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Radio Voce della Speranza

Lo Zefiro

Notiziario Interreligioso
Redazione: Marco Lazzeri
Telefono: 335.6415395
Pagina:
20/06/2020: Anno 2020 - Numero 12  File Pdf
Pubblicato il 21/06/2020
Antoine de Saint Exupéry.
Antoine de Saint Exupéry.
Care amiche e cari amici, ecco per voi un brano sull’amicizia di Antoine de Saint Exupéry. Che siano pa-role che possano entrare nel nostro animo profondo e che diano senso e concretezza a questa Comunità nella quale ci riconosciamo, affinché possa essere consesso di amicizia, aiuto e benevolenza, non solo come rifugio da un mondo esterno - che è pur ostile - ma come proposta e laboratorio per un modo equilibrato e amorevole di convivenza e crescita. L’amico è innanzi tutto colui che non giudica. Egli apre la porta al viandante, alle sue stampelle, al suo bastone deposto in un canto e non gli chiede di danzare per giudicare la sua danza. E se il viandante parla della primavera oramai sopraggiunta, l’amico è colui che riceve dentro di sé la primavera. E se egli racconta l’orrore della carestia nel villaggio dal quale proviene, l’amico soffre con lui la fame. L’amico nell’uomo è la parte destinata a te e che apre per te una porta che forse non aprirebbe mai per nessun’altro. Il tuo amico è un amico vero, e tutto quello che dice è vero. L’amico nel tempio, quello che grazie a Dio io sfioro e incontro, è colui che volge verso di me lo stesso mio viso, illuminato dallo stesso Dio, anche se tu sei piovuto dal cielo e io sto costruendo la mia cittadella. Io ti posso incontrare al di sopra di tutte le nostre divisioni, e posso divenire tuo amico. Quello che riceverai da me con amore è come un ambasciatore del mio mondo interiore. Tu lo tratti bene, lo fai sedere e lo ascolti. Ed eccoci felici. L’amicizia è innanzi tutto una tregua e una grande circolazione dello spirito al di sopra delle divisioni particolari. L’ospitalità e la cortesia sono incontri dell’uomo nell’uomo. Incontrerai fin troppi giudici per il mondo. Se si tratta di plasmarti in modo diverso e di rafforzarti, lascia questo compito ai nemici. Se ne incaricheranno loro, come la tempesta scolpisce il cedro. Perché Dio quando entri nel suo tempio, non ti giudica più, ma ti accoglie. Antoine de Saint Exupéry Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

ecco per voi un brano sull’amicizia di Antoine de Saint Exupéry. Che siano pa-role che possano entrare nel nostro animo profondo e che diano senso e concretezza a questa Comunità nella quale ci riconosciamo, affinché possa essere consesso di amicizia, aiuto e benevolenza, non solo come rifugio da un mondo esterno - che è pur ostile - ma come proposta e laboratorio per un modo equilibrato e amorevole di convivenza e crescita.

L’amico è innanzi tutto colui che non giudica.

Egli apre la porta al viandante, alle sue stampelle, al suo bastone deposto in un canto e non gli chiede di danzare per giudicare la sua danza. E se il viandante parla della primavera oramai sopraggiunta, l’amico è colui che riceve dentro di sé la primavera. E se egli racconta l’orrore della carestia nel villaggio dal quale proviene, l’amico soffre con lui la fame. L’amico nell’uomo è la parte destinata a te e che apre per te una porta che forse non aprirebbe mai per nessun’altro.

Il tuo amico è un amico vero, e tutto quello che dice è vero.

L’amico nel tempio, quello che grazie a Dio io sfioro e incontro, è colui che volge verso di me lo stesso mio viso, illuminato dallo stesso Dio, anche se tu sei piovuto dal cielo e io sto costruendo la mia cittadella.

Io ti posso incontrare al di sopra di tutte le nostre divisioni, e posso divenire tuo amico.

Quello che riceverai da me con amore è come un ambasciatore del mio mondo interiore. Tu lo tratti bene, lo fai sedere e lo ascolti. Ed eccoci felici.

