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Radio Voce della Speranza

Lo Zefiro

Notiziario Interreligioso
Redazione: Marco Lazzeri
Telefono: 335.6415395
Pagina:
11/05/2019: Anno 2019 - Numero 09  File Pdf
Pubblicato il 14/05/2019
Convegno interreligioso del 2015.
Convegno interreligioso del 2015.
Care amiche e cari amici, vi ricordate l’esperienza che facemmo nel 2015 (ce ne furono anche di simili nel 2014 e nel 2016) con il Convegno interreligioso che organizzammo a Villa Vrindavana? Una esperienza davvero bella con un tema a dir poco emozionante e appassionante. Adesso alcune persone chiedevano a Parhabakti, il direttore del Centro Vrindavana, se potevamo rinnovare la proposta anche per questo anno. Si prospetta quindi un bell’esercizio che possiamo fare tutti insieme. Non è una cosa che posso fare da solo, questo è palese credo, e non avrebbe nemmeno senso in quanto non sono un organizzatore di eventi e non ho ruolo né mandato ad alcunché, ma soprattutto perché il senso vero risiede nel fare insieme un percorso fattivo di progettualità e di creatività. Occorrerebbe quindi l’impegno da parte di tanti se non di tutti noi lettori dello Zefiro di portare un contributo di idee e anche di aiuto concreto per ricercare un tema interessante e pregnante di significato e un aiuto per l’organizzazione, e la realizzazione delle locandine, la grafica del volantino e l’elaborazione della scaletta degli interventi, nell’allestimento della sala e tutto ciò che serve per un buon lavoro di accoglienza verso tanti ospiti che possano intervenire. Le altre volte partecipammo in molti a riunioni preliminari che ricordo vivaci e creative, momenti quanto mai significativi e costruttivi della Comunità che si rafforzava nei suoi intenti in rapporti fraterni più stretti e vissuti. Poi nel tempo qualcosa si allentò e non riuscimmo più a procedere negli anni successivi con il medesimo impegno e unione. Adesso è passato del tempo ma in qualche modo le nostre meditazioni proseguono, anche se con numeri piccoli ma sono sempre momenti belli e significativi come molti sottolineano agli incontri e questo notiziario fa il suo passaparola tra quanti desiderano dialogare ed essere presenti. Chissà se riusciremo a ravvivare il nostro spirito di fraternità per una nuova avventura comune? Un progetto simile non è una cosa piccola ma nemmeno impossibile e potrebbe portare momenti di dialogo, di condivisione e di creatività vicendevole per arrivare insieme ad un evento con un comune traguardo di offerta alle persone interessate e di esperienza vissuta per tutti noi. Chi si sente interessato a partecipare mi faccia sapere per mail rispondendo a questo indirizzo e poi sarà mia cura mettere in contatto chi si offre, certo dovremmo essere almeno una quindicina di persone se non addirittura tradizioni spirituali, ma non voglio mettere il carro davanti a buoi e vediamo cosa succede. Non vuole essere un test per vedere il grado di vitalità della Comunità né per dare giudizi di merito. Facciamo serenamente quanto ci sentiamo in base alla disponibilità e alla voglia di fare insieme una esperienza concreta e poi vediamo cosa esce fuori. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

vi ricordate l’esperienza che facemmo nel 2015 (ce ne furono anche di simili nel 2014 e nel 2016) con il Convegno interreligioso che organizzammo a Villa Vrindavana? Una esperienza davvero bella con un tema a dir poco emozionante e appassionante. Adesso alcune persone chiedevano a Parhabakti, il direttore del Centro Vrindavana, se potevamo rinnovare la proposta anche per questo anno.

Si prospetta quindi un bell’esercizio che possiamo fare tutti insieme. Non è una cosa che posso fare da solo, questo è palese credo, e non avrebbe nemmeno senso in quanto non sono un organizzatore di eventi e non ho ruolo né mandato ad alcunché, ma soprattutto perché il senso vero risiede nel fare insieme un percorso fattivo di progettualità e di creatività. Occorrerebbe quindi l’impegno da parte di tanti se non di tutti noi lettori dello Zefiro di portare un contributo di idee e anche di aiuto concreto per ricercare un tema interessante e pregnante di significato e un aiuto per l’organizzazione, e la realizzazione delle locandine, la grafica del volantino e l’elaborazione della scaletta degli interventi, nell’allestimento della sala e tutto ciò che serve per un buon lavoro di accoglienza verso tanti ospiti che possano intervenire.

