo ad una vita che qui gli sembrava senza senso?... E io dove sono? Dentro di me cosa accade? Quale è la mia scelta e dove sono i miei talenti? Come sto intraprendendo la battaglia per un senso che valga la pena di vivere e per cui morire? Perché anche io un giorno, morirò: saprò dare una risposta a questa domanda? Se sì, il dolore di lasciare la terra e i miei amati avrà trovato la sua redenzione, altrimenti la morte avrà l’incedere funesto verso il nulla, con i talenti nascosti sotto terra, per paura. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

come molti sapranno Lorenzo è morto combattendo in Rojava. Aveva scelto questa strada e come diceva in una lettera postuma «Non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà. Ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia».

Sono sue parole, rese pubbliche dalle unità di difesa curde Ypg dopo la conferma dell’uccisione, per mano dell’Isis, del giovane italiano.

Trentatré anni, fiorentino, Lorenzo – nome di battaglia Tekoser, lottatore – è stato ucciso a Baghouz, ultima enclave territoriale dell’Isis in Siria. Lorenzo sarebbe morto in un’imboscata. Con lui, sarebbe stata uccisa tutta la sua unità.

Una scelta lucida e drammatica, di frontiera dove si paga di persona e si paga caro. Ci sono delle realtà sociali particolari in questo momento come in Rojava in Siria e in Chapas in America Latina, dove l’esperienza sociale per la costruzione di un nuovo modo di coesistenza se pur in mezzo ad una guerra devastante è avanzata e innovativa. Sono zone di scontri e di guerra, di resistenza e di solidarietà, di progettualità sociale per una società più giusta, dove anche le donne hanno un ruolo fondamentale e portante nella parità di genere. Dopo la sua morte qui da noi i due fronti, di sinistra e conservatore, si sono espressi in modi ovviamente diversi, di grande solidarietà e di diniego dall’altra parte.

Lo sappiamo, lo so, il mondo va così. Ho sentito persone che parlavano di lui e che lo conoscevano bene qui a Firenze; dicono che qui a casa non rideva quasi mai e che era chiuso mentre là in Rojava era cambiato tanto, rideva spesso era comunicativo, determinato e socievole, diverso insomma. Perché? Cosa aveva trovato per essere così contento di una scelta così pericolosa ed estrema? Diceva che là aveva trovato una vita degna di essere vissuta, dove si poteva esistere in un ambiente sociale fatto di rapporti veri, dove si aveva la sensazione reale di poter cambiare qualcosa del mondo, dove essere giovane era un valore vivo, e che valeva la pena difendere questa realtà, questa gente e il loro sogno. Qui da noi aveva la sensazione di un vuoto pneumatico, di essere come sprofondato nelle sabbie mobili, dove ogni cambiamento costa una fatica enorme e alla fine niente cambia, tutto continua in un agio e in un benessere esterno dove in realtà siamo agiti da altri, manipolati, dove non esiste un sogno di cambiamento vero, raggiunto. Troppo comodo alla fine per non continuare così. E anche io spesso mi sento agito da un ambiente che mi condiziona e non vedo chi muove i fili. Lo so la politica è scivolosa e oggettivamente conflittuale e si finisce presto con il litigio o lo scontro, ma non parlo di politica, che pure vivo, parlo della condizione esistenziale dove il senso della vita è la posta in gioco. La motivazione che ci spinge a vivere non è poca cosa da trovare e c’è chi la cerca e chi invece non si pone la questione. Trovarla è forse una presunzione fatta da vivi; la si trova meglio alla fine quando non c’è più tempo e la vita svanisce inesorabile e posso fare un esame di come ho speso quella che sembra l’unica possibilità di esistere, di come ho fatto fruttare i talenti affidatimi. In questa foto mi sembra che Lorenzo quasi si arrenda alla morte dopo la lotta, le mani in alto e un sorriso trasparente sul volto, di chi varca la soglia con serenità. Doveva andare a morire da partigiano di una popolazione in pericolo per trovare sollievo ad una vita che qui gli sembrava senza senso?... E io dove sono? Dentro di me cosa accade? Quale è la mia scelta e dove sono i miei talenti? Come sto intraprendendo la battaglia per un senso che valga la pena di vivere e per cui morire? Perché anche io un giorno, morirò: saprò dare una risposta a questa domanda? Se sì, il dolore di lasciare la terra e i miei amati avrà trovato la sua redenzione, altrimenti la morte avrà l’incedere funesto verso il nulla, con i talenti nascosti sotto terra, per paura.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Lorenzo Orsetti detto “Orso”.
"L’atto supremo dell’intelligenza umana è il suo arrestarsi alla soglia del mistero." (Dino Barsotti)
Allegati Allegati: Zefiro.2019.08
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Versione: 1.5
Rilasciata il: 06/02/2014
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