L’amicizia è innanzi tutto una tregua e una grande circolazione dello spirito al di sopra delle divisioni particolari. L’ospitalità e la cortesia sono incontri dell’uomo nell’uomo. Incontrerai fin troppi giudici per il mondo. Se si tratta di plasmarti in modo diverso e di rafforzarti, lascia questo compito ai nemici. Se ne incaricheranno loro, come la tempesta scolpisce il cedro. Perché Dio quando entri nel suo tempio, non ti giudica più, ma ti accoglie.

Antoine de Saint Exupéry

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Antoine de Saint Exupéry.
"Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude." (Piergiorgio Welby)
06/06/2020: Anno 2020 - Numero 11  File Pdf
Pubblicato il 05/06/2020
Far finta.
Far finta.
Care amiche e cari amici, da tempo partecipo in un gruppo di studio dove adesso stiamo leggendo il libro “I cosiddetti sani” di E. Fromm. Datato certo, della metà del secolo circa, ma parlando di alienazione dice cose che mi corrispondono anche adesso. L’alienazione di non essere più in contatto con noi, ma estraniati e determinati dal denaro, misura universale di tutto. Delle merci come del vivente, dei sentimenti come della felicità. Tutto ridotto, tutto oggettivizzato, misurabile e commerciabile, tutto in vendita per chi se lo può permettere. Però poche cose sono davvero mie, che mi appartengono, anche se cerco di metterci del mio facendole, perché non ne dipende la mia vita che è scandita da processi a me estranei, irraggiungibili, alieni appunto. Così spesso faccio finta di vivere per apparire attraverso ciò che non sono davvero, perché c’è spesso un paracadute che mi garantisce, una sorta di garanzia sociale che allo stesso tempo mi estranea dalla mia capacità di vivere con le mie forze. Fare finta è indice di paura profonda che non conosco, ma che mi condiziona, la paura del coraggio di vivere. Ed il suo habitat è la zona di confort, dove attendo ciò che pretendo mio, senza sforzo, non accorgendomi che è questo che toglie senso. So che non sono chiaro e scusandomi faccio un esempio per chiarire; da un po’ tempo faccio servizio in un’associazione che sostiene una piccola rete di solidarietà a livello di quartiere, scuola per bambini che sono rimasti un po’ indietro, gruppo di acquisto solidale, ambulatorio medico, proposte sociali e anche una uliveta. Ecco riguardo all’uliveta, di settecento piante, l’anno scorso abbiamo lavorato molto nella potatura, diserbo, raccolta, frangitura … ma è stato un anno sfavorevole e l’olio prodotto è stato poco, così poco che non ne abbiamo avuto da vendere e c’è stato un ammanco economico significativo per la piccola associazione che non ha avuto un ritorno per pagare nemmeno le spese vive. Ma l’olio a me comunque non manca… lo comprerò al supermercato. E stessa cosa per l’orto che se viene devastato dal cinghiale, mangerò ugualmente. Ma una volta per i contadini non era così, se la terra non dava sostentamento era carestia e fame vera. Lì non si facevano sconti, lì si piangeva. Ecco questo adesso non c’è più, nel bene e nel male certo, ma molte delle cose che faccio non determinano la mia vita, al massimo sono un contorno e spesso faccio finta che siano importanti, decisive, per distrazione o per riempitivo o solo per immagine. E’ questo che intendo per far finta, è una situazione poco visibile, dissimulata, impercettibile. Si fa finta di fare e alla fine si fa finta di essere. Questa è una situazione che diventa particolarmente delicata in alcune situazioni come per esempio la spiritualità, alle volte faccio finta anche lì, alle volte non ho quella determinazione, quella ricerca quasi disperata, quell’affidarmi. Meditazione si fa in tanti modi, ed è il sentire che ci metto che fa la differenza. Alle volte mi chiedo cosa mi resterà alla fine. Quando mi verrà fatto il saldo della vita, cosa mi resterà nel setaccio e cosa se ne andrà via, inutile e superfluo? Rimarrà sul fondo la pepita d’oro della vita? In quel momento non potrò fare finta, in quel momento di singolarità capirò cosa contava e cosa invece era orpello, finzione. Mi sforzo di cercare dentro di me argomenti e sensazioni, mi sforzo di cercare un senso al giorno che nasce e che stasera finirà. Per quello che riesco cerco di ascoltare echi interiori che non so da dove provengono. Vi ringrazio della vostra lettura e attenzione, ma questa però non è determinante per me riguardo al senso che mi dà un’attività come questa di scrivere a voi per la quale non faccio finta, forse la sola che faccio, nel tentativo di essere un briciolo di coscienza che cerca di esistere al di là del recinto, al di là del risultato, se pur decisamente modesto. L’essere non pretende il successo. L’essere è. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

