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Radio Voce della Speranza

Lo Zefiro

Notiziario Interreligioso
Redazione: Marco Lazzeri
Telefono: 335.6415395
Pagina:
14/11/2020: Anno 2020 - Numero 17  File Pdf
Pubblicato il 13/11/2020
La sostanza dei sogni.
La sostanza dei sogni.
Care amiche e cari amici, tempo fa a settembre quando ancora era caldo, di notte le zanzare provvedevano con zelo alle loro necessità alimentari. Per le femmine, solo loro pungono, il sangue è indispensabile per poter portare le uova a maturazione, una questione vitale per la specie e una tale necessità crea una spinta all’azione che non può essere disattesa. La vita pretende intraprendenza, coraggio e determinazione. Per contrastare il fastidio e l’interruzione del sonno utilizzo una racchetta elettronica che non inquina l’aria con vapori e, se agitata in presenza dell’ospite, qualora si riesca ad intercettarlo in volo, provoca il precoce ricongiungimento della sua parte eterica con l’anima di gruppo. Quella notte in camera ne avevo tre. Praticamente un safari… Più volte sono stato svegliato e impegnato nel duello. Tenevo la racchetta in mano perché qualora si senta il caratteristico ronzio nell’orecchio, si deve intervenire immediatamente per non perderne il contatto, prima del rapido dileguarsi nel buio. Ovviamente nell’attesa, che può non essere breve, capita di addormentarsi. Quella volta mi accadde una esperienza che non avevo mai vissuto prima, fu un momento particolare. Dunque come dicevo mi ero addormentato con la racchetta in mano, mentre ero in attesa del sopraggiungere della zanzara. Sognavo e avevo una bella visione a colori e in movimento di una scena che non ricordo bene. Poi, suppongo quando il ronzio si cominciò a manifestare, la rappresentazione del sogno si blocca e comincia a sfumare lentamente, come un affresco che perde la lucentezza del colore e vira verso l’indistinto dell’intonaco, l’immagine si opacizza. Ricordate la scoperta della villa antica nel film Roma di Fellini? Ricordo la mia delusione nel vedere questo divenire e il dispiacere della perdita. Il sogno si stava dissolvendo e ne avvertivo la dinamica, lo vedevo, lo percepivo come si vede un affresco appunto. La visione poi scomparve e nonostante non lo desiderassi mi sono svegliato con il caratteristico ronzio nell’orecchio e la fatale racchetta in mano. Mi rimaneva la sensazione, come dicevo mai provata, della percezione della sostanza del sogno che avevo potuto vivere nella sua consistenza quasi materica. Era molto diverso dallo svegliarsi e ricordare, lo avevo visto dissolversi nel suo stesso ambiente, nella sua specifica dimensione, peculiare, ero uscito da quel piano di esistenza, andandomene, e non ero stato solo svegliato ritornando nella dimensione dell’io cosciente e nella sua attività mentale. Era come, vedendolo, aver abitato il sogno da sveglio, nella sua propria sostanza. Lo avevo in qualche modo come potuto toccare… Fu un risveglio che mi lasciò sorpreso e stupefatto, incredulo. La zanzara colse al volo questo movimento di rallentamento delle facoltà psichiche e si salvò scomparendo nel buio della stanza. La ringraziai dell’insegnamento che mi aveva permesso di apprendere, una lezione tutta nuova e inaspettata. Due passi nel mondo onirico. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

tempo fa a settembre quando ancora era caldo, di notte le zanzare provvedevano con zelo alle loro necessità alimentari. Per le femmine, solo loro pungono, il sangue è indispensabile per poter portare le uova a maturazione, una questione vitale per la specie e una tale necessità crea una spinta all’azione che non può essere disattesa. La vita pretende intraprendenza, coraggio e determinazione. Per contrastare il fastidio e l’interruzione del sonno utilizzo una racchetta elettronica che non inquina l’aria con vapori e, se agitata in presenza dell’ospite, qualora si riesca ad intercettarlo in volo, provoca il precoce ricongiungimento della sua parte eterica con l’anima di gruppo.