Le altre volte partecipammo in molti a riunioni preliminari che ricordo vivaci e creative, momenti quanto mai significativi e costruttivi della Comunità che si rafforzava nei suoi intenti in rapporti fraterni più stretti e vissuti. Poi nel tempo qualcosa si allentò e non riuscimmo più a procedere negli anni successivi con il medesimo impegno e unione. Adesso è passato del tempo ma in qualche modo le nostre meditazioni proseguono, anche se con numeri piccoli ma sono sempre momenti belli e significativi come molti sottolineano agli incontri e questo notiziario fa il suo passaparola tra quanti desiderano dialogare ed essere presenti. Chissà se riusciremo a ravvivare il nostro spirito di fraternità per una nuova avventura comune?

Un progetto simile non è una cosa piccola ma nemmeno impossibile e potrebbe portare momenti di dialogo, di condivisione e di creatività vicendevole per arrivare insieme ad un evento con un comune traguardo di offerta alle persone interessate e di esperienza vissuta per tutti noi.

Chi si sente interessato a partecipare mi faccia sapere per mail rispondendo a questo indirizzo e poi sarà mia cura mettere in contatto chi si offre, certo dovremmo essere almeno una quindicina di persone se non addirittura tradizioni spirituali, ma non voglio mettere il carro davanti a buoi e vediamo cosa succede. Non vuole essere un test per vedere il grado di vitalità della Comunità né per dare giudizi di merito. Facciamo serenamente quanto ci sentiamo in base alla disponibilità e alla voglia di fare insieme una esperienza concreta e poi vediamo cosa esce fuori.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Convegno interreligioso del 2015.
"Quello che conservi per te l'hai già perduto. Quello che doni sarà tuo per sempre." 
27/04/2019: Anno 2019 - Numero 08  File Pdf
Pubblicato il 27/04/2019
Lorenzo Orsetti detto “Orso”.
Lorenzo Orsetti detto “Orso”.
Care amiche e cari amici, come molti sapranno Lorenzo è morto combattendo in Rojava. Aveva scelto questa strada e come diceva in una lettera postuma «Non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà. Ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia». Sono sue parole, rese pubbliche dalle unità di difesa curde Ypg dopo la conferma dell’uccisione, per mano dell’Isis, del giovane italiano. Trentatré anni, fiorentino, Lorenzo – nome di battaglia Tekoser, lottatore – è stato ucciso a Baghouz, ultima enclave territoriale dell’Isis in Siria. Lorenzo sarebbe morto in un’imboscata. Con lui, sarebbe stata uccisa tutta la sua unità. Una scelta lucida e drammatica, di frontiera dove si paga di persona e si paga caro. Ci sono delle realtà sociali particolari in questo momento come in Rojava in Siria e in Chapas in America Latina, dove l’esperienza sociale per la costruzione di un nuovo modo di coesistenza se pur in mezzo ad una guerra devastante è avanzata e innovativa. Sono zone di scontri e di guerra, di resistenza e di solidarietà, di progettualità sociale per una società più giusta, dove anche le donne hanno un ruolo fondamentale e portante nella parità di genere. Dopo la sua morte qui da noi i due fronti, di sinistra e conservatore, si sono espressi in modi ovviamente diversi, di grande solidarietà e di diniego dall’altra parte. Lo sappiamo, lo so, il mondo va così. Ho sentito persone che parlavano di lui e che lo conoscevano bene qui a Firenze; dicono che qui a casa non rideva quasi mai e che era chiuso mentre là in Rojava era cambiato tanto, rideva spesso era comunicativo, determinato e socievole, diverso insomma. Perché? Cosa aveva trovato per essere così contento di una scelta così pericolosa ed estrema? Diceva che là aveva trovato una vita degna di essere vissuta, dove si poteva esistere in un ambiente sociale fatto di rapporti veri, dove si aveva la sensazione reale di poter cambiare qualcosa del mondo, dove essere giovane era un valore vivo, e che valeva la pena difendere questa realtà, questa gente e il loro sogno. Qui da noi aveva la sensazione di un vuoto pneumatico, di essere come sprofondato nelle sabbie mobili, dove ogni cambiamento costa una fatica enorme e alla fine niente cambia, tutto continua in un agio e in un benessere esterno dove in realtà siamo agiti da altri, manipolati, dove non esiste un sogno di cambiamento vero, raggiunto. Troppo comodo alla fine per non continuare così. E anche io spesso mi sento agito da un ambiente che mi condiziona e non vedo chi muove i fili. Lo so la politica è scivolosa e oggettivamente conflittuale e si finisce presto con il litigio o lo scontro, ma non parlo di politica, che pure vivo, parlo della condizione esistenziale dove il senso della vita è la posta in gioco. La motivazione che ci spinge a vivere non è poca cosa da trovare e c’è chi la cerca e chi invece non si pone la questione. Trovarla è forse una presunzione fatta da vivi; la si trova meglio alla fine quando non c’è più tempo e la vita svanisce inesorabile e posso fare un esame di come ho speso quella che sembra l’unica possibilità di esistere, di come ho fatto fruttare i talenti affidatimi. In questa foto mi sembra che Lorenzo quasi si arrenda alla morte dopo la lotta, le mani in alto e un sorriso trasparente sul volto, di chi varca la soglia con serenità. Doveva andare a morire da partigiano di una popolazione in pericolo per trovare sollievo ad una vita che qui gli sembrava senza senso?... E io dove sono? Dentro di me cosa accade? Quale è la mia scelta e dove sono i miei talenti? Come sto intraprendendo la battaglia per un senso che valga la pena di vivere e per cui morire? Perché anche io un giorno, morirò: saprò dare una risposta a questa domanda? Se sì, il dolore di lasciare la terra e i miei amati avrà trovato la sua redenzione, altrimenti la morte avrà l’incedere funesto verso il nulla, con i talenti nascosti sotto terra, per paura. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