da tempo partecipo in un gruppo di studio dove adesso stiamo leggendo il libro “I cosiddetti sani” di E. Fromm. Datato certo, della metà del secolo circa, ma parlando di alienazione dice cose che mi corrispondono anche adesso. L’alienazione di non essere più in contatto con noi, ma estraniati e determinati dal denaro, misura universale di tutto. Delle merci come del vivente, dei sentimenti come della felicità. Tutto ridotto, tutto oggettivizzato, misurabile e commerciabile, tutto in vendita per chi se lo può permettere. Però poche cose sono davvero mie, che mi appartengono, anche se cerco di metterci del mio facendole, perché non ne dipende la mia vita che è scandita da processi a me estranei, irraggiungibili, alieni appunto. Così spesso faccio finta di vivere per apparire attraverso ciò che non sono davvero, perché c’è spesso un paracadute che mi garantisce, una sorta di garanzia sociale che allo stesso tempo mi estranea dalla mia capacità di vivere con le mie forze. Fare finta è indice di paura profonda che non conosco, ma che mi condiziona, la paura del coraggio di vivere. Ed il suo habitat è la zona di confort, dove attendo ciò che pretendo mio, senza sforzo, non accorgendomi che è questo che toglie senso.

So che non sono chiaro e scusandomi faccio un esempio per chiarire; da un po’ tempo faccio servizio in un’associazione che sostiene una piccola rete di solidarietà a livello di quartiere, scuola per bambini che sono rimasti un po’ indietro, gruppo di acquisto solidale, ambulatorio medico, proposte sociali e anche una uliveta. Ecco riguardo all’uliveta, di settecento piante, l’anno scorso abbiamo lavorato molto nella potatura, diserbo, raccolta, frangitura … ma è stato un anno sfavorevole e l’olio prodotto è stato poco, così poco che non ne abbiamo avuto da vendere e c’è stato un ammanco economico significativo per la piccola associazione che non ha avuto un ritorno per pagare nemmeno le spese vive. Ma l’olio a me comunque non manca… lo comprerò al supermercato. E stessa cosa per l’orto che se viene devastato dal cinghiale, mangerò ugualmente. Ma una volta per i contadini non era così, se la terra non dava sostentamento era carestia e fame vera. Lì non si facevano sconti, lì si piangeva. Ecco questo adesso non c’è più, nel bene e nel male certo, ma molte delle cose che faccio non determinano la mia vita, al massimo sono un contorno e spesso faccio finta che siano importanti, decisive, per distrazione o per riempitivo o solo per immagine. E’ questo che intendo per far finta, è una situazione poco visibile, dissimulata, impercettibile. Si fa finta di fare e alla fine si fa finta di essere. Questa è una situazione che diventa particolarmente delicata in alcune situazioni come per esempio la spiritualità, alle volte faccio finta anche lì, alle volte non ho quella determinazione, quella ricerca quasi disperata, quell’affidarmi. Meditazione si fa in tanti modi, ed è il sentire che ci metto che fa la differenza. Alle volte mi chiedo cosa mi resterà alla fine. Quando mi verrà fatto il saldo della vita, cosa mi resterà nel setaccio e cosa se ne andrà via, inutile e superfluo? Rimarrà sul fondo la pepita d’oro della vita? In quel momento non potrò fare finta, in quel momento di singolarità capirò cosa contava e cosa invece era orpello, finzione.

Mi sforzo di cercare dentro di me argomenti e sensazioni, mi sforzo di cercare un senso al giorno che nasce e che stasera finirà. Per quello che riesco cerco di ascoltare echi interiori che non so da dove provengono.