Quella notte in camera ne avevo tre. Praticamente un safari… Più volte sono stato svegliato e impegnato nel duello. Tenevo la racchetta in mano perché qualora si senta il caratteristico ronzio nell’orecchio, si deve intervenire immediatamente per non perderne il contatto, prima del rapido dileguarsi nel buio. Ovviamente nell’attesa, che può non essere breve, capita di addormentarsi. Quella volta mi accadde una esperienza che non avevo mai vissuto prima, fu un momento particolare.

Dunque come dicevo mi ero addormentato con la racchetta in mano, mentre ero in attesa del sopraggiungere della zanzara. Sognavo e avevo una bella visione a colori e in movimento di una scena che non ricordo bene. Poi, suppongo quando il ronzio si cominciò a manifestare, la rappresentazione del sogno si blocca e comincia a sfumare lentamente, come un affresco che perde la lucentezza del colore e vira verso l’indistinto dell’intonaco, l’immagine si opacizza. Ricordate la scoperta della villa antica nel film Roma di Fellini? Ricordo la mia delusione nel vedere questo divenire e il dispiacere della perdita. Il sogno si stava dissolvendo e ne avvertivo la dinamica, lo vedevo, lo percepivo come si vede un affresco appunto. La visione poi scomparve e nonostante non lo desiderassi mi sono svegliato con il caratteristico ronzio nell’orecchio e la fatale racchetta in mano. Mi rimaneva la sensazione, come dicevo mai provata, della percezione della sostanza del sogno che avevo potuto vivere nella sua consistenza quasi materica. Era molto diverso dallo svegliarsi e ricordare, lo avevo visto dissolversi nel suo stesso ambiente, nella sua specifica dimensione, peculiare, ero uscito da quel piano di esistenza, andandomene, e non ero stato solo svegliato ritornando nella dimensione dell’io cosciente e nella sua attività mentale. Era come, vedendolo, aver abitato il sogno da sveglio, nella sua propria sostanza. Lo avevo in qualche modo come potuto toccare… Fu un risveglio che mi lasciò sorpreso e stupefatto, incredulo. La zanzara colse al volo questo movimento di rallentamento delle facoltà psichiche e si salvò scomparendo nel buio della stanza. La ringraziai dell’insegnamento che mi aveva permesso di apprendere, una lezione tutta nuova e inaspettata. Due passi nel mondo onirico.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
La sostanza dei sogni.
"Basta un trifoglio e un'ape a fare un prato. E sogno. Il sogno solo può bastare se sono scarse le api." (E. Dickinson)
31/10/2020: Anno 2020 - Numero 16  File Pdf
Pubblicato il 31/10/2020
La memoria.
La memoria.
Care amiche e cari amici, ieri sono andato dal parrucchiere e mi ha tagliato i capelli facendomi un bel taglio. Sono rimasti a terra. Poi l’uomo ha spazzato il pavimento e li ha messi in un contenitore. Non erano più me, ma io avevo la sensazione precisa di non essermi perso, ero ancora io. Sarebbe così se perdessi qualche altra parte del mio corpo, non organi vitali, ma qualche parte di cui, anche se con sacrificio e una grande rinuncia, potrei fare a meno. La mia identità rimarrebbe e con lei il sentire di esistere, quasi inalterato anche se con la coscienza della mancanza della parte e con le conseguenze che questo comporterebbe nell’espletamento della vita quotidiana, penso ad esempio alla perdita di un arto o di un organo. Porterei con me un concetto di menomazione. Quindi la mia identità non potrà mai perdersi finché sono vivo… No, c’è un aspetto dell’esistere che determina questo smarrimento, come un senso di nulla in cui si cade e dove si è invasi dalla sensazione di non essere più, e questa parte di noi è la memoria. Credo che qui risieda un aspetto imprescindibile della coscienza di essere e di esistere; nella memoria di cosa siamo e cosa siamo stati risiede la nostra identità personale. E’ lo stesso concetto in qualche modo anche per quella sociale e antropologica, un popolo che non ha memoria di sé, non ha coscienza di popolo, ed è solo un insieme di persone, disconnesse, atomizzate; la storia è la sua identità. Da questo punto di vista la malattia dell’Alzheimer è secondo me più di una patologia, non colpisce una parte ma tutto l’essere vivente che si frantuma e sfuma come un affresco corroso dall’umidità la quale dissolve il dipinto nelle forme, prospettive e colori. La nebbia avvolge tutto, i contorni si perdono e la mente ritorna quella di un infante che guarda un mondo che non conosce, abitato da persone ignote, un mondo senza spessore, senza relazioni, anche senza dolori, certo, ma anche senza gioie e affetti, un mondo sterilizzato, sconosciuto ed enigmatico, povero e disabitato dove niente ha un perché ma tutto ha l’apparenza dello sconosciuto e del misterioso, senza contenuto. Spesso la paura prende il sopravvento perché la persona si rende conto che non esiste più pienamente, che la vita si dissolve e non può far niente, è totalmente impotente. Lo stupore della meraviglia del vecchio che vede con lo sguardo del neonato, senza un suo bagaglio e un discernimento, senza ricordi, senza. La perdita di questa identità fa perdere i confini all’ego la cui goccia ritorna in un immenso indistinto oceano che comprende tutto e che non identifica più la parte perché la parte non esiste più. Un ritornare ad un’origine archetipica, arcaica, dove la nave della vita affonda nell’abisso e in superfice rimangono solo rottami che galleggiano senza identità, senza connessione. In questa nuova realtà che il vivente sperimenta rimane ancora il senso dell’esistere, ha ancora coscienza di essere, e per questo prova sbigottimento, ma senza quella rete che lo connette è un palloncino che vola nel cielo, alla mano che lo teneva è scivolato il filo ed è volato via, spinto da una forza che non controlla, nel blu. La meditazione è presenza globale, attiva e consapevole, una centratura e un esserci con il cuore, mente ed emozione. L’identità legata all’essere globale, con difetti e parti più luminose, completo anche delle sue incompletezze. Ringrazio con umiltà e gratitudine per tutto ciò che la meditazione mi permette di percepire della mia natura di essere vivente. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