come molti sapranno Lorenzo è morto combattendo in Rojava. Aveva scelto questa strada e come diceva in una lettera postuma «Non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà. Ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia».

Sono sue parole, rese pubbliche dalle unità di difesa curde Ypg dopo la conferma dell’uccisione, per mano dell’Isis, del giovane italiano.

Trentatré anni, fiorentino, Lorenzo – nome di battaglia Tekoser, lottatore – è stato ucciso a Baghouz, ultima enclave territoriale dell’Isis in Siria. Lorenzo sarebbe morto in un’imboscata. Con lui, sarebbe stata uccisa tutta la sua unità.

Una scelta lucida e drammatica, di frontiera dove si paga di persona e si paga caro. Ci sono delle realtà sociali particolari in questo momento come in Rojava in Siria e in Chapas in America Latina, dove l’esperienza sociale per la costruzione di un nuovo modo di coesistenza se pur in mezzo ad una guerra devastante è avanzata e innovativa. Sono zone di scontri e di guerra, di resistenza e di solidarietà, di progettualità sociale per una società più giusta, dove anche le donne hanno un ruolo fondamentale e portante nella parità di genere. Dopo la sua morte qui da noi i due fronti, di sinistra e conservatore, si sono espressi in modi ovviamente diversi, di grande solidarietà e di diniego dall’altra parte.