Vi ringrazio della vostra lettura e attenzione, ma questa però non è determinante per me riguardo al senso che mi dà un’attività come questa di scrivere a voi per la quale non faccio finta, forse la sola che faccio, nel tentativo di essere un briciolo di coscienza che cerca di esistere al di là del recinto, al di là del risultato, se pur decisamente modesto. L’essere non pretende il successo. L’essere è.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Far finta.
"Non riceviamo una vita troppo breve, tale la rendiamo. Di essa non siamo poveri, ma scialacquatori." (Seneca)
23/05/2020: Anno 2020 - Numero 10  File Pdf
Pubblicato il 05/06/2020
Vivere oggi.
Vivere oggi.
Care amiche e cari amici, siamo arrivati quasi al periodo estivo e tra non molto ci saluteremo per incontrarci di nuovo dopo l’estate. Come tutti gli anni. Come sempre, ma sarà davvero come sempre? In questi ultimi mesi abbiamo vissuto momenti difficili ma soprattutto per me sono stati momenti inediti che mi hanno fatto vedere una precarietà e una fragilità della mia convivenza con gli altri e con il mondo. Mi hanno aperto a una incertezza del futuro che non conoscevo, tanto che in questo momento non so come vi rivedrò e cosa sarò nel frattempo diventato. Tanto è cambiato negli ultimi due mesi e tanto altro può cambiare nei prossimi. L’istante presente, questo istante che comunque non riesco mai ad afferrare del tutto, contiene un futuro che non riesco ad immaginare perché lo percepisco non consueto o scontato. Cambiano le leggi cambia la convivenza le restrizioni i permessi le precauzioni cambia il vivere sociale e le prospettive future di relazionarci con le persone il lavoro… e io come cambio? Cosa è cambiato in me? Come mi hanno fatto cambiare? Perché ho timore, dopo una quarantena di isolamento per me particolarmente pesante, di reimmettermi nella vita di relazione, di rimettermi in gioco, di riprendere i contatti? Perché mi sento stanco di ricominciare ad abitare un mondo che sento diventato diverso e che è cambiato senza un consenso comune, che ha trasformato i rapporti senza che questo sia stato deciso e condiviso? Ma nemmeno annunciato. Una trasformazione nascosta, fatta da uomini e non da un virus, che mi mette davanti ad un fatto compiuto, di altri. Un esproprio. Un mondo che non mi corrisponde e che mi resta estraneo, fuori della porta e io in casa. Io resto in casa. Ancora. Ho paura, di cosa? Per proteggermi dal virus assassino, mi hanno isolato in casa per conservare la vita biologica senza capire che avrei perso quella di relazione, quella emozionale. E non riesco agevolmente ad uscire fuori di me. Guardo il momento presente, che come sappiamo è il solo ad esistere veramente, ed è anche in qualche modo padre di momenti successivi che non conosco perché non miei perché gestiti da altri in logiche che non conosco ma che percepisco non essere pensate per il bene comune, artefatte, misteriose, ingannevoli. Il futuro continua ad essere in qualche modo meno desiderabile, più oscuro, infido. Certo tutto questo è legato alla consapevolezza che ho del presente, e se la consapevolezza di chi ascolta è diversa dalla mia tutto quello che dico appare esagerato o frutto di una mente annebbiata. Non è facile vedere un presente così complesso con tanti aspetti sotterranei, insospettabili che nemmeno con la fantasia si immaginano eppure viene presentato così apparentemente scontato e ovvio in una vita che sembra riproporsi in un divenire senza sorprese, quando invece tutto cambia e non sarà più come prima, già in pochi mesi. Come dopo una guerra ma senza guerra, dove non c’è la gioia della pace ritrovata e della ricostruzione da fare anche seppur con sacrifici, ma l’angoscia del risveglio in un orizzonte mutato anche se apparentemente intatto, dove molto di me è sotto un attento controllo ad personam, con regole di convivenza innaturali, in un ulteriore allontanamento da un originario stato di natura ormai completamente alienato, perduto, dove il contraccambio è la vita senza libertà e regolata da una agenda pensata per scopi dove sono un mezzo, senza un fine luminoso. Animali da circo addestrati ad esercizi utili ad altri, al profitto e al controllo di un domatore di leoni e relativo pubblico pagante, al quale poi per ironia appartengo io stesso. E non ci sarà un’isola felice dove fuggire. La porta di uscita sarà quella prospettiva spirituale che trovo nella meditazione praticata con molti di voi tutte le sere con costanza e umiltà, nell’abitare il mondo interiore che posso contribuire a mantenere vivo in me come baluardo a questo tempo triste e come valore di riscatto di un futuro tutto da riconquistare. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