ieri sono andato dal parrucchiere e mi ha tagliato i capelli facendomi un bel taglio. Sono rimasti a terra. Poi l’uomo ha spazzato il pavimento e li ha messi in un contenitore. Non erano più me, ma io avevo la sensazione precisa di non essermi perso, ero ancora io. Sarebbe così se perdessi qualche altra parte del mio corpo, non organi vitali, ma qualche parte di cui, anche se con sacrificio e una grande rinuncia, potrei fare a meno. La mia identità rimarrebbe e con lei il sentire di esistere, quasi inalterato anche se con la coscienza della mancanza della parte e con le conseguenze che questo comporterebbe nell’espletamento della vita quotidiana, penso ad esempio alla perdita di un arto o di un organo. Porterei con me un concetto di menomazione.

Quindi la mia identità non potrà mai perdersi finché sono vivo… No, c’è un aspetto dell’esistere che determina questo smarrimento, come un senso di nulla in cui si cade e dove si è invasi dalla sensazione di non essere più, e questa parte di noi è la memoria. Credo che qui risieda un aspetto imprescindibile della coscienza di essere e di esistere; nella memoria di cosa siamo e cosa siamo stati risiede la nostra identità personale. E’ lo stesso concetto in qualche modo anche per quella sociale e antropologica, un popolo che non ha memoria di sé, non ha coscienza di popolo, ed è solo un insieme di persone, disconnesse, atomizzate; la storia è la sua identità.

Da questo punto di vista la malattia dell’Alzheimer è secondo me più di una patologia, non colpisce una parte ma tutto l’essere vivente che si frantuma e sfuma come un affresco corroso dall’umidità la quale dissolve il dipinto nelle forme, prospettive e colori. La nebbia avvolge tutto, i contorni si perdono e la mente ritorna quella di un infante che guarda un mondo che non conosce, abitato da persone ignote, un mondo senza spessore, senza relazioni, anche senza dolori, certo, ma anche senza gioie e affetti, un mondo sterilizzato, sconosciuto ed enigmatico, povero e disabitato dove niente ha un perché ma tutto ha l’apparenza dello sconosciuto e del misterioso, senza contenuto. Spesso la paura prende il sopravvento perché la persona si rende conto che non esiste più pienamente, che la vita si dissolve e non può far niente, è totalmente impotente. Lo stupore della meraviglia del vecchio che vede con lo sguardo del neonato, senza un suo bagaglio e un discernimento, senza ricordi, senza. La perdita di questa identità fa perdere i confini all’ego la cui goccia ritorna in un immenso indistinto oceano che comprende tutto e che non identifica più la parte perché la parte non esiste più. Un ritornare ad un’origine archetipica, arcaica, dove la nave della vita affonda nell’abisso e in superfice rimangono solo rottami che galleggiano senza identità, senza connessione. In questa nuova realtà che il vivente sperimenta rimane ancora il senso dell’esistere, ha ancora coscienza di essere, e per questo prova sbigottimento, ma senza quella rete che lo connette è un palloncino che vola nel cielo, alla mano che lo teneva è scivolato il filo ed è volato via, spinto da una forza che non controlla, nel blu.