Lo sappiamo, lo so, il mondo va così. Ho sentito persone che parlavano di lui e che lo conoscevano bene qui a Firenze; dicono che qui a casa non rideva quasi mai e che era chiuso mentre là in Rojava era cambiato tanto, rideva spesso era comunicativo, determinato e socievole, diverso insomma. Perché? Cosa aveva trovato per essere così contento di una scelta così pericolosa ed estrema? Diceva che là aveva trovato una vita degna di essere vissuta, dove si poteva esistere in un ambiente sociale fatto di rapporti veri, dove si aveva la sensazione reale di poter cambiare qualcosa del mondo, dove essere giovane era un valore vivo, e che valeva la pena difendere questa realtà, questa gente e il loro sogno. Qui da noi aveva la sensazione di un vuoto pneumatico, di essere come sprofondato nelle sabbie mobili, dove ogni cambiamento costa una fatica enorme e alla fine niente cambia, tutto continua in un agio e in un benessere esterno dove in realtà siamo agiti da altri, manipolati, dove non esiste un sogno di cambiamento vero, raggiunto. Troppo comodo alla fine per non continuare così. E anche io spesso mi sento agito da un ambiente che mi condiziona e non vedo chi muove i fili. Lo so la politica è scivolosa e oggettivamente conflittuale e si finisce presto con il litigio o lo scontro, ma non parlo di politica, che pure vivo, parlo della condizione esistenziale dove il senso della vita è la posta in gioco. La motivazione che ci spinge a vivere non è poca cosa da trovare e c’è chi la cerca e chi invece non si pone la questione. Trovarla è forse una presunzione fatta da vivi; la si trova meglio alla fine quando non c’è più tempo e la vita svanisce inesorabile e posso fare un esame di come ho speso quella che sembra l’unica possibilità di esistere, di come ho fatto fruttare i talenti affidatimi. In questa foto mi sembra che Lorenzo quasi si arrenda alla morte dopo la lotta, le mani in alto e un sorriso trasparente sul volto, di chi varca la soglia con serenità. Doveva andare a morire da partigiano di una popolazione in pericolo per trovare sollievo ad una vita che qui gli sembrava senza senso?... E io dove sono? Dentro di me cosa accade? Quale è la mia scelta e dove sono i miei talenti? Come sto intraprendendo la battaglia per un senso che valga la pena di vivere e per cui morire? Perché anche io un giorno, morirò: saprò dare una risposta a questa domanda? Se sì, il dolore di lasciare la terra e i miei amati avrà trovato la sua redenzione, altrimenti la morte avrà l’incedere funesto verso il nulla, con i talenti nascosti sotto terra, per paura.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Lorenzo Orsetti detto “Orso”.
"L’atto supremo dell’intelligenza umana è il suo arrestarsi alla soglia del mistero." (Dino Barsotti)
Allegati Allegati: Zefiro.2019.08
13/04/2019: Anno 2019 - Numero 07  File Pdf
Pubblicato il 17/04/2019
La pace.
La pace.
Care amiche e cari amici, mi è stato recentemente suggerito di trattare il tema della Pace, un tema certamente caro e prossimo alla meditazione. All’inizio mi è parso un tema noto e facile da affrontare e dove poter dare prova di conoscenza e di esperienza vissuta, in iniziative culturali, lotte, manifestazioni e assemblee. Immagini di colombe bianche e mani che si stringono. Bandiere della pace ne ho sventolate molte e messe anche fuori dalle finestre e così libri e frasi celebri di tanti Maestri dai vari angoli del mondo, che hanno indicato e insegnato il cammino e l’impegno sia nella spiritualità vissuta nel quotidiano che in una responsabilità sociale “impegnata”, come si dice. La Pace quindi la conosco. Ma la conosco davvero? La Pace. Questa è la pace? Cosa significa pace? La cito con sicurezza, ma dove è la Luna e dove il dito? Dove risiede la pace, dove la trovo? E in che modo? E’ in una manifestazione, in un alto ideale o in una bandiera, con il suo significato profondo ben inteso, non mi riferisco certo solo ad un pezzo di stoffa… Più ci pensavo e più mi sentivo incerto, disorientato, come quando perdi il filo, perdi il senso, ti disperdi mancando l’obiettivo. La pace è in quegli eventi o dovrei essere io ad essere Pace, e come? Dove abita la pace e come la posso abitare? Come posso divenire pace? Non mi sembra di trovarla alla fine nei proclami e nelle migliori intenzioni; di professare amore al prossimo e benevolenza verso il mondo. Questo è certa-mente importante ma mi sembra che non giustifichi il fatto di metabolizzarla nel mio corpo, farla diventare me. Fare pace significa forse essere in pace, in unione, in sintonia interiore. Come un animale con la sua vita da animale, come una pianta con la sua vita di pianta, felici e completi di essere quello, di fare quello per cui sono creati, nella misteriosa semplicità dell’essere. Ma mi chiedo, come diventerei se un dottore mi dicesse che ho un mese di vita o forse meno, come starei se mi accadesse di perdere il mio mondo di affetti e riferimenti, dove sarebbe allora la pace delle bandiere? Se la mia città e la mia casa fossero bombardate con ordigni altamente distruttivi in centinaia di attacchi aerei giornalieri, se fossi prigioniero e sentissi i passi che si avvicinano alla mia cella di chi per il quinto giorno consecutivo mi sottoporrà senza motivo a torture efferate; se non potessi sperare nella indulgenza di alcuno, solo e abbandonato …? Treni piombati, pulizie etniche. Sarei in pace dentro di me? Mi domando questo perché queste situazioni e molte altre forse anche più drammatiche, molte persone le hanno vissute davvero nella loro vita, a milioni e non solo i pochi che sono diventati in seguito icona di pace e ci sono anche morte, ma non tutti hanno perso il senso della pace, della compassione, della speranza, del perdono. Come si fa? Ecco sto cercando di capire dove era la pace per loro, che cosa era, come erano diventati pace. Forse la pace non è un sentimento o un proclama, ma è uno stato d’essere; o lo sono o non c’è pace. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