siamo arrivati quasi al periodo estivo e tra non molto ci saluteremo per incontrarci di nuovo dopo l’estate. Come tutti gli anni. Come sempre, ma sarà davvero come sempre? In questi ultimi mesi abbiamo vissuto momenti difficili ma soprattutto per me sono stati momenti inediti che mi hanno fatto vedere una precarietà e una fragilità della mia convivenza con gli altri e con il mondo. Mi hanno aperto a una incertezza del futuro che non conoscevo, tanto che in questo momento non so come vi rivedrò e cosa sarò nel frattempo diventato. Tanto è cambiato negli ultimi due mesi e tanto altro può cambiare nei prossimi. L’istante presente, questo istante che comunque non riesco mai ad afferrare del tutto, contiene un futuro che non riesco ad immaginare perché lo percepisco non consueto o scontato. Cambiano le leggi cambia la convivenza le restrizioni i permessi le precauzioni cambia il vivere sociale e le prospettive future di relazionarci con le persone il lavoro… e io come cambio? Cosa è cambiato in me? Come mi hanno fatto cambiare? Perché ho timore, dopo una quarantena di isolamento per me particolarmente pesante, di reimmettermi nella vita di relazione, di rimettermi in gioco, di riprendere i contatti? Perché mi sento stanco di ricominciare ad abitare un mondo che sento diventato diverso e che è cambiato senza un consenso comune, che ha trasformato i rapporti senza che questo sia stato deciso e condiviso? Ma nemmeno annunciato. Una trasformazione nascosta, fatta da uomini e non da un virus, che mi mette davanti ad un fatto compiuto, di altri. Un esproprio. Un mondo che non mi corrisponde e che mi resta estraneo, fuori della porta e io in casa. Io resto in casa. Ancora. Ho paura, di cosa? Per proteggermi dal virus assassino, mi hanno isolato in casa per conservare la vita biologica senza capire che avrei perso quella di relazione, quella emozionale. E non riesco agevolmente ad uscire fuori di me. Guardo il momento presente, che come sappiamo è il solo ad esistere veramente, ed è anche in qualche modo padre di momenti successivi che non conosco perché non miei perché gestiti da altri in logiche che non conosco ma che percepisco non essere pensate per il bene comune, artefatte, misteriose, ingannevoli. Il futuro continua ad essere in qualche modo meno desiderabile, più oscuro, infido. Certo tutto questo è legato alla consapevolezza che ho del presente, e se la consapevolezza di chi ascolta è diversa dalla mia tutto quello che dico appare esagerato o frutto di una mente annebbiata. Non è facile vedere un presente così complesso con tanti aspetti sotterranei, insospettabili che nemmeno con la fantasia si immaginano eppure viene presentato così apparentemente scontato e ovvio in una vita che sembra riproporsi in un divenire senza sorprese, quando invece tutto cambia e non sarà più come prima, già in pochi mesi. Come dopo una guerra ma senza guerra, dove non c’è la gioia della pace ritrovata e della ricostruzione da fare anche seppur con sacrifici, ma l’angoscia del risveglio in un orizzonte mutato anche se apparentemente intatto, dove molto di me è sotto un attento controllo ad personam, con regole di convivenza innaturali, in un ulteriore allontanamento da un originario stato di natura ormai completamente alienato, perduto, dove il contraccambio è la vita senza libertà e regolata da una agenda pensata per scopi dove sono un mezzo, senza un fine luminoso. Animali da circo addestrati ad esercizi utili ad altri, al profitto e al controllo di un domatore di leoni e relativo pubblico pagante, al quale poi per ironia appartengo io stesso. E non ci sarà un’isola felice dove fuggire. La porta di uscita sarà quella prospettiva spirituale che trovo nella meditazione praticata con molti di voi tutte le sere con costanza e umiltà, nell’abitare il mondo interiore che posso contribuire a mantenere vivo in me come baluardo a questo tempo triste e come valore di riscatto di un futuro tutto da riconquistare.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Vivere oggi.
"Sogna come se dovessi vivere per sempre. Vivi come se dovessi morire oggi." (James Dean)
09/05/2020: Anno 2020 - Numero 09  File Pdf
Pubblicato il 08/05/2020
Interreligioso.
Interreligioso.
Care amiche e cari amici, riporto una vecchia immagine di un convegno interreligioso che la Comunità Interreligiosa realizzò molti anni fa a Villa Vrindavana. Fu una esperienza molto bella che coinvolse tante tradizioni spirituali in un lavoro collettivo che si protrasse per qualche mese e si concluse appunto con un convegno di una intera giornata. Un bel ricordo che rimane nel cuore. Il cammino comune già a quel tempo aveva avuto una lunga storia e continua silenzioso e tenace tuttora. Anche in questo momento, non certo facile e dove pur non potendo vederci di persona agli incontri consueti, siamo riusciti a non allontanarci completamente almeno in spirito e nell’intenzione di condivisione. Anzi, il gruppo di Firenze, quello di Sesto e anche persone della associazione Vivere l’Etica sono riuscite a incontrarsi tutte le sere dopo la cena, ciascuna persona dalla propria abitazione per una meditazione comune e condivisa da lontano nel corpo e vicini nel sentimento. Come una volontà comune di non disarticolare il rapporto che ci lega. Ci siamo tenuti per mano e i presenti hanno portato un contributo come partecipazione attiva: un messaggio, un saluto un ringraziamento o una musica di invito al silenzio. Trovo che questo sia un segno molto bello leggero, sottile e forte e delicato allo stesso tempo di desiderio di aiutarci vicendevolmente l’un l’altro in un momento difficile e di tenere alto il morale e la consuetudine della pratica. Tutto questo oltre che un momento di preghiera e di raccoglimento spirituale secondo me è anche un cammino esistenziale di vita, come ci dice il poeta Sepúlveda, recentemente scomparso. Un cercare il valore della presenza di essere qui adesso, un lasciarci coinvolgere dalla relazione e dalla amicizia. Non sempre è tutto così idilliaco come dico sopra, è vero, sia nell’ambito della esperienza personale che nell’ambito comunitario o associativo. La vita alle volte sembra perdere armonia e diventare scomposta, ma è solo una transazione verso una armonia nuova e più alta che non possiamo vedere al momento e nemmeno immaginare. Arriverà dopo... e saremo spettatori meravigliati di tanta bellezza.... L’imbrunire della sera contiene in sé l’alba del mattino. E viceversa. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