La meditazione è presenza globale, attiva e consapevole, una centratura e un esserci con il cuore, mente ed emozione. L’identità legata all’essere globale, con difetti e parti più luminose, completo anche delle sue incompletezze. Ringrazio con umiltà e gratitudine per tutto ciò che la meditazione mi permette di percepire della mia natura di essere vivente.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
La memoria.
"Ognuno di noi è una goccia d'acqua. Quest'acqua a un certo momento o evapora nel nulla o cade nel mare... Quando noi moriamo cosa capita alla mia goccia d'acqua? Dipende da chi sono io: la goccia d'acqua o l'acqua della goccia? Se sono la goccia d'acqua, la goccia d'acqua sparisce, muore; se durante la mia vita ho superato il mio individualismo, il mio egoismo e mi sono scoperto acqua e non soltanto goccia, non mi capita niente, anzi divento più acqua, non muoio... È la tensione superficiale che fa la goccia, è la nostra sostanza che fa l'acqua. Abbiamo tutti la possibilità di scoprirci acqua." (Raimond Panikkar)
17/10/2020: Anno 2020 - Numero 15  File Pdf
Pubblicato il 16/10/2020
Bert Hellinger.
Bert Hellinger.
Care amiche e cari amici, Bert Hellinger, l’ideatore delle Costellazioni familiari, ha lasciato il corpo all’età di 94 anni. Un giorno Hellinger ha detto: "La vita ti disillude perché tu smetta di vivere di illusioni e veda la realtà. La vita ti distrugge tutto ciò che è superfluo, fino a che rimanga solo ciò che è importante. La vita non ti lascia in pace affinché tu smetta di combatterla e accetti ciò che è. La vita ti toglie ciò che hai, fino a che non smetti di lamentarti e inizia a ringraziare. La vita ti manda persone conflittuali affinché tu guarisca e smetta di proiettare fuori ciò che hai dentro. La vita lascia che tu cada una e un'altra volta fino a che ti decidi ad imparare la lezione. La vita ti porta fuori strada e ti presenta incroci fino a che non smetti di voler controllare e fluisci come un fiume. La vita ti pone nemici sul cammino fino a che non smetti di “reagire”. La vita ti spaventa tutte le volte necessarie a perdere la paura e riacquistare la fede. La vita ti toglie il vero amore, non te lo concede né te lo permette, fino a che non smetti di volerlo comprare con fronzoli. La vita ti allontana dalle persone che ami fino a che non comprendi che non siamo questo corpo ma l'anima che lo contiene. La vita ride di te molte volte, fino a che non smetti di prenderti tanto sul serio e impari a ridere di te stesso. La vita ti frantuma in tanti pezzi quanti sono necessari affinché da lì penetri la luce. La vita ti ripete lo stesso messaggio con schiaffi e urla finché non ascolti. La vita ti invia fulmini e tempeste affinché tu possa svegliarti. La vita ti umilia e sconfigge fino a che non decidi di far morire il tuo Ego. La vita ti nega i beni e la grandezza fino a che smetti di voler beni e grandezza e inizi a servire. La vita ti taglia le ali e ti pota le radici, fino a che non avrai più bisogno né di ali né di radici, ma solo di sparire nella forma e volare dall'essere che sei. La vita ti nega i miracoli fino a che non comprendi che tutto è un miracolo. La vita ti accorcia il tempo affinché tu impari a vivere. La vita ti ridicolizza fino a diventare nulla, fino a diventare nessuno, così diventi tutto. La vita non ti da ciò che vuoi, ma ciò di cui hai bisogno per evolvere. La vita ti fa male, ti ferisce, ti tormenta, fino a quando non lasci andare i tuoi capricci e godi del respirare. La vita ti nasconde tesori fino a che non inizi il tuo viaggio e non esci a cercarli. La vita ti nega Dio, fino a che non lo vedi in tutti e in tutto. La vita ti chiede, ti toglie, ti taglia, ti spezza, ti delude, ti rompe... fino a che in te rimanga solo amore". Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

Bert Hellinger, l’ideatore delle Costellazioni familiari, ha lasciato il corpo all’età di 94 anni.