mi è stato recentemente suggerito di trattare il tema della Pace, un tema certamente caro e prossimo alla meditazione.

All’inizio mi è parso un tema noto e facile da affrontare e dove poter dare prova di conoscenza e di esperienza vissuta, in iniziative culturali, lotte, manifestazioni e assemblee. Immagini di colombe bianche e mani che si stringono. Bandiere della pace ne ho sventolate molte e messe anche fuori dalle finestre e così libri e frasi celebri di tanti Maestri dai vari angoli del mondo, che hanno indicato e insegnato il cammino e l’impegno sia nella spiritualità vissuta nel quotidiano che in una responsabilità sociale “impegnata”, come si dice. La Pace quindi la conosco. Ma la conosco davvero?

La Pace. Questa è la pace? Cosa significa pace? La cito con sicurezza, ma dove è la Luna e dove il dito? Dove risiede la pace, dove la trovo? E in che modo? E’ in una manifestazione, in un alto ideale o in una bandiera, con il suo significato profondo ben inteso, non mi riferisco certo solo ad un pezzo di stoffa… Più ci pensavo e più mi sentivo incerto, disorientato, come quando perdi il filo, perdi il senso, ti disperdi mancando l’obiettivo. La pace è in quegli eventi o dovrei essere io ad essere Pace, e come?

Dove abita la pace e come la posso abitare? Come posso divenire pace?