riporto una vecchia immagine di un convegno interreligioso che la Comunità Interreligiosa realizzò molti anni fa a Villa Vrindavana. Fu una esperienza molto bella che coinvolse tante tradizioni spirituali in un lavoro collettivo che si protrasse per qualche mese e si concluse appunto con un convegno di una intera giornata. Un bel ricordo che rimane nel cuore.

Il cammino comune già a quel tempo aveva avuto una lunga storia e continua silenzioso e tenace tuttora. Anche in questo momento, non certo facile e dove pur non potendo vederci di persona agli incontri consueti, siamo riusciti a non allontanarci completamente almeno in spirito e nell’intenzione di condivisione. Anzi, il gruppo di Firenze, quello di Sesto e anche persone della associazione Vivere l’Etica sono riuscite a incontrarsi tutte le sere dopo la cena, ciascuna persona dalla propria abitazione per una meditazione comune e condivisa da lontano nel corpo e vicini nel sentimento. Come una volontà comune di non disarticolare il rapporto che ci lega. Ci siamo tenuti per mano e i presenti hanno portato un contributo come partecipazione attiva: un messaggio, un saluto un ringraziamento o una musica di invito al silenzio. Trovo che questo sia un segno molto bello leggero, sottile e forte e delicato allo stesso tempo di desiderio di aiutarci vicendevolmente l’un l’altro in un momento difficile e di tenere alto il morale e la consuetudine della pratica.

Tutto questo oltre che un momento di preghiera e di raccoglimento spirituale secondo me è anche un cammino esistenziale di vita, come ci dice il poeta Sepúlveda, recentemente scomparso. Un cercare il valore della presenza di essere qui adesso, un lasciarci coinvolgere dalla relazione e dalla amicizia.

Non sempre è tutto così idilliaco come dico sopra, è vero, sia nell’ambito della esperienza personale che nell’ambito comunitario o associativo. La vita alle volte sembra perdere armonia e diventare scomposta, ma è solo una transazione verso una armonia nuova e più alta che non possiamo vedere al momento e nemmeno immaginare. Arriverà dopo... e saremo spettatori meravigliati di tanta bellezza....