Un giorno Hellinger ha detto:

"La vita ti disillude perché tu smetta di vivere di illusioni e veda la realtà. La vita ti distrugge tutto ciò che è superfluo, fino a che rimanga solo ciò che è importante. La vita non ti lascia in pace affinché tu smetta di combatterla e accetti ciò che è. La vita ti toglie ciò che hai, fino a che non smetti di lamentarti e inizia a ringraziare. La vita ti manda persone conflittuali affinché tu guarisca e smetta di proiettare fuori ciò che hai dentro. La vita lascia che tu cada una e un'altra volta fino a che ti decidi ad imparare la lezione. La vita ti porta fuori strada e ti presenta incroci fino a che non smetti di voler controllare e fluisci come un fiume. La vita ti pone nemici sul cammino fino a che non smetti di “reagire”. La vita ti spaventa tutte le volte necessarie a perdere la paura e riacquistare la fede. La vita ti toglie il vero amore, non te lo concede né te lo permette, fino a che non smetti di volerlo comprare con fronzoli. La vita ti allontana dalle persone che ami fino a che non comprendi che non siamo questo corpo ma l'anima che lo contiene. La vita ride di te molte volte, fino a che non smetti di prenderti tanto sul serio e impari a ridere di te stesso. La vita ti frantuma in tanti pezzi quanti sono necessari affinché da lì penetri la luce. La vita ti ripete lo stesso messaggio con schiaffi e urla finché non ascolti. La vita ti invia fulmini e tempeste affinché tu possa svegliarti. La vita ti umilia e sconfigge fino a che non decidi di far morire il tuo Ego. La vita ti nega i beni e la grandezza fino a che smetti di voler beni e grandezza e inizi a servire. La vita ti taglia le ali e ti pota le radici, fino a che non avrai più bisogno né di ali né di radici, ma solo di sparire nella forma e volare dall'essere che sei. La vita ti nega i miracoli fino a che non comprendi che tutto è un miracolo. La vita ti accorcia il tempo affinché tu impari a vivere. La vita ti ridicolizza fino a diventare nulla, fino a diventare nessuno, così diventi tutto. La vita non ti da ciò che vuoi, ma ciò di cui hai bisogno per evolvere. La vita ti fa male, ti ferisce, ti tormenta, fino a quando non lasci andare i tuoi capricci e godi del respirare. La vita ti nasconde tesori fino a che non inizi il tuo viaggio e non esci a cercarli. La vita ti nega Dio, fino a che non lo vedi in tutti e in tutto. La vita ti chiede, ti toglie, ti taglia, ti spezza, ti delude, ti rompe... fino a che in te rimanga solo amore".