Non mi sembra di trovarla alla fine nei proclami e nelle migliori intenzioni; di professare amore al prossimo e benevolenza verso il mondo. Questo è certa-mente importante ma mi sembra che non giustifichi il fatto di metabolizzarla nel mio corpo, farla diventare me. Fare pace significa forse essere in pace, in unione, in sintonia interiore. Come un animale con la sua vita da animale, come una pianta con la sua vita di pianta, felici e completi di essere quello, di fare quello per cui sono creati, nella misteriosa semplicità dell’essere. Ma mi chiedo, come diventerei se un dottore mi dicesse che ho un mese di vita o forse meno, come starei se mi accadesse di perdere il mio mondo di affetti e riferimenti, dove sarebbe allora la pace delle bandiere? Se la mia città e la mia casa fossero bombardate con ordigni altamente distruttivi in centinaia di attacchi aerei giornalieri, se fossi prigioniero e sentissi i passi che si avvicinano alla mia cella di chi per il quinto giorno consecutivo mi sottoporrà senza motivo a torture efferate; se non potessi sperare nella indulgenza di alcuno, solo e abbandonato …? Treni piombati, pulizie etniche. Sarei in pace dentro di me? Mi domando questo perché queste situazioni e molte altre forse anche più drammatiche, molte persone le hanno vissute davvero nella loro vita, a milioni e non solo i pochi che sono diventati in seguito icona di pace e ci sono anche morte, ma non tutti hanno perso il senso della pace, della compassione, della speranza, del perdono. Come si fa? Ecco sto cercando di capire dove era la pace per loro, che cosa era, come erano diventati pace. Forse la pace non è un sentimento o un proclama, ma è uno stato d’essere; o lo sono o non c’è pace.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
La pace.
"Ci vuole tutta la vita per imparare a vivere." (Seneca)
Allegati Allegati: Zefiro.2019.07
30/03/2019: Anno 2019 - Numero 06  File Pdf
Pubblicato il 29/03/2019
Il giudizio.
Il giudizio.
Care amiche e cari amici, ricordo un vecchio aneddoto di tanto tempo fa di un prete che dicendo alle pie donne in chiesa che non dovevano giudicare gli altri e parlarne male, queste risposero “Ma allora cosa ci si viene a fare in chiesa?” ... Alle volte mi sembra che il giudizio sull’altro sia così scontato che non ci faccio nemmeno caso, ed è difficile accorgermene perché lo ritengo normale relazione. Ma cosa è il giudizio sulla persona, cosa contiene? Non è immediato vedere perché credo sia composto da molti sentimenti ed emozioni; secondo me il giudicare nasce dalla solitudine che porta alla superbia, senso di inferiorità traslato, supponenza, orgoglio, presunzione, separazione dall’altro, mancanza di compassione, e che altro ancora… Mi ergo a giudice auto referenziato, punto un riflettore di luce accusatorio che fa apparire delle parti e ne oscura altre e attivo quella mia parte che non essendo risolta deve trovare il nemico per non vedere sé stessa. Non parlo del giudizio sui conflitti nel mondo, né di politica, né di ingiustizie sociali ecc.… parlo della persona che si erge a giudice di un altro. Nel giudizio si evidenzia un’antipatia o un errore che vedo nell'altro senza rendermi conto che molto spesso mi fa da specchio di una mancanza simile e corrispondente di cui non sono cosciente, essendo catturato in una vertigine di superbia. Vedo il mondo diviso in bene e male, che presumo di conoscere e poter distinguere. L’illusione fatta persona. Perché è così difficile dire invece “non so”, “non saprei”? Ammettere la propria incompetenza al giudizio, uscire dalla gabbia del giudice, superare simpatia o antipatia per poter vedere con occhi compassionevoli, che non tagliano, che non feriscono e rinunciare ad una parte di me. Ed è proprio per questo che credo sia così difficile il non giudicare: richiede l’abbandono dell’attaccamento alla propria opinione, fare un passo indietro per lasciare che sia e che l'altro possa entrare realmente nel mio campo di percezione profonda che è quella del cuore; per non prendere parte all’assalto al campo avversario, che poi di avversario c’è forse molto poco, negando la dignità dell'altro nella sua individualità trovo solo la mia piccineria. Una cosa è essere partigiani di una lotta per un cambiamento del mondo e per la liberazione dell’umanità, altra è voler formulare giudizi arbitrari e soggettivi che alla fine non impegnano se non nel dir male, nei quali non rischio se non il dileggio, nei quali mi sento migliore della persona che giudico, perso in un cortocircuito autoreferenziale. Vorrei lasciare il giudizio per andare verso una relazione più consapevole e profonda anche con me stesso, per una comprensione più ampia; andare verso una visione che mi supera e amplia l’orizzonte, verso una visione non conflittuale e di riconoscimento di un oltre a ciò che il semplice giudizio può portare. Per comprendere infine che non ho semplicemente diritto al giudizio, che non posso averne facoltà in quanto non so nemmeno chi sono io, figuriamoci poter giudicare un altro. Il bue che dice cornuto all’asino, come recitava l’adagio… Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

ricordo un vecchio aneddoto di tanto tempo fa di un prete che dicendo alle pie donne in chiesa che non dovevano giudicare gli altri e parlarne male, queste risposero “Ma allora cosa ci si viene a fare in chiesa?” ... Alle volte mi sembra che il giudizio sull’altro sia così scontato che non ci faccio nemmeno caso, ed è difficile accorgermene perché lo ritengo normale relazione. Ma cosa è il giudizio sulla persona, cosa contiene? Non è immediato vedere perché credo sia composto da molti sentimenti ed emozioni; secondo me il giudicare nasce dalla solitudine che porta alla superbia, senso di inferiorità traslato, supponenza, orgoglio, presunzione, separazione dall’altro, mancanza di compassione, e che altro ancora… Mi ergo a giudice auto referenziato, punto un riflettore di luce accusatorio che fa apparire delle parti e ne oscura altre e attivo quella mia parte che non essendo risolta deve trovare il nemico per non vedere sé stessa. Non parlo del giudizio sui conflitti nel mondo, né di politica, né di ingiustizie sociali ecc.… parlo della persona che si erge a giudice di un altro.

Nel giudizio si evidenzia un’antipatia o un errore che vedo nell'altro senza rendermi conto che molto spesso mi fa da specchio di una mancanza simile e corrispondente di cui non sono cosciente, essendo catturato in una vertigine di superbia. Vedo il mondo diviso in bene e male, che presumo di conoscere e poter distinguere. L’illusione fatta persona.