L’imbrunire della sera contiene in sé l’alba del mattino. E viceversa.

Grazie a tutti

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Interreligioso.
"Vivere è in sé stesso un progetto esistenziale. Nel mio caso, il mio progetto esistenziale è avere una vita da uomo giusto, decente, solidale, e questo è già un progetto assai grande." (Luis Sepúlveda)
Allegati Allegati: Zefiro.2020.09
25/04/2020: Anno 2020 - Numero 08  File Pdf
Pubblicato il 24/04/2020
ridere.
ridere.
Care amiche e cari amici, un proverbio del periodo romano riporta che “Il riso abbonda sulla bocca degli stolti”. I romani sono stati dediti alla guerra fino a diventare tramite questa dominatori di un impero e all’uopo per accreditare una persona come cives romanus avevano delle precise regole che definivano l’appartenenza alla società, essere romano prevedeva così delle virtù quali la Fides (fiducia e affidabilità), la Pietas (rispetto della patria e tradizioni), la Maiestas (fierezza), la Gravitas (serietà) e li vedo aspetti tipici di un modo di concepire il mondo in un paradigma guerriero di potere e di dominio, che si fonda sull’identità dell’individuo che per essere omologato deve essere inflessibile e austero. Diffido di persone che non ridono e le statue romane dei grandi personaggi sono molto severe e impostate. Non si ride e non si riderà molto nemmeno nei secoli successivi, questo non è prerogativa del potente, il ridere è lasciato al buffone di corte, al giullare, alla persona considerata marginale e strana, e al quale proprio perché inevitabilmente matto è consentito irridere e sbeffeggiare il potere. Ricordo alcune immagini di persone influenti, ridenti che non ricercano un’immagine sociale severa e intollerante come valore portante, ma sono così sereni, sapienti, centrati e sicuri su di loro da poter ridere di sé stessi, vera prerogativa della persona interiormente grande, e del mondo prendendo in giro l’ordine nel quale pur anche loro sono immersi e fanno parte. La risata, eccessiva ed ingiustificata, è tipica delle persone superficiali e questo è con-divisibile perché ridere senza motivo non ha di per sé un senso profondo, ma al con-tempo ridere in modo circostanziato e dissacrante di certi atteggiamenti troppo sa-pienziali e impostati nella loro identità di possesso della verità, lo trovo rivoluzionario e sovversivo di strutture mentali rigide precostituite e centrate sul concetto di controllo e di supporto al conformismo. Ridere è liberatorio dell’animo, sano di mente e rende leggeri e allegri per il solo fatto di farlo. Non è facile e molti non ci riescono, forse per paura della altrui disapprovazione. Anche io sto imparando questa arte semplice ma difficile da realizzare con la leggerezza d’animo di chi fa le cose senza prendersi troppo sul serio, senza volerle imporre agli altri e di chi ha come scopo finale il vivere e non il guadagnare prestigio. I bambini ridono e non si sa sempre esattamente il perché, ri-dono perché sono felici o solo perché intuiscono l’aspetto divertente, buffo o giocoso. Ridere in modo divertito e creativo penso sia un’abilità espressiva dell’animo emanci-pato dagli aspetti del “dover essere”, è una forma di conoscenza intuitiva che arriva all’essenziale senza passare dal razionale e quindi non soggetto alla modalità della conformità che pretende e che piega l’animo umano ai fini di trasmissione di atteg-giamenti intimidatori e ricattatori. Chi non cerca potere e comando è considerato gre-gario e povero di spirito in confronto a chi è vuol stare in cima alla piramide e a cavallo del mondo perché solo in questo trova la motivazione esistenziale all’esistenza. Queste spesso sono persone che non si preoccupano se la loro strada è disseminata di morti, sostengono che ogni cosa ha il suo prezzo, sono i famosi danni collaterali… Tali persone non tollerano disobbedienza in quanto imprigionati da una superbia che non li rende liberi e non tollerano la libertà del riso che deride autorità e ragione di stato. La meditazione, ancora una volta, è uno strumento che mi accompagna perché mi rende povero, senza pretese, centrato sulle cose vere e semplici dell’essere, su ciò che non posso perdere perché è insito e racchiuso nel mio intimo, qualora, ben inteso, sia stato capace di entrarci in contatto profondo di fiducia e conoscenza, e questo prevede un cammino e non una improvvisazione dell’ultima ora. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