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Bert Hellinger.
"Il viaggio è un ponte verso noi stessi." (Sheikh Muhiyuddīn Ibn al ‘Arabi (1165 – 1240))
03/10/2020: Anno 2020 - Numero 14  File Pdf
Pubblicato il 04/10/2020
Albero rupestre.
Albero rupestre.
Care amiche e cari amici, un caro amico camminando in un bosco ha fatto questa foto ad un albero e me l’ha inviata per condividere lo stupore che ha avuto vedendo una pianta nata praticamente sulla nuda roccia. Certo il seme avrà trovato un minimo di nutrimento in fondo alla fenditura, ma la crescita della pianta è stato un cammino tutto suo. Un confrontarsi giorno per giorno con difficoltà crescenti, costrizioni potenti, impedimenti e limitazioni. Una esperienza di vita vissuta contro, al limite della sopravvivenza, costretta ad essere ospitata tra la roccia nuda come elemento inabitabile, come elemento contrario e ostile alle esigenze di vita e accettandolo come l’unica possibilità concessagli per la vita. Questo capita spesso anche agli umani, certo in modalità differenti a ciascuno di noi. E’ la vita. Ma devo essere sincero io non riesco ad essere albero, posso combattere piccole battaglie ma non riesco ad avere il silenzio e la costanza del lavoro nella accettazione incondizionata di tutto quello che mi può accadere nelle difficoltà. La mia coscienza e la mia superbia si ribellano, non fanno silenzio, strepitano, la mia supponenza e presunzione pretendono stati di vita migliori anche se non sono disponibili, mi sento sfortunato, cado sullo scalino sdrucciolevole del “questo non me lo merito” e precipito nel non amore per la vita, nella pretesa e nella separatività pensando di avere supposti meriti non meglio identificati. Non riesco a essere albero. Il mio ego ribelle e insofferente alle difficoltà me lo impedisce, sgomita e si arrabbia, urla in modo sconnesso. Come se questo poi aiutasse…! Come se potesse cambiare qualcosa. E invece l’albero lavora in silenzio e progetta momento per momento il suo essere vivo, si rafforza per essere pronto in momenti di difficoltà dove gli elementi naturali possono mettere a repentaglio la vita. Certo. Non basta nascere e crescere, una volta per tutte, la vita si conquista tante volte, la vita si difende tutta la vita con cura perseverante. Il progetto di vivere deve prevedere al suo interno difficoltà e pericoli gravi da superare, deve essere solido, resiliente, centrato e perspicace, deve essere equilibrato, deve avere la disperazione della sopravvivenza ad ogni costo, il tutto in un quadro soave dove l’albero è un essere calmo e aperto al sole e alla pioggia, alla brezza e al fortunale, alla neve gelida e al caldo opprimente, agli smottamenti del terreno, alle insidie degli animali. E tutto questo senza potersi difendere aggredendo. L’albero non fa mai guerra ad altri. Vivere è una conquista che si impara, vivi si diventa, non ci si nasce soltanto. Quante cose mi insegna un albero, silenzioso maestro tra le rocce, come vorrei sapere meditare come lui. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