Perché è così difficile dire invece “non so”, “non saprei”? Ammettere la propria incompetenza al giudizio, uscire dalla gabbia del giudice, superare simpatia o antipatia per poter vedere con occhi compassionevoli, che non tagliano, che non feriscono e rinunciare ad una parte di me. Ed è proprio per questo che credo sia così difficile il non giudicare: richiede l’abbandono dell’attaccamento alla propria opinione, fare un passo indietro per lasciare che sia e che l'altro possa entrare realmente nel mio campo di percezione profonda che è quella del cuore; per non prendere parte all’assalto al campo avversario, che poi di avversario c’è forse molto poco, negando la dignità dell'altro nella sua individualità trovo solo la mia piccineria. Una cosa è essere partigiani di una lotta per un cambiamento del mondo e per la liberazione dell’umanità, altra è voler formulare giudizi arbitrari e soggettivi che alla fine non impegnano se non nel dir male, nei quali non rischio se non il dileggio, nei quali mi sento migliore della persona che giudico, perso in un cortocircuito autoreferenziale.

Vorrei lasciare il giudizio per andare verso una relazione più consapevole e profonda anche con me stesso, per una comprensione più ampia; andare verso una visione che mi supera e amplia l’orizzonte, verso una visione non conflittuale e di riconoscimento di un oltre a ciò che il semplice giudizio può portare. Per comprendere infine che non ho semplicemente diritto al giudizio, che non posso averne facoltà in quanto non so nemmeno chi sono io, figuriamoci poter giudicare un altro. Il bue che dice cornuto all’asino, come recitava l’adagio…

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Il giudizio.
"La purificazione della mente è la tranquillità del cuore." (Jiddu Krishnamurti)
Allegati Allegati: Zefiro.2019.06
23/03/2019: Anno 2019 - Numero 05  File Pdf
Pubblicato il 29/03/2019
Zona di confort.
Zona di confort.
Care amiche e cari amici, parlare di zona di comfort è un argomento inusuale per molti. Il mondo, questo mondo ci spinge a desiderare il comfort, il calduccio, il morbido, il conosciuto e soprattutto il comodo. E’ comodo, desidero che tutto sia così comodo… conosciuto, consueto, padroneggiato, sperimentato e senza imprevisti, prevedibile insomma. Ecco questa è la zona di comfort. Una condizione mentale nella quale si prova un senso di familiarità, ci si sente a proprio agio e nel pieno controllo della situazione, senza sperimentare alcuna forma di stress e ansia. Nella zona di comfort si ha tutto ed è tutto ciò che si ha. Il problema è che la vita, quella vera, non è questa, ma addirittura comincia là dove finisce la zona di comfort! Non è detto che sia il deserto (anche se dicono che è molto indicato per trovare sé stessi) o il mare aperto ed io su una zattera tra le onde in burrasca. Può essere un luogo ma anche una condizione mentale, uno stato d’essere, un sentire. Penso che sia un modo di vivere la condizione umana senza avere in tasca una assicurazione sulla vita o il biglietto di ritorno, senza avere un paracadute sempre aperto, lasciarsi andare non all’avventura ma alla fiducia della speranza senza conoscere il passo successivo. Accettare il rischio di vivere senza per questo essere necessariamente in pericolo, ma nemmeno garantiti e protetti. Essere esposto all’intemperia del mondo, esserne parte e fare fronte al momento in cui accade di vivere una situazione senza prevedere tutto, cercare binari di ferro che mi fanno vedere solo il loro stesso percorso, immutabile, prefissato, già stabilito. Da chi? Da me? E io che ne so per stabilire tutto? Non da me? E chi è dunque che determina la mia vita, ormai prefissata? Là dove accadono i miracoli non è questa. Non è un discorso semplice perché riguarda me ma anche il mio rapporto con figli e la loro libertà, riguarda la mia vecchiaia, le difficoltà, quello che non conosco e che non posso sapere, riguarda le mie paure e il coraggio, l’essere solo, l’amore. E riguarda la meditazione e il mio rapporto con la fede o la spiritualità. Non ci può essere zona di comfort nella ricerca spirituale, nessun maestro l’ha avuta. Se sono lì, vuol dire che sono fuori strada, in altro luogo da quello dove dovrei essere. Cercare l’Assoluto non è sinonimo di cercare sicurezza, credo addirittura che sia il contrario. E non basta andare nel deserto. Se ci vado con un fuoristrada attrezzato con satellitare e con aria condizionata, tradisco l’immagine e il senso del deserto, almeno di quello che conosce il beduino con il suo cammello. Abbandonare la zona di comfort secondo me significa abbandonare quel senso compiutezza che ci fa credere di non aver bisogno di altro, che è autoreferenziale, che si autogiustifica in un sentimento che poi esonda nella vanità del narcisista. Lasciare la presa è andare verso ciò che fino ad adesso mi è stato ignoto, facendo i conti con paure e attaccamenti, nella possibilità di accesso a quell’area dove accadono cose che non sono proprie della sfera razionale e che proprio a questa parte appaiono come miracoli. Grazie a tutti Marco [Leggi]
Care amiche e cari amici,