un proverbio del periodo romano riporta che “Il riso abbonda sulla bocca degli stolti”. I romani sono stati dediti alla guerra fino a diventare tramite questa dominatori di un impero e all’uopo per accreditare una persona come cives romanus avevano delle precise regole che definivano l’appartenenza alla società, essere romano prevedeva così delle virtù quali la Fides (fiducia e affidabilità), la Pietas (rispetto della patria e tradizioni), la Maiestas (fierezza), la Gravitas (serietà) e li vedo aspetti tipici di un modo di concepire il mondo in un paradigma guerriero di potere e di dominio, che si fonda sull’identità dell’individuo che per essere omologato deve essere inflessibile e austero. Diffido di persone che non ridono e le statue romane dei grandi personaggi sono molto severe e impostate. Non si ride e non si riderà molto nemmeno nei secoli successivi, questo non è prerogativa del potente, il ridere è lasciato al buffone di corte, al giullare, alla persona considerata marginale e strana, e al quale proprio perché inevitabilmente matto è consentito irridere e sbeffeggiare il potere. Ricordo alcune immagini di persone influenti, ridenti che non ricercano un’immagine sociale severa e intollerante come valore portante, ma sono così sereni, sapienti, centrati e sicuri su di loro da poter ridere di sé stessi, vera prerogativa della persona interiormente grande, e del mondo prendendo in giro l’ordine nel quale pur anche loro sono immersi e fanno parte.

La risata, eccessiva ed ingiustificata, è tipica delle persone superficiali e questo è con-divisibile perché ridere senza motivo non ha di per sé un senso profondo, ma al con-tempo ridere in modo circostanziato e dissacrante di certi atteggiamenti troppo sa-pienziali e impostati nella loro identità di possesso della verità, lo trovo rivoluzionario e sovversivo di strutture mentali rigide precostituite e centrate sul concetto di controllo e di supporto al conformismo. Ridere è liberatorio dell’animo, sano di mente e rende leggeri e allegri per il solo fatto di farlo. Non è facile e molti non ci riescono, forse per paura della altrui disapprovazione. Anche io sto imparando questa arte semplice ma difficile da realizzare con la leggerezza d’animo di chi fa le cose senza prendersi troppo sul serio, senza volerle imporre agli altri e di chi ha come scopo finale il vivere e non il guadagnare prestigio. I bambini ridono e non si sa sempre esattamente il perché, ri-dono perché sono felici o solo perché intuiscono l’aspetto divertente, buffo o giocoso. Ridere in modo divertito e creativo penso sia un’abilità espressiva dell’animo emanci-pato dagli aspetti del “dover essere”, è una forma di conoscenza intuitiva che arriva all’essenziale senza passare dal razionale e quindi non soggetto alla modalità della conformità che pretende e che piega l’animo umano ai fini di trasmissione di atteg-giamenti intimidatori e ricattatori. Chi non cerca potere e comando è considerato gre-gario e povero di spirito in confronto a chi è vuol stare in cima alla piramide e a cavallo del mondo perché solo in questo trova la motivazione esistenziale all’esistenza. Queste spesso sono persone che non si preoccupano se la loro strada è disseminata di morti, sostengono che ogni cosa ha il suo prezzo, sono i famosi danni collaterali… Tali persone non tollerano disobbedienza in quanto imprigionati da una superbia che non li rende liberi e non tollerano la libertà del riso che deride autorità e ragione di stato.

La meditazione, ancora una volta, è uno strumento che mi accompagna perché mi rende povero, senza pretese, centrato sulle cose vere e semplici dell’essere, su ciò che non posso perdere perché è insito e racchiuso nel mio intimo, qualora, ben inteso, sia stato capace di entrarci in contatto profondo di fiducia e conoscenza, e questo prevede un cammino e non una improvvisazione dell’ultima ora.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
ridere.
"“L'atto di disobbedienza, in quanto atto di libertà, è l'inizio della ragione." (Erich Fromm)
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Versione: 1.5
Rilasciata il: 06/02/2014
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