un caro amico camminando in un bosco ha fatto questa foto ad un albero e me l’ha inviata per condividere lo stupore che ha avuto vedendo una pianta nata praticamente sulla nuda roccia. Certo il seme avrà trovato un minimo di nutrimento in fondo alla fenditura, ma la crescita della pianta è stato un cammino tutto suo. Un confrontarsi giorno per giorno con difficoltà crescenti, costrizioni potenti, impedimenti e limitazioni. Una esperienza di vita vissuta contro, al limite della sopravvivenza, costretta ad essere ospitata tra la roccia nuda come elemento inabitabile, come elemento contrario e ostile alle esigenze di vita e accettandolo come l’unica possibilità concessagli per la vita. Questo capita spesso anche agli umani, certo in modalità differenti a ciascuno di noi. E’ la vita. Ma devo essere sincero io non riesco ad essere albero, posso combattere piccole battaglie ma non riesco ad avere il silenzio e la costanza del lavoro nella accettazione incondizionata di tutto quello che mi può accadere nelle difficoltà. La mia coscienza e la mia superbia si ribellano, non fanno silenzio, strepitano, la mia supponenza e presunzione pretendono stati di vita migliori anche se non sono disponibili, mi sento sfortunato, cado sullo scalino sdrucciolevole del “questo non me lo merito” e precipito nel non amore per la vita, nella pretesa e nella separatività pensando di avere supposti meriti non meglio identificati. Non riesco a essere albero. Il mio ego ribelle e insofferente alle difficoltà me lo impedisce, sgomita e si arrabbia, urla in modo sconnesso. Come se questo poi aiutasse…! Come se potesse cambiare qualcosa. E invece l’albero lavora in silenzio e progetta momento per momento il suo essere vivo, si rafforza per essere pronto in momenti di difficoltà dove gli elementi naturali possono mettere a repentaglio la vita. Certo. Non basta nascere e crescere, una volta per tutte, la vita si conquista tante volte, la vita si difende tutta la vita con cura perseverante. Il progetto di vivere deve prevedere al suo interno difficoltà e pericoli gravi da superare, deve essere solido, resiliente, centrato e perspicace, deve essere equilibrato, deve avere la disperazione della sopravvivenza ad ogni costo, il tutto in un quadro soave dove l’albero è un essere calmo e aperto al sole e alla pioggia, alla brezza e al fortunale, alla neve gelida e al caldo opprimente, agli smottamenti del terreno, alle insidie degli animali. E tutto questo senza potersi difendere aggredendo. L’albero non fa mai guerra ad altri. Vivere è una conquista che si impara, vivi si diventa, non ci si nasce soltanto. Quante cose mi insegna un albero, silenzioso maestro tra le rocce, come vorrei sapere meditare come lui.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Albero rupestre.
"Non conosco spettacolo più bello dell'uomo onesto che lotta contro le avversità." (Seneca)
19/09/2020: Anno 2020 - Numero 13  File Pdf
Pubblicato il 18/09/2020
Tutankhamon.
Tutankhamon.
Care amiche e cari amici, in estate è stata ospitata a Firenze una mostra sul Faraone Tutankhamon dove era riportata la storia della scoperta e del contesto storico anche se non erano presenti originali ma solo riproduzioni dei reperti. L’Egitto mi ha da sempre affascinato e questo personaggio è famoso soprattutto per il fatto che la sua tomba, fatto molto raro, è stata trovata quasi intatta, piena di tesori e oggetti di ogni tipo, ma la sua è anche una storia triste che mi ha fatto riflettere sulla condizione umana e il destino che accompagna ciascuno. Già la sua nascita è stata molto particolare, fu figlio di Akhenaton, il Faraone eretico e di una sua sorella (evento all’epoca non raro nel palazzo reale, spesso dovuto a motivi di discendenza). Questa consanguineità fu causa di una conseguenza irreversibile nel suo fisico. Infatti il re bambino non potette essere certo guerriero, anche se è raffigurato spesso su carri da guerra che stermina eserciti nemici, in quanto non poteva combattere essendo deforme nel piede destro, il quale non gli consentiva non solo la corsa, ma nemmeno la deambulazione senza ausilio di un bastone, ne sono stati trovati centinaia nella tomba. Un bimbo che non ha mai quindi potuto correre, e questa fu la prima limitazione alla sua vita. Aveva inoltre un padre, diciamo, un po’ ingombrante che aveva cambiato di colpo la religione dell’Egitto facendola diventare la prima religione monoteistica della storia, quando impose Aton come l’unico dio. E il piccolo Faraone Tutankhamon ancora adolescente si trovò ad affrontare qualcosa forse più grade di lui nella richiesta di ubbidienza alla potente casta sacerdotale che voleva restaurare per motivi di potere la precedente religione politeista. Acconsentì alla restaurazione religiosa con un editto riportato in vari bassorilievi e il precedente dio Amon ritornò ad essere adorato nei templi. Mi chiedevo come questo ragazzo abbia vissuto questo atto così importante e distruttivo verso i voleri paterni, forse lacerato dalla sottomissione al volere della casta sacerdotale, e al rispetto, all’epoca totale, verso la figura del padre di cui era successore, quali conflitti interiori si dibattevano nel suo animo. Al giorno d’oggi la psicanalisi avrebbe qualcosa da dire… Anche la sua sposa aveva un problema. Era una sua sorellastra, si chiamava Ankhesenamoned ed era figlia del suo stesso padre Akhenaton e della bellissima e potente Nefertiti. Questa consanguineità, ancora una volta, fu la causa dei due precoci aborti che la coppia di sovrani subì. I due feti furono trovati nella tomba del Faraone che quindi non potette avere la gioia di un figlio vivo, infatti morì senza eredi. Per la sua deformità al piede (ma aveva anche altre malattie) ancora ventenne cadde malamente, sembra, ma esistono anche altre versioni, e si fratturò il femore e questo con le complicazioni che seguirono lo portò ad una morte dolorosa, prematura e inaspettata. Ultimo elemento eccentrico è che nella mummia non è presente il cuore, organo indispensabile per la vita ultraterrena. Una vita particolare, triste per me che osservo, vissuta da sovrano assoluto nella magnificenza e sfarzo del regno più potente del mondo a quel tempo, ma che gli riservò non poche pene e dolori. Chissà se gli umani sono in qualche modo prigionieri di una “buca di potenziale” che è poi il loro destino, karma o costrizione umana ed esi-stenziale da cui non possono fuggire, ma che anzi forse è proprio utile per la presa di coscienza e consapevolezza. La pienezza della felicità è uno stato dell’essere che può rimane assolutamente irraggiungibile al campo vibrazionale della persona. La forza di volontà, se pur influente, ha grandi limitazioni e non è certo in grado di cambiare ciò che è scritto che sia. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