parlare di zona di comfort è un argomento inusuale per molti. Il mondo, questo mondo ci spinge a desiderare il comfort, il calduccio, il morbido, il conosciuto e soprattutto il comodo. E’ comodo, desidero che tutto sia così comodo… conosciuto, consueto, padroneggiato, sperimentato e senza imprevisti, prevedibile insomma. Ecco questa è la zona di comfort. Una condizione mentale nella quale si prova un senso di familiarità, ci si sente a proprio agio e nel pieno controllo della situazione, senza sperimentare alcuna forma di stress e ansia. Nella zona di comfort si ha tutto ed è tutto ciò che si ha.

Il problema è che la vita, quella vera, non è questa, ma addirittura comincia là dove finisce la zona di comfort!

Non è detto che sia il deserto (anche se dicono che è molto indicato per trovare sé stessi) o il mare aperto ed io su una zattera tra le onde in burrasca. Può essere un luogo ma anche una condizione mentale, uno stato d’essere, un sentire. Penso che sia un modo di vivere la condizione umana senza avere in tasca una assicurazione sulla vita o il biglietto di ritorno, senza avere un paracadute sempre aperto, lasciarsi andare non all’avventura ma alla fiducia della speranza senza conoscere il passo successivo. Accettare il rischio di vivere senza per questo essere necessariamente in pericolo, ma nemmeno garantiti e protetti. Essere esposto all’intemperia del mondo, esserne parte e fare fronte al momento in cui accade di vivere una situazione senza prevedere tutto, cercare binari di ferro che mi fanno vedere solo il loro stesso percorso, immutabile, prefissato, già stabilito. Da chi? Da me? E io che ne so per stabilire tutto? Non da me? E chi è dunque che determina la mia vita, ormai prefissata? Là dove accadono i miracoli non è questa.

Non è un discorso semplice perché riguarda me ma anche il mio rapporto con figli e la loro libertà, riguarda la mia vecchiaia, le difficoltà, quello che non conosco e che non posso sapere, riguarda le mie paure e il coraggio, l’essere solo, l’amore. E riguarda la meditazione e il mio rapporto con la fede o la spiritualità. Non ci può essere zona di comfort nella ricerca spirituale, nessun maestro l’ha avuta. Se sono lì, vuol dire che sono fuori strada, in altro luogo da quello dove dovrei essere. Cercare l’Assoluto non è sinonimo di cercare sicurezza, credo addirittura che sia il contrario. E non basta andare nel deserto. Se ci vado con un fuoristrada attrezzato con satellitare e con aria condizionata, tradisco l’immagine e il senso del deserto, almeno di quello che conosce il beduino con il suo cammello. Abbandonare la zona di comfort secondo me significa abbandonare quel senso compiutezza che ci fa credere di non aver bisogno di altro, che è autoreferenziale, che si autogiustifica in un sentimento che poi esonda nella vanità del narcisista. Lasciare la presa è andare verso ciò che fino ad adesso mi è stato ignoto, facendo i conti con paure e attaccamenti, nella possibilità di accesso a quell’area dove accadono cose che non sono proprie della sfera razionale e che proprio a questa parte appaiono come miracoli.

Grazie a tutti

Marco [Chiudi]
Zona di confort.
"Le navi sono sicure nel porto, ma non è per stare in porto che sono state fatte le navi." (John A. Sheed)
Allegati Allegati: Zefiro.2019.05
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Versione: 1.5
Rilasciata il: 06/02/2014
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