in estate è stata ospitata a Firenze una mostra sul Faraone Tutankhamon dove era riportata la storia della scoperta e del contesto storico anche se non erano presenti originali ma solo riproduzioni dei reperti. L’Egitto mi ha da sempre affascinato e questo personaggio è famoso soprattutto per il fatto che la sua tomba, fatto molto raro, è stata trovata quasi intatta, piena di tesori e oggetti di ogni tipo, ma la sua è anche una storia triste che mi ha fatto riflettere sulla condizione umana e il destino che accompagna ciascuno.

Già la sua nascita è stata molto particolare, fu figlio di Akhenaton, il Faraone eretico e di una sua sorella (evento all’epoca non raro nel palazzo reale, spesso dovuto a motivi di discendenza). Questa consanguineità fu causa di una conseguenza irreversibile nel suo fisico. Infatti il re bambino non potette essere certo guerriero, anche se è raffigurato spesso su carri da guerra che stermina eserciti nemici, in quanto non poteva combattere essendo deforme nel piede destro, il quale non gli consentiva non solo la corsa, ma nemmeno la deambulazione senza ausilio di un bastone, ne sono stati trovati centinaia nella tomba. Un bimbo che non ha mai quindi potuto correre, e questa fu la prima limitazione alla sua vita.

Aveva inoltre un padre, diciamo, un po’ ingombrante che aveva cambiato di colpo la religione dell’Egitto facendola diventare la prima religione monoteistica della storia, quando impose Aton come l’unico dio. E il piccolo Faraone Tutankhamon ancora adolescente si trovò ad affrontare qualcosa forse più grade di lui nella richiesta di ubbidienza alla potente casta sacerdotale che voleva restaurare per motivi di potere la precedente religione politeista. Acconsentì alla restaurazione religiosa con un editto riportato in vari bassorilievi e il precedente dio Amon ritornò ad essere adorato nei templi. Mi chiedevo come questo ragazzo abbia vissuto questo atto così importante e distruttivo verso i voleri paterni, forse lacerato dalla sottomissione al volere della casta sacerdotale, e al rispetto, all’epoca totale, verso la figura del padre di cui era successore, quali conflitti interiori si dibattevano nel suo animo. Al giorno d’oggi la psicanalisi avrebbe qualcosa da dire…

Anche la sua sposa aveva un problema. Era una sua sorellastra, si chiamava Ankhesenamoned ed era figlia del suo stesso padre Akhenaton e della bellissima e potente Nefertiti. Questa consanguineità, ancora una volta, fu la causa dei due precoci aborti che la coppia di sovrani subì. I due feti furono trovati nella tomba del Faraone che quindi non potette avere la gioia di un figlio vivo, infatti morì senza eredi. Per la sua deformità al piede (ma aveva anche altre malattie) ancora ventenne cadde malamente, sembra, ma esistono anche altre versioni, e si fratturò il femore e questo con le complicazioni che seguirono lo portò ad una morte dolorosa, prematura e inaspettata. Ultimo elemento eccentrico è che nella mummia non è presente il cuore, organo indispensabile per la vita ultraterrena.

Una vita particolare, triste per me che osservo, vissuta da sovrano assoluto nella magnificenza e sfarzo del regno più potente del mondo a quel tempo, ma che gli riservò non poche pene e dolori. Chissà se gli umani sono in qualche modo prigionieri di una “buca di potenziale” che è poi il loro destino, karma o costrizione umana ed esi-stenziale da cui non possono fuggire, ma che anzi forse è proprio utile per la presa di coscienza e consapevolezza. La pienezza della felicità è uno stato dell’essere che può rimane assolutamente irraggiungibile al campo vibrazionale della persona. La forza di volontà, se pur influente, ha grandi limitazioni e non è certo in grado di cambiare ciò che è scritto che sia.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Tutankhamon.
"Godi del nulla che hai, del poco che basta, giorno dopo giorno." (Luigi Verdi Romena)
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Versione: 1.5
Rilasciata il: 06/02/2